Best practicesPer salvare la democrazia c’è bisogno di una visione di lungo periodo

Come nella gestione delle aziende e dei grandi patrimoni, anche i governi devono adottare un’ottica con un raggio di azione proiettato nel futuro. Le scelte che a breve termine saranno considerate impopolari garantiranno così una miglior tutela delle generazioni future e dello sviluppo della società

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A valle della crisi finanziaria della fine degli anni 2000 le aziende si sono accorte che era necessario introdurre nei sistemi incentivanti del personale dei meccanismi in grado di spalmare i bonus dei manager su più annualità, ancorandoli ai risultati di più esercizi e non solo alle performance di un singolo bilancio.

L’obiettivo chiarissimo era quello di disincentivare comportamenti tra l’opportunistico e il predatorio attraverso i quali gli amministratori delegati e i massimi dirigenti avrebbero potuto pompare i risultati di un anno a scapito della sostenibilità dei risultati degli anni successivi, secondo la logica del “prendi i soldi e scappa” che li avrebbe visti in altre posizioni, in aziende o addirittura ritirati dal mercato del lavoro, quando i risultati di tale comportamento fossero infine emersi.

Allo stesso modo, per anni, nella gestione patrimoniale ogni impegno di lungo periodo (traducibile in investimenti in asset illiquidi) è stato guardato con diffidenza a favore di attività speculative mordi e fuggi, in primis attraverso l’esaltazione del trading azionario che sottendeva non tanto il desiderio di sostenere e esser parte, seppur piccola, di un’impresa da cui attendersi crescita e risultati, bensì l’aspettativa di riuscire ad arbitraggiare una variazione di prezzo, meglio se nel lasso di tempo più breve possibile.

Solo di recente, soprattutto grazie a tassi di interesse estremamente modesti quando non addirittura negativi, si è compreso che sia a livello di congiuntura attuale che strutturalmente, le asset class illiquide fossero le uniche in grado di promettere aspettative di rendimento interessanti, tanto che porzioni sempre maggiori dei grandi patrimoni sono state allocate su prodotti illiquidi e allo stesso tempo si è cercato di “democratizzare” questi ultimi, un tempo appannaggio solo degli individui più ricchi, allargandone la fruibilità anche a risparmiatori meno facoltosi. 

Al contempo, questa crescente sensibilità al lungo periodo ha consentito un significativo aumento di attenzione anche verso le tematiche di sostenibilità di aziende, Stati, organizzazioni e mercati, ovvero verso la loro intrinseca capacità di performare appunto nel lungo periodo. 

È infatti maturata la consapevolezza che la sostenibilità implicita di un asset (valutabile ad esempio attraverso un rating ESG) fosse una delle più efficaci politiche di risk management per la valutazione e la gestione dell’asset stesso, fosse esso di natura finanziaria o reale. 

Sia sul fronte della gestione delle aziende che dei patrimoni è quindi aumentata la pratica virtuosa di osservazione del lungo periodo, ancorché appaia chiaro che l’adozione di questa sensibilità non si sia imposta del tutto spontaneamente, bensì sia stata stimolata da forti incentivi (in termini di politiche di remunerazione più efficienti sul fronte delle imprese e di miglior profilo di rischio/rendimento degli asset sul fronte degli investimenti di masse patrimoniali).

Anche l’esercizio della democrazia, la meno peggiore tra tutte le forme di governo di stati, comunità e società, ha nel tempo manifestato sempre più palesemente la necessità di utilizzare visioni, strumenti e politiche di lungo periodo, ma allo stesso tempo ha mostrato un chiaro vulnus nei propri meccanismi di conduzione e partecipazione.

Se sul fronte dei “governanti”, infatti, l’orizzonte di breve periodo a cui i presunti leader devono sottostare (orizzonte entro cui i risultati possano far gioco per una rielezione o comunque la detenzione continuata del potere) per definizione mal si sposa con la miglior tutela delle generazioni future e dello sviluppo della società. Sul fronte della maggioranza dei “votanti” una lungimiranza che sposi autonomamente sacrifici di breve periodo in cambio di possibili vantaggi futuri è difficilmente ipotizzabile.

L’evidenza di tali considerazioni, oltre che empirica, è facilmente deduttiva: quale soggetto voterebbe provvedimenti che nel lungo periodo (e magari a livello di società nella sua interezza) sarebbero efficaci e condivisibili ma che nel breve (e magari a livello di interesse solipsistico dell’elettore) potrebbero danneggiarlo? Nessuno. Non è infatti ragionevole chiedere a qualcuno di sacrificarsi aspettandosi una diffusa adesione a tale richiesta. E quindi quale leader potrebbe costruire e proporre un programma che contenga provvedimenti che nessuno voterebbe? Appunto, nessuno e da qui si spiega forse anche una crescente propensione per la tattica a scapito della strategia da parte di molte classi dirigenti dell’agone politico. 

A fronte di proposte politiche di lungo respiro, infatti, il popolo verrebbe chiamato ad autoproclamare sacrifici che, per quanto necessari e utili in prospettiva futura, risulterebbero dolorosi nell’immediato, e sta nell’animo umano di rifuggire da tali scelte dirigendosi invece verso scelte di comodo che consentano di vivere al di sopra delle proprie possibilità o rimandare riforme spiacevoli.

Ogni leader sarà quindi sempre più impegnato in promesse che, quando non proprio false, possano al massimo garantire privilegi di immediata fruizione per i votanti attuali, senza tenere in realtà conto di quanto davvero necessario alle generazioni future o alla società del futuro nel suo complesso, a meno che non si tratti di membri di un governo tecnico, incurante dell’impopolarità e della preservazione del potere.

L’effetto distorsivo di questo vulnus è tanto maggiore se pensiamo che spesso le giovani generazioni (quelle che avendo più futuro davanti adotterebbero più volentieri e forse spontaneamente un’ottica di lungo periodo nel ponderare le proprie scelte) sono meno rappresentate o meno “pesate”. 

Prendendo esempio da quanto accaduto nelle best practices di gestione aziendale o di investimenti privati, per il buon funzionamento della democrazia, inteso come efficace tutela delle società presenti e future, appare quindi necessario introdurre meccanismi in grado incentivare una convinta estensione dell’orizzonte temporale nelle scelte di governo e nella misurazione dei risultati. 

Sistemi premianti nelle tornate elettorali per leader che, a giudizio di entità sovranazionali indipendenti, abbiamo adottato politiche di lungo periodo, “ponderazione” del voto per gli aventi diritto che possano dimostrare la consapevolezza degli impatti di lungo periodo delle varie proposte politiche, sono solo alcuni degli spunti e delle idee alla ricerca di meccanismi che assolvono questo compito.

Non si tratta di un esercizio semplice, ma se si desidera che le democrazie siano efficaci nella propria perpetuazione e non viceversa naturalmente portate all’implosione, avviare un dibattito serio in proposito sarebbe quantomeno un auspicabile inizio.

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