Film CapitaliA Budapest il cinema non può fare a meno di girare intorno alla politica

Ingenti investimenti della National Film Fund stanno attirando produzioni straniere, con una particolare ricorrenza di spy movie. L’ultimo è Red Sparrow con Jennifer Lawrence. Ecco tutte le pellicole ambientate nella città ungherese

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L’industria cinematografica ungherese non è rimasta guardare mentre Praga e Varsavia conquistavano Hollywood. Ingenti investimenti della National Film Fund stanno attirando produzioni straniere, con una particolare ricorrenza di spy movie. Ultimo dei quali “Red Sparrow”, con Jennifer Lawrence e diretto da Francis Lawrence. Già regista della saga di “Hunger Games”. La presenza degli Studios condivide le ragioni con altri paesi dell’Est Europa, e le questioni economiche affiancano senza indugi le possibilità offerte dalle imponenti location. L’occhio più attento riconoscerà Piazza degli Eroi nell’ultimo “Die Hard”, mentre pochi sono soliti vedere “Amore e guerra” di Woody Allen individuando «il tesoro nascosto del blocco est».

Ma l’attenzione di Hollywood a Budapest si deve anche al comico newyorkese, il quale inserì nel film alcuni soldati russi troppo distratti per notare le cineprese. «Soldati che giocavano ai soldati», e pagati in sigarette. Da allora però sono trascorsi anni, e assieme al cinema è cambiata l’Europa. L’ingresso nell’Unione europea dell’Ungheria avvenne nel 2004 e con essa il paese ha iniziato a prendere parte alle grandi discussioni del vecchio contenente. In un miscuglio di temi e generi si manifesta un’arte preoccupata per le decisioni politiche ungheresi.

Il cinema di Budapest non è rimasto a guardare mentre Viktor Orbán stendeva 175 chilometri di filo spinato al confine con la Serbia. Kornél Mundruczó, ungherese di origini rumene, ha diretto due film dedicati a un’Europa diversa: “White God” e “Una luna chiamata Europa”. Uno più allegorico dell’altro. Così il messaggio non si perde. A differenza dello stile italiano, e diffuso in Europa, Mundruczó trova un linguaggio cinematografico che sappia rendere conto della tragedia. Non è il trafiletto di giornale che acquista immagine. È il cinema che racconta la realtà, per generi e movimenti di macchina. In “White God” siamo spinti tra la fiaba e l’horror, tra il documentario e il surreale.

L’ambientazione è contemporanea. La Budapest dei giorni nostri, dove però un decreto vieta il possesso di cani meticci. La razza assoluta, in termini animali, diventa legge. Pena una salatissima multa, sufficiente a spingere molti ad abbandonare i propri compagni per strada. Il messaggio è chiaro. La sceneggiatura non lascia margini di errore, mentre l’immagine si lancia sempre più in là in ardite forme di intrattenimento. I due livelli del cinema contemporaneo.

“Non è di razza ungherese” certifica con disgusto un funzionario del governo, chiamato dalla vicina della piccola protagonista. L’atmosfera è quella delle denunce per chi nascondeva profughi ed ebrei. In questa allegoria dalle tinte sempre più buie non mancano inconfondibili riferimenti. Il canile, che inizialmente crediamo luogo sicuro, si rivela prigione, quando non proprio un mattatoio.

Hagen, ottimo protagonista canino, si trova così spostato di luogo in luogo, scoprendo una violenza ingiustificata. Ne esce cambiato, incattivito, e pronto a una rivoluzione. Come nel cinema politico dell’Italia anni ’70, i padroni (che qui lo sono a livello letterale) vengono uccisi. La vendetta si consuma, ma non pulisce le ferite. Nella più significativa delle scene, le gabbie del canile si spezzano, il filo spinato viene meno. Il film di Mundruczó parla di cani solo a non volerlo guardare davvero. Che poi lo spettatore tradisca un coinvolgimento superiore nel vedere un cane ferito che nell’assistere ad altri livelli di tragedia parla di lui e non del film.

A non lasciare ulteriori dubbi è il successivo “Un sogno chiamato Europa”. Tenendo salda la componente fantasy – c’è speranza solo nell’immaginazione ci dice Mundruczó – immagina un profugo spiccare il volo al confine ungherese. Il superpotere lo conduce a Budapest, dove attentati, poliziotti corrotti e tradimenti mettono a serio rischio la sua vita.

Al contempo, molti film stranieri raccontano la capitale limando via ogni questione politica. In una commedia, anche divertente, come “Budapest” si parla di una «Berlino gratis», dove entrare in discoteca è facile ma uscirne quasi impossibile. Qui il carnevale incontra il festino di “Eyes Wide Shut”, in un tripudio di feste sul cui sfondo la capitale sembra dormire. La Crazy Trips, agenzia per addii al nubilato protagonista del film, si appropria della città. Un autobus viene affondato nel Danubio di fronte al Parlamento mentre il monumento alla liberazione è chiamato a intermezzo tra un party e l’altro. Il cinema ungherese però fa parlare la città, anche se contro il volere di una parte politica.