L’inchiesta e le trattativePer il procuratore Gratteri non è «giustizia a orologeria»

Il magistrato a capo della Dda di Catanzaro dice al Corriere che «i tempi della politica non c’entrano» con l’indagine che coinvolge Lorenzo Cesa, segretario dell’Udc, al centro dei negoziati di un governo dei «responsabili». «Io fino all’altra sera gli ho sentito dire in tv che lui e l’Udc non sarebbero entrati nella maggioranza»

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

È un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, quella guidata dal procuratore Nicola Gratteri, a gettare scompiglio nelle trattative del premier Giuseppe Conte per allargare e mettere al sicuro la maggioranza dopo l’uscita di Italia Viva. Tra gli indagati, c’è il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa, leader di quel centro corteggiato nei giorni scorsi per un nuovo esecutivo di volenterosi. Ora, però, la trattativa diventa più complicata, con Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista che frenano. E c’è chi parla di «giustizia a orologeria».

«I tempi della politica non c’entrano», dice però oggi il procuratore Gratteri in un’intervista al Corriere. «Noi abbiamo saputo che dovevamo arrestare l’assessore Talarico, assieme ad altri, quando è arrivata l’ordinanza del gip, all’inizio di gennaio, a un anno di distanza dalla nostra richiesta e a sei mesi dall’ultima integrazione. Le elezioni in Calabria erano fissate per il 14 febbraio, avremmo aspettato il 15 per non interferire nella campagna elettorale, ma poi sono state rinviate ad aprile: non potevo lasciare arresti in sospeso per decine di persone per altri tre mesi».

Intanto, però, Cesa e l’Udc sono entrati nel gioco dei «responsabili» in soccorso del premier Conte. «Io fino all’altra sera gli ho sentito dire in tv che lui e l’Udc non sarebbero entrati nella maggioranza, quindi questo problema non si è posto», risponde Gratteri. «Se ora qualcuno vuole sostenere il contrario lo faccia, ma io l’ho sentito con le mie orecchie».

Gratteri spiega al Corriere che l’accusa per Cesa di associazione per delinquere con l’aggravante di aver agevolato la ’ndrangheta è basata sui «contatti con l’imprenditore Antonio Gallo, noto per essere il collettore della ’ndrangheta nella provincia di Crotone… È arrivato a Reggio Calabria e s’è rivolto al clan De Stefano-Tegano per organizzare la campagna elettorale di Talarico, e poi a Roma per cercare di ottenere appalti a livello nazionale. Per questo organizza, tramite Talarico, un incontro con Cesa. Talarico sapeva perfettamente che Gallo si rivolgeva alle cosche reggine; Cesa e Talarico erano nello stesso partito e quindi, per ricambiare l’interesse per le elezioni, ha organizzato il pranzo».

In quel momento Cesa era deputato europeo e non si poteva intercettare, spiega il procuratore. «Però sappiamo da altre conversazioni che in quell’occasione hanno discusso di appalti con Anas, Enel e altri enti statali per far lavorare Gallo. C’è un’intercettazione in cui Talarico parla di Cesa, delle forniture di Gallo e del 5 per cento… In altre Gallo dice chiaramente che c’è un accordo, e che è salito a Roma appositamente per incontrare Cesa».

Gratteri precisa: «Non si tratta di amici al bar che parlano di calcio, bensì di imprenditori legati alle cosche che parlano di politica e rapporti di politici. L’incontro con Cesa c’è stato, come posso non chiederne conto?».

Il problema è che Gratteri viene spesso criticato perché le indagini della Procura di Catanzaro con decine e centinaia di arresti vengono spesso ridimensionate dal tribunale del riesame o nei diversi gradi di giudizio. «Noi facciamo richieste, sono i giudici delle indagini preliminari, sempre diversi, che ordinano gli arresti», risponde il procuratore. «Così è avvenuto anche in questo caso. Poi se altri giudici scarcerano nelle fasi successive non ci posso fare niente, ma credo che la storia spiegherà anche queste situazioni». Che significa? «Su questo ovviamente non posso rispondere», chiosa Gratteri.

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