Il mondo non si fermaL’Italia non ha una strategia per affrontare gli affari internazionali

Ieri il segretario di Stato americano Antony Blinken ha chiamato i suoi omologhi di Francia, Germania, Regno Unito. Non ha chiamato Luigi Di Maio e per ora non è prevista una data, non per colpa della crisi di governo, ma perché gli ultimi due esecutivi guidati da Giuseppe Conte hanno peggiorato la nostra immagine all’estero

Lapresse

Non stupisce che in una crisi in cui i partiti hanno discusso di tutto tranne che di politica e dei motivi per cui un governo debba o meno stare in piedi, gli affari internazionali siano passati in secondo piano.

Tuttavia, mentre l’Italia sembra ferma e ripiegata su sé stessa, nell’illusione che il mondo non esista o sia anch’esso impantanato nella crisi sanitaria, gli altri Stati non hanno rinunciato a difendere i propri interessi nazionali.

Anzi, la prima conseguenza geopolitica della pandemia è che la competizione internazionale è aumentata, e con essa i motivi di conflitto. Il coronavirus ha accelerato alcune tendenze già in atto, tra cui soprattutto l’instabilità che affligge tutto il nostro estero vicino: medio oriente, balcani, nord Africa.

Francia e Germania discutono di autonomia strategica dell’Europa, la Turchia continua imperterrita a perseguire i propri interessi nel Mediterraneo e in Libia, il Regno Unito ha annunciato l’aumento del budget militare più cospicuo dalla guerra fredda, Joe Biden è stato eletto Presidente degli Stati Uniti e ha subito iniziato a delineare i contorni della sua futura agenda internazionale.

Tuttavia, la rilevanza di questi fatti continua a non influenzare il nostro dibattito politico interno e trova un limitato spazio nei media. Questo perché siamo abituati ad avere un peso piuttosto relativo nello scacchiere internazionale, autoalimentato dalla narrazione che ci siamo imposti e che ci vuole condannati all’irrilevanza.

Nessuno si interroga su quale possa essere il ruolo dell’Italia all’interno di questi cambiamenti. Eppure avere una Casa Bianca più attenta a quanto accade in Europa e più sensibile agli interessi degli alleati potrebbe essere un’opportunità, perché la nostra particolare posizione geografica e il legame storico con Washington (unito all’interesse che manifestano verso di noi Pechino e Mosca) rendono gli americani pronti ad ascoltarci.

Il cambio di amministrazione è un nuovo inizio e le prime settimane sono molto importanti per cominciare a tessere rapporti personali. Ieri Anthony Blinken, nuovo segretario di Stato, ha chiamato Jean-Yves Le Drian, ministro degli Esteri francese, Dominic Raab, ministro degli Esteri britannico, e Heiko Maas, ministro degli Esteri tedesco. La telefonata con Luigi Di Maio non era in agenda, e avverrà nei prossimi giorni, in modo simile a quanto accaduto tra Joe Biden e Giuseppe Conte, che si sono parlati molto dopo le telefonate del presidente americano con Boris Johnson, Emmanuel Macron e Angela Merkel.

La mancanza di contatti non è quindi dovuta alla crisi di governo, ma alla poca credibilità dei nostri ultimi due governi, poco impegnati negli affari esteri e forse superficiali nell’affrontare dossier fondamentali. È uno dei motivi per cui questa fase politica va archiviata presto, nella speranza che il nuovo esecutivo rimetta in cima alla sua agenda la politica estera, che ha bisogno di un Recovery tanto quanto la nostra economia.

Anche perché, a livello internazionale, le cose non si dimenticano presto. La grande rottura rappresentata dal governo gialloverde ha ancora un peso sull’immagine che l’Italia proietta all’estero e sui rapporti con i nostri alleati: in pochi mesi, il governo guidato dallo stesso Giuseppe Conte, che oggi si dice saldamente europeista e atlantista, ha firmato il memorandum d’intesa sulla Nuova Via della Seta aderendo al progetto geopolitico cinese, ha tenuto rapporti molto ambigui con la Russia, e ha assistito senza dire una parola al viaggio di uno dei due vicepresidenti del consiglio e oggi ministro degli Esteri che, dopo aver incontrato esponenti dei gilet gialli che proponevano di assaltare l’Eliseo, ha causato la più grave crisi diplomatica con un alleato europeo (la Francia) dal dopoguerra.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, per chiedere la fiducia al Senato mercoledì scorso, ha citato in un passaggio il cambio di amministrazione americana. L’arrivo di Biden, ha detto Conte, «rafforza questo nostro progetto, lo rende ancora più solido, gli dà ancora più lunga prospettiva, più profondità politica. Guardiamo con grande speranza alla presidenza Biden».

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