Fronte orientaleI conflitti ai confini dell’Europa congelati dalla pandemia

Georgia, Moldova e Ucraina sono alle prese con movimenti secessionisti filorussi che controllano porzioni del territorio nazionale. Gli scontri militari sono cessati da anni e nessuna delle parti in causa vuole sbloccare la situazione, nonostante l’autodeterminazione dei secessionisti non sia stata riconosciuta dalla comunità internazionale

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La presenza di una serie di conflitti congelati ai confini dell’Europa costituisce un elemento di disturbo nelle già complesse relazioni tra Federazione Russa e Unione Europea. La Georgia, la Moldova e l’Ucraina, tutte nazioni in buoni rapporti con Bruxelles e potenzialmente interessate da future espansioni dell’Unione, sono alle prese con movimenti secessionisti filorussi che controllano porzioni del territorio nazionale. Si tratta di situazioni apparentemente senza via d’uscita.

Gli scontri militari sono cessati da anni e nessuna delle parti in causa ha la forza di sbloccare le vicende in proprio favore, anche perché il congelamento della situazione sul campo è vantaggioso per molti attori. I movimenti secessionisti hanno proclamato l’indipendenza dei propri territori, ma l’autodeterminazione non è stata riconosciuta dalla comunità internazionale, con l’eccezione della Russia e di alcuni Paesi alleati del Cremlino. Ecco quali sono le situazioni spinose che potrebbero sbloccarsi (o aggravarsi) nel corso del 2021.

La Repubblica Popolare di Donetsk e quella di Lugansk sono due Stati autoproclamatisi indipendenti nel 2014, in seguito alla nota crisi politica ucraina. Il crollo dell’esecutivo filorusso guidato dal primo ministro Viktor Yanukovich e l’assunzione del potere da parte di movimenti politici atlantisti ed europeisti a Kiev spinse le regioni orientali del Paese a proclamare la propria indipendenza. La regione di Donetsk e quella di Lugansk costituivano il bacino industriale dell’Ucraina e proprio qui si sono svolti i combattimenti più duri della guerra civile tra l’esercito di Kiev e quello dei separatisti.

Il grosso degli scontri è cessato nel 2016, dopo una lunga serie di offensive e controffensive che ha martoriato i territori e causato gravi perdite umane e danni infrastrutturali. Le linee del fronte sono congelate da anni e i separatisti controllano una fascia di territorio, relativamente popolosa, lungo il confine con la Federazione Russa. La vittoria di Volodymyr Zelensky alle elezioni presidenziali ucraine nell’aprile del 2019 ha portato a un miglioramento nel dialogo tra Kiev e i separatisti, a un allentamento delle tensioni lungo il fronte e ad alcuni scambi di prigionieri tra le parti.

La risoluzione del conflitto nel Donbass, la regione che include le Repubbliche di Donetsk e Lugansk, è strettamente legato alla riconciliazione che dovrà avere luogo tra Mosca e Kiev. La comunità internazionale, Russia inclusa, non riconosce le repubbliche separatiste ma il Cremlino ha ottimi rapporti con i due governi locali e può sfruttarli per minare la coesione territoriale ucraina e per bloccarne le aspirazioni euro-atlantiche. Lo svolgimento delle elezioni locali ucraine nell’ottobre del 2020 non ha coinvolto Donetsk e Lugansk e gli abitanti del luogo hanno appreso, in seguito, che le consultazioni avrebbero potuto svolgersi nei propri territori solo dopo il raggiungimento dell’effettiva indipendenza.

Sei anni di guerra hanno inoltre indebolito i legami, culturali ma anche economici, tra l’Ucraina e Donets e Lugansk e il reintegro di questi territori, nel breve termine, appare complesso. I territori secessionisti rischiano così di trasformarsi in un fardello per le aspirazioni europeiste di Kiev, dato che l’Unione Europea pretenderà la completa risoluzione del conflitto interno prima di procedere a un eventuale allargamento, comunque molto lontano nel tempo.

La vittoria di Maia Sandu, candidata europeista dell’opposizione, alle elezioni presidenziali del novembre 2020 rischia di complicare la risoluzione del conflitto congelato tra Moldavia e Transnistria. La Sandu ha sconfitto al ballottaggio il presidente uscente Igor Dodon, schierato su posizioni socialiste, filorusse e sostenitore del dialogo con le autorità transnistriane. L’uscita di scena di Dodon ha indebolito il Partito Socialista al potere ed ha probabilmente favorito la caduta dell’esecutivo tecnocratico guidato dal Primo Ministro Ion Chicu.

Chicu è stato sostituito da Aureliu Ciocoi, suo Ministro degli Esteri, ora alla guida di un governo ad interim ma la situazione resta complessa. Il Presidente Sandu vuole convincere la Corte Costituzionale a indire elezioni anticipate nella speranza che il suo ex movimento politico di centrodestra, il Partito di Azione e Solidarietà, possa vincerle. I contrasti interni all’apparato statale non aiuteranno, almeno nel breve termine, il dialogo con Tiraspol, capitale della Repubblica di Transnistria. Quest’ultima, autoproclamatasi indipendente nel 1990 poco prima del crollo dell’Unione Sovietica, occupa una sottile fascia territoriale collocata nella Moldavia Orientale tra il fiume Dniester e il confine con l’Ucraina.

Tra il 1991 e il 1992 l’esercito moldavo e quello transnistriano hanno combattuto una serie di aspre battaglie, conclusesi con un armistizio monitorato dalle forze della Quattordicesima Armata Russa già presente sul luogo. La Transnistria è una regione a maggioranza russofona, sogna l’integrazione nella Federazione Russa e sul suo territorio la maggior parte della popolazione parla il russo e non il moldavo. Mosca non riconosce l’indipendenza della Transnistria, una nazione che guarda con nostalgia ai tempi dell’Unione Sovietica e di Vladimir Lenin e che si trova in una sorta di buco nero.

La Transnistria non fa parte di alcuna organizzazione internazionale, è indipendente dal punto di vista giuridico ed ha un proprio esercito. La Moldova, una delle nazioni più povere d’Europa, è invece divisa tra chi vorrebbe rapporti più stretti con la Russia e chi guarda con favore all’Unione Europea e alla Romania. La Presidente Sandu vuole che la Russia ritiri, dopo 28 anni, le proprie truppe dalla Transnistria mentre il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha recentemente replicato, in maniera piuttosto enigmatica, che la Federazione Russa è pronta ad assumere una posizione responsabile in questa vicenda. Sembra improbabile che Mosca possa rinunciare a una sua, preziosa pedina nel cuore dell’Europa e dunque lo scenario resterà probabilmente bloccato.

L’Abkhazia e l’Ossezia del Sud sono due regioni separatiste che chiedono la secessione dalla Georgia (siamo nella regione montuosa del Caucaso) e le dispute in merito alla loro condizione hanno portato, negli ultimi tre decenni, allo scoppio di due violenti conflitti. L’ultima guerra ha visto contrapporsi, nel 2008, l’esercito regolare georgiano e le milizie ossete appoggiate dalla Russia e si è conclusa con la netta sconfitta di Tblisi, che si è ritrovata indebolita sul piano interno e privata della possibilità di perseguire le proprie aspirazioni in politica estera, nello specifico l’adesione a Nato e Unione Europea.

Abkhazia e Ossezia del Sud sono invece riconosciute da appena cinque nazioni: Nauru, Nicaragua, Russia, Siria e Venezuela. I colloqui per cercare di porre fine ai conflitti non hanno compiuto, nel corso degli anni, particolari progressi e nemmeno le relazioni tra le parti sono migliorate. I legami economici, intergovernativi e sociali tra Abkhazia, Ossezia del Sud e Russia sono straordinariamente profondi e l’autonomia dei territori è sminuita dalla condizione di protettorato de facto in cui gli stessi vengono a trovarsi.

La Georgia non ha le capacità militari e nemmeno la forza economica per opporsi allo strapotere di Mosca e la sua marginalità, geografica e politica, in Europa non l’aiutano. Konstantin Kosachyov, a capo del comitato affari internazionali del Consiglio della Federazione Russa, ha ricordato come non ci si debba aspettare, nel breve termine, un miglioramento nelle relazioni bilaterali tra Georgia e Russia, indipendentemente dal risultato delle elezioni legislative georgiane che si sono svolte di recente.

Le opportunità per migliorare i rapporti potranno presentarsi, ha ricordato Kosachyov, solamente quando Tbilisi riconoscerà i propri errori che hanno portato alla proclamazione di indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud. Bruxelles, al momento focalizzata sulla risoluzione delle problematiche scaturite dalla pandemia, necessiterà di un piano d’azione accurato qualora voglia influire sugli equilibri politici del Caucaso, un’area che, almeno per il momento, non è di sua pertinenza. La Russia, già alleata strategica della confinante Armenia, ha invece campo libero e può trasformare il Caucaso occidentale in un prezioso retroterra chiuso alle influenze esterne.

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