Il dopo TrumpLe sfide di Biden e dell’Unione europea nei Balcani

Washington e Bruxelles nella regione lavoreranno per favorire una transizione pacifica in vista delle elezioni del prossimo 14 febbraio in Kosovo, continueranno a pressare Vučić, spingendolo a riconoscere l’indipendenza di Pristina senza scambi territoriali, e cercheranno di allontanare la Serbia dalle influenze cinesi e russe

LaPresse

Pubblicato originariamente su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

La vittoria di Biden alle presidenziali americane dello scorso 3 novembre è stata accolta da molti leader dei Balcani occidentali come un passo verso il rafforzamento dei rapporti con gli Stati Uniti, mentre da altri – principalmente il presidente serbo Vučić – con più freddezza. Biden non è nuovo a esperienze nei Balcani e – nel corso della sua lunghissima carriera politica – non ha esitato a prendere posizioni anche drastiche.

La prima visita di Biden nei Balcani occidentali risale al 1979, quando il giovane senatore americano incontrò il maresciallo Tito nell’allora Jugoslavia. Biden inizia però a interessarsi realmente alle questioni balcaniche all’inizio degli anni ‘90, una volta scoppiata la guerra in Bosnia, quando fu uno dei primi politici occidentali ad appoggiare la strategia del lift and strike (inizialmente ostacolata per paura di un eccessivo e rischioso coinvolgimento degli Stati Uniti nei Balcani), per sostenere militarmente i bosgnacchi, minacciando allo stesso tempo bombardamenti contro i serbi-bosniaci.

Durante la guerra in Kosovo del 1999, Biden ha poi supportato i bombardamenti Nato contro la Jugoslavia di Milošević, dopo aver descritto quest’ultimo come un «dannato criminale di guerra» durante un incontro faccia a faccia. Lo stesso Biden è stato tuttavia molti anni dopo, nel 2016, anche il primo politico americano di rilievo a esprimere le condoglianze al popolo serbo proprio per i bombardamenti del 1999.

Vista la prolungata esperienza nel campo – prima in veste di senatore, poi come membro e presidente della Commissione relazioni estere al Senato – Biden si è occupato di politica estera anche durante gli otto anni da vice presidente di Obama, rappresentando la figura di riferimento dell’amministrazione per i Balcani occidentali. Al contrario di quanto avvenne tra gli anni ‘90 e l’inizio del 2000, però, la strategia americana nei confronti dei Balcani occidentali in quegli anni fu di lasciare la guida dei rapporti diplomatici in mano agli alleati europei. La mossa è stata definita da molti negli Usa come un errore, poiché la crisi d’identità attraversata dall’Unione europea negli ultimi anni avrebbe provocato un rallentamento del processo di institution-building portato avanti negli anni precedenti.

Nel 2016, poi, è arrivata l’elezione di Donald Trump, che in politica estera e nei Balcani occidentali ha perseguito una strategia incentrata quasi esclusivamente sullo stretto interesse nazionale (in linea con l’idea di America First) e talvolta personale. Il tutto, abbandonando il tradizionale approccio collaborativo con l’Unione Europea. Il principale risultato della diplomazia targata Trump nella regione sono gli accordi tra Kosovo e Serbia, firmati a Washington nel settembre 2020: l’obiettivo dell’intesa era principalmente quello di ottenere un accordo di normalizzazione economica tra i due paesi, inserendo alcune clausole di carattere non economico e sperando in una ricaduta positiva anche sulle questioni politiche. Un esito improbabile, vista la matrice prevalentemente interetnica e politica della contesa tra Serbia e Kosovo.

Secondo alcuni osservatori, gli accordi sarebbero stati promossi esclusivamente al fine di rinvigorire l’immagine di Trump a poche settimane dalle elezioni presidenziali, ottenendo così un successo immediato, ma effimero e potenzialmente dannoso sul lungo termine. Trump, infatti, ha rafforzato le posizioni nazionaliste del premier serbo Vučić senza obbligarlo a fare concessioni significative, isolando ulteriormente il Kosovo e compromettendo il dialogo bilaterale facilitato dall’Unione Europea. Gli accordi di Washington, definiti affrettatamente «un successo storico» da parte dell’amministrazione Trump, hanno poi mostrato fin da subito seri problemi nel processo di implementazione, con punti chiave rimasti inevasi, come l’impegno serbo a non acquistare tecnologia 5G dalla Cina o di spostare la propria ambasciata in Israele a Gerusalemme.

Foreign Policy, autorevole rivista americana che si occupa di relazioni internazionali, scriveva pochi giorni prima delle elezioni presidenziali che le strategie del presidente americano hanno contribuito nella regione al «più netto deterioramento delle relazioni dalla fine delle guerre», lasciando dietro di sé una scia di crescenti tensioni.

In un altro articolo pubblicato dopo le elezioni americane del 3 novembre, Foreign Policy ammette che sarà facile per Biden evitare di commettere gli stessi errori fatti da Trump, ma non quelli commessi dall’amministrazione Obama, che – come detto in precedenza – ha lasciato la gestione delle questioni balcaniche in mano all’UE. La nuova amministrazione vuole riportare gli Stati Uniti a giocare un ruolo da protagonista sulla scena internazionale, riprendendo la stretta collaborazione con gli alleati tradizionali. È dunque molto probabile che il ritorno di Biden alla Casa Bianca segnerà un sostanziale riavvicinamento all’Unione Europea, e la regione balcanica sarà uno dei tanti banchi di prova per testare il lavoro di un’alleanza rinvigorita.

Rispetto a Trump, la macro-strategia di Biden in politica estera e nei Balcani occidentali si concentrerà maggiormente su obiettivi a lungo termine, come la lotta ai conflitti di interesse, ai soldi sporchi e alla corruzione, al fine di difendere le istituzioni democratiche e garantire stabilità ai paesi che ne hanno bisogno. Anche l’Unione Europea si pone obiettivi simili in vista – o in alternativa – di un possibile allargamento, riguardo al quale, tuttavia, i paesi europei hanno espresso negli ultimi anni crescente scetticismo.

Una delle questioni principali da dirimere è collegata ai fondi destinati alle economie dei paesi balcanici. Nella regione arrivano infatti ingenti finanziamenti sia sotto forma di assistenza economica da parte del Fondo Monetario Internazionale, sia di fondi pre-accesso provenienti dall’Unione Europea, che lo scorso ottobre ha stanziato 9 miliardi di euro per lo sviluppo e la modernizzazione delle economie dell’area anche in ottica di favorire la transizione ecologica.

I nove miliardi dell’UE si affiancano alla strategia di promozione della cosiddetta zona mini-Schengen, che in futuro dovrebbe permettere il libero scambio di persone e merci tra Serbia, Albania, Macedonia del Nord e Kosovo. L’accordo è visto da USA e UE come un’ulteriore possibilità di sviluppare le economie dei paesi balcanici occidentali senza per ora doverli accogliere all’interno dell’Unione Europea, ma allo stesso tempo allontanandoli da influenze straniere sgradite ai paesi occidentali come quelle di Cina e Russia. Per questo è molto probabile che l’amministrazione Biden continuerà a lavorare per la sua implementazione.

Le questioni fondamentali su cui le potenze occidentali giocheranno la partita dei Balcani sono due: i negoziati tra Serbia e Kosovo e il contrasto dell’influenza di Cina e Russia nella regione. Sulla prima, gli obiettivi del tandem USA-UE saranno quelli di favorire una transizione pacifica in vista delle elezioni del prossimo 14 febbraio in Kosovo, continuare le pressioni su Vučić per spingerlo a riconoscere l’indipendenza del Kosovo senza scambi territoriali, e allontanare la Serbia dalle influenze cinesi e russe offrendo una valida alternativa atlantista.

Proprio Cina e Russia, infatti, hanno tentato negli ultimi anni di riempire il vuoto lasciato da Unione Europea e Stati Uniti ed espandere la propria influenza nella regione. La Cina punta sui Balcani in quanto regione strategica in territorio europeo per avanzare le proprie ambizioni a livello globale, mentre la Russia li considera strategici in ottica di contenimento dell’Unione Europea. È legittimo pensare che – almeno nel futuro più immediato – Biden non scarterà tutte le misure messe in campo da Trump in ottica di contrasto alle potenze straniere, come ad esempio il tentativo di ostacolare gli investimenti cinesi in materia di rete 5G.

Dal lato Russia, l’obiettivo sarà quello di rendere i paesi balcanici meno dipendenti dalle risorse energetiche offerte da Putin e allo stesso tempo coinvolgerli nei piani di transizione ecologica portati avanti dall’Unione Europea, che anche per Biden rappresentano una priorità assoluta a livello globale. Gli investimenti economici provenienti dall’Unione Europea puntano infatti sullo sviluppo della regione in ottica green e gli Stati Uniti potranno giocare un ruolo fondamentale per fare in modo che questi siano efficacemente implementati.

Nei primi mesi di presidenza, Biden si troverà però costretto ad affrontare due sfide interne fondamentali che potrebbero rallentare l’azione degli Stati Uniti in politica estera: la crisi della pandemia da Covid-19 e la polarizzazione politica interna, acuita dall’assedio del Campidoglio lo scorso 6 gennaio. L’esperienza del neo presidente nei Balcani e la nomina di Samantha Power (pluripremiata reporter di guerra in Jugoslavia negli anni ‘90 ed ex-rappresentante permanente per gli USA alle Nazioni Unite) a capo dell’agenzia USA per lo sviluppo internazionale lasciano tuttavia aperta più di una strada all’azione americana nella regione.

Riparare la reputazione degli Stati Uniti sul palcoscenico internazionale dopo quattro anni di politica estera targata America First non sarà comunque facile, anche perché, nel frattempo, le pedine sullo scacchiere internazionale sono cambiate, mentre gli equilibri in gioco rimangono molto fragili. Nei Balcani occidentali Biden dovrà essere in grado di formulare una strategia efficace in stretta collaborazione con i leader europei, anche e soprattutto per dimostrare al mondo che l’alleanza transatlantica può ancora funzionare e generare risultati positivi per tutti.

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