Non s’ha da fareLa fila degli eurospasimanti che l’Ue non vuole (ancora) far entrare

Gli scozzesi indipendentisti di Nicola Sturgeon, la Serbia dell’autoritario Aleksandar Vučić, la turbolenta Albania di Edi Rama, la Macedonia del nord disposta a cambiare il nome pur di aderire all’Unione. Sono tanti i Paesi desiderosi di diventare uno Stato membro. Ma Bruxelles continua a farli aspettare

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Nei primi anni Duemila in Europa – intesa sia come Unione europea (allora composta da quindici Paesi) sia come generico insieme delle comunità nazionali o subnazionali che si sentivano volenterosamente parte del vecchio, caro continente – c’era una enlargement fever che pareva inestinguibile.

Nel 2004 entrarono nell’Ue, tutti insieme, dieci Paesi: Cipro, Estonia, Malta, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria. E sembrò che ogni divisione tra la parte occidentale e quella orientale dell’Europa fosse stata definitivamente sbriciolata in un definitivo abbraccio brussellese.

Tanta era la fretta e tanto era l’entusiasmo che si fece anche qualche pasticcio, come l’accogliere Cipro prima di una riunificazione dell’isola (o di un accordo definitivo tra i due governi che se la contendono), con il risultato che un terzo del territorio di un Paese che fa parte da ormai diciassette anni dell’Unione europea continua a essere occupato militarmente (!) da un grosso vicino da maneggiare con molta cautela: la Turchia (o quanto meno questa è la posizione formale di tutte le cancellerie del continente, nessuna delle quali riconosce il governo turco-cipriota).

Peraltro, in quegli stessi anni, si parlava con grande insistenza e con grande verosimiglianza – e, per la verità, anche con grandissime polemiche – proprio dell’ingresso della stessa Turchia nell’Ue, un’ipotesi che ora, dopo tanti anni di esibizioni neo-ottomane da parte di Recep Tayyip Erdoğan, appare un po’ surreale. E si parlava di rivolgere un invito per l’adesione all’Unione anche a Israele, in seguito a un’iniziativa radical-transnazionalista, al solito pazzotica e genialoide, di Pannella Giacinto detto Marco.

E, manco si trattasse dell’Eurovision Song Contest e non del più ambizioso soggetto politico della storia del mondo, c’era chi ipotizzava una distribuzione ancora più spregiudicata di wild card, caldeggiando l’ingresso nell’Unione europea, oltre che di molti Paesi caucasici e centro-asiatici, anche del Marocco, della Tunisia e di Capo Verde.

Poi però questa spinta si è fermata. Nel 2007 sono entrate nel gruppo, un po’ in sordina, soltanto la Bulgaria e la Romania. E, sei anni dopo, la Croazia. Chi, il primo di luglio del 2013, aveva assistito ai “festeggiamenti” notturni per l’ingresso del Paese nell’Ue, organizzati in una grande piazza di Zagabria, avrebbe dovuto capire già tutto. Allo street party ufficiale partecipavano non più di duecento persone – e i croati saranno stati a malapena la metà dei convenuti. La massima attrazione della serata era un anzianissimo signore, con abito chiaro e paglietta. Non era un artista ingaggiato ufficialmente, ma improvvisava dei siparietti ballando il tip tap sulla musica techno che arrivava dalla consolle, quella sì ufficiale, amministrata da una brava deejay olandese che aveva un nome d’arte, con il senno di poi, un po’ sinistro: Isis (la sua non era, ovviamente, una scelta islamofascista e neppure un vezzo egizio: Dj Isis si chiama, all’anagrafe, Isis van der Wel).

L’entusiasmo per l’Europa, nel 2013, si era già spento. Intanto l’euroscetticismo, già da sempre presente sotto traccia, si era slatentizzato ed era esploso. Si era diramato con successo soprattutto verso destra, sfociando in sovranismi assortiti, ma anche verso sinistra, sviluppandosi in “altre-Europe-possibili” di vario genere, che però hanno poi avuto ravvedimenti sulla via di Atene, come quello di Alexis Tsipras, oppure hanno incontrato modesti risultati elettorali. Ma l’euroscetticismo non ha risparmiato nemmeno  il centro (l’ex presidente ceco Václav Klaus e lo stesso premier ungherese Viktor Orbán, che dal centro è partito). E si è diffuso anche nei nebbiosi territori del grande boh (i Cinquestelle).

L’euroscetticismo ha poi ha avuto un’ulteriore degenerazione con il diffondersi di movimenti politici, come lo United Kingdom Independence Party (Ukip) di Nigel Farage, che chiedevano esplicitamente l’uscita di singoli Paesi dall’Unione europea. Finora soltanto il Regno Unito è poi uscito per davvero dall’Ue. Ma periodicamente, in molti altri luoghi del continente, si vagheggiano e auspicano altre “-exit”. Da noi, si parva licet, abbiamo un movimento che si chiama Italexit, no Europa per l’Italia. È guidato da Gianluigi Paragone, e più non dimandate.

C’è chi è al governo nel proprio Paese e combatte ogni giorno le autorità europee come se fossero un’emanazione del demonio, come l’ungherese Viktor Orbán, lo sloveno “MAGA-stylah” Janez Janša e il polacco Jarosław Kaczyński, che da anni, come leader del partito Diritto e Giustizia, non agisce in prima persona ma per interposto premier. E poi ci sono tutti quelli che, sia nell’Est sia più a Ovest, cercano di arrivare al governo proprio grazie a piattaforme aggressivamente antieuropee o anche “soltanto” no-euro.

Poi, non bastasse, ci sono anche i cosiddetti Stati frugali che vorrebbero confinare in una penalty box alcuni Paesi che in Europa vorrebbero invece rimanerci, ben volentieri e a pieno titolo, ma che, secondo i rigoristi, hanno troppe patacche di sugo sulla divisa del collegio. E così ogni discussione seria sull’Europa viene immediatamente soffocata da un viluppo di slogan populisti, mentre gli eurofili affogano nella loro stessa timidezza.

In attesa che gli incredibilmente giganteschi stanziamenti del NextGenerationEu – oltre ad accelerare la guarigione dal virus economico portato dal Covid e a stimolare la ripresa economica per cui sono stati pensati – alimentino (forse) anche una nuova fiammata di passione per il progetto europeo, l’Ue dovrebbe capire che cosa fare con gli eurospasimanti. Eh, sì: benché abbia le occhiaie, sia spettinata e abbia il trucco tutto colato, mademoiselle Europe ha comunque degli spasimanti (versione alternativa per gli hashtagghisti pronti a marchiare questa metafora con #immaginesessista: «Eh, sì, benché abbia le occhiaie, la barba di tre giorni e le unghie nere, monsieur Europe ha delle/degli spasimanti». Ma ora torniamo a mademoiselle).

Eh, sì: per quanto con le occhiaie eccetera, mademoiselle Europe ha degli spasimanti, ma ostenta una certa schizzinoseria nei confronti di chi le manda rose rosse. Certo, è sempre bene evitare errori da troppo entusiasmo, come la sopraccitata accoglienza di una Cipro divisa, ma anche quella clausola di opt-out sull’euro concessa in quel dì a Londra e a Copenaghen (e lasciamo perdere la Svezia, che è rimasta impunemente in una situazione borderline e non ha mai adottato l’euro, pur non avendo neppure preteso, a suo tempo, una specifica clausola per avere le tasche libere). Ma non è neanche opportuno lasciare fuori al freddo i pretendenti senza neppure guardarli bene in faccia.

Ci sono due tipi di eurospasimanti. Quelli del primo tipo risiedono nell’Europa sud-orientale. Sono, ad esempio, il presidente serbo Aleksandar Vučić o il premier albanese Edi Rama o il premier macedone Zoran Zaev (che, per appianare la contesa con Atene e quindi la strada verso la Nato e l’Ue, si è trasformato da “macedone” in “nord macedone”) o, seppur più confusamente e in modo più ondivago, alcuni leader bosniaci, montenegrini o kosovari.

Ma Vučić è stato per la prima metà della sua vita un turbonazionalista, e oltretutto sta ridiventando sempre più autoritario e sta riportando la Serbia lontanissimo da ogni concetto di democrazia liberale! Ma l’Albania è sempre più turbolenta e l’approccio, sempre un po’ fuori dalle righe, di Rama, un artista larger than life che interpreta molto “artisticamente” anche la politica, non è affidabile! Ma per la Macedonia del Nord e per il Montenegro (per non parlare della Bosnia e del Kosovo) l’aggettivo “balcanico” è perfino eufemistico!

Tutto questo è, almeno parzialmente, vero. Ma non è molto saggio neanche continuare a giochicchiare con l’europeismo di costoro. L’Ue li ritiene un po’ impresentabili, ma li lascia in un limbo, senza nemmeno un “no” esplicito. Periodicamente concede loro qualche svogliata riunione. E tira in lungo.

Molti pensano che il loro europeismo sia soltanto opportunismo, sia soltanto gola per i fondi Ue, sia soltanto la foglia di fico per farsi perdonare svolte illiberali, sia soltanto il pretesto per mantenersi al potere nello loro rispettive “stabilitocrazie” (il copyright del termine è del politologo Srđa Pavlović) sempre meno democratiche. Ma, al di là del fatto che non tutti gli eurospasimanti balcanici sono uguali, e che le convinzioni di qualcuno di loro sono impossibili da mettere in dubbio – basta leggere, ad esempio, quello che Edi Rama scrisse sul Times prima della Brexit, fornendo una delle spiegazioni più chiare di sempre su che cosa siano quei valori incarnati dall’Ue – ci sono anche altri aspetti da considerare.

Mentre l’Europa si fa i fatti suoi, la Turchia (per nostalgia dell’impero), la Russia (per solidarietà slava e ortodossa), le monarchie del Golfo (per solidarietà islamica), la Cina (per solidarietà con se stessa e con il proprio pervasivo espansionismo economico) non stano trovando nei Balcani potenze concorrenti al loro espansionismo politico, economico e ideologico.

Ora: non è che i Paesi dell’Ue siano del tutto impermeabili a queste influenze, ma lasciare campo completamente libero a russi, turchi, cinesi e arabi del Golfo “fino alle porte di Vienna” non è un’idea delle più brillanti. E, se potrebbe essere rischioso far avvicinare troppo a Bruxelles dei Paesi ancora assai indietro sulla strada della democrazia liberale, basti pensare a che cosa potrebbero essere diventate l’Ungheria o la Polonia qualora non avessero fatto parte dell’Ue e non ci fosse stata nessuna leva, anche volgarmente monetaria ed esplicitamente “ricattatoria”, per contenere gli estri autoritari di alcuni loro leader.

Poi c’è un secondo tipo di spasimanti, quello incarnato dagli scozzesi e, in particolare, dagli scozzesi indipendentisti. In occasione del referendum di secessione dal Regno Unito del 2014, l’Europa si schierò per il “no”, in ossequio alla regola dell’inviolabile unità territoriale dei Paesi che ne fanno parte. Tra le più efficaci armi propagandistiche usate per convincere gli elettori scozzesi, notoriamente europeisti, a rimanere avvinghiati, per quanto malvolentieri, alla gamba di mamma Londra ci fu proprio questa minaccia: «Se uscite dal Regno Unito, uscite dall’Unione europea». Nel referendum sull’indipendenza vinsero i “no”. Poi, nel successivo referendum sulla Brexit, nel 2016, gli scozzesi, così come i nordirlandesi, votarono a grande maggioranza per il “Remain”. Ma non altrettanto fecero gli inglesi e i gallesi. E Brexit fu.

Ora la premier scozzese, Nicola Sturgeon, e il suo Scottish national party chiedono un secondo referendum sull’autodeterminazione. In realtà, gli indipendentisti avevano promesso di aspettare una generazione prima di chiedere un nuovo voto, ma ora dicono che tutto è cambiato proprio perché il Regno Unito ha costretto la Scozia a uscire dall’Unione europea e la Scozia invece ci vuole rientrare. A Capodanno la Sturgeon ha twittato: «Europa, la Scozia tornerà presto. Tieni la luce accesa», con tanto di cuoricini e di una immagine che più romantica non avrebbe potuto essere.

E allora l’Europa che cosa farà? Certo, non deve più rispettare gli scrupoli sull’integrità territoriale britannica, ma siamo sicuri sicuri che a Madrid apprezzerebbero? La Spagna (europeista) è da anni alle prese con i separatisti catalani (altrettanto europeisti). E dire «Se uscite dalla Spagna, uscite dall’Unione europea» è da sempre uno degli strumenti più efficaci per spaventare i catalanisti più pragmatici e indecisi. Molto difficilmente Madrid, che per prudenza non ha mai riconosciuto ufficialmente neppure il Kosovo separatosi dalla Serbia, avallerebbe l’agile ingresso di un’eventuale Scozia indipendente nell’Ue: benché il Regno Unito non sia più nell’Ue e la Spagna invece ne faccia convintamente parte, la possibilità che uno Stato nato da una secessione possa facilmente rientrare nel club europeo costituirebbe comunque un precedente pericolosissimo (per Madrid) e ghiottissimo (per gli indipendentisti catalani).

Ma allora? Gli scozzesi sono democratici, liberali, occidentalissimi (e pure abbastanza frugali). Sono economicamente solidi e abbracciano tutti i valori europei. Vogliono tornare nell’Ue e chiedono che si tenga loro accesa la luce. Come potrebbe l’Europa, malconcia e poco amata com’è, a premere il suo dito sull’interruttore e a spegnere insieme con la luce anche il sogno degli scozzesi?

Non si tratta di scelte semplici certo, né per quello che riguarda i Balcani né per quello che riguarda la Scozia. Ma se l’Europa è un sogno (per quanto razionale e concreto), se è un grande progetto, se è il disegno di un’identità, se è il più incredibile soggetto politico, economico e culturale che sia mai stato pensato e se non è quell’accolita di burocrati tecnocratici e liberticidi disegnata dagli haters, beh, ecco, anche se ci sono molte cose importanti a cui pensare – e la pandemia e la crisi economica e il NextGenerationEu – sarebbe bene anche non perdere di vista troppo a lungo queste questioni. Che sono solo apparentemente marginali.

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