L’auto GolemGli ultimi tweet di Trump, l’autocrate fallito pronto a ritirarsi nel suo Magastan

Tra il 17 e il 20 gennaio sono previste altre tre nuove marce di milizie su Washington e sui parlamenti statali. I collaboratori del presidente scappano, i repubblicani non sanno più che fare, mentre Ivanka pensa a candidarsi al Senato

(Photo by Jim Watson / AFP)
Twitter licenzia il presidente
Il senso di strapotere globale totale di Jack Dorsey e dei suoi deve aver raggiunto il picco ieri dopo pranzo, ora californiana (ma lui era in Polinesia, sempre perché può). Quando Twitter, dopo pressioni interne ed esterne, ha sospeso definitivamente l’account del presidente degli Stati Uniti. Ed è stato come tagliare i capelli a un Sansone imbolsito e bisognoso di Tso.

Il Sansone, che il giorno prima aveva letto un comunicato non-golpista con faccia da ostaggio, ieri mattina ha ripreso a twittare cose discutibili ed è stato licenziato. Ha provato a twittare dall’account ufficiale della Casa Bianca ma l’hanno cancellato anche lì, e intanto Apple e Google hanno rimosso l’app di Parler, il social network dei trumpiani sediziosi.

La notizia ha fatto un’enorme impressione, soprattutto su Twitter. Ha messo in secondo piano la richiesta dei democratici più qualche repubblicano di avviare un nuovo impeachment, la minaccia di Lisa Murkowski dell’Alaska di lasciare il partito repubblicano se Trump non si dimette, le pressioni di Nancy Pelosi sul Pentagono perché vengano usate «tutte le precauzioni disponibili» per evitare che Trump usi i codici nucleari o anche solo bombardi qualcuno alla vecchia maniera.

Anche perché ora, riferiscono dalla Casa Bianca a Politico, il quasi ex presidente è «arrabbiatissimo» per la cacciata da Twitter. In questi giorni lo descrivono come fuori di testa, aggressivo anche con gli ultimi collaboratori rimasti, che spesso caccia per non sentire i loro consigli.
Il Golem autoprodotto
«Trump è un golem, ma è un mostro che si è creato da solo», diceva ieri il suo ex avvocato Michael Cohen. «E ora è un golem impaurito e furioso». Un golem che, fa presente su MSNBC lo storico presidenziale Michael Beschloss, è in grado di proclamare la legge marziale, scatenare una guerra e usare armi nucleari, e pochi hanno voglia di ridere.
Altri lo paragonano a Nerone nel periodo piromane, dicono che questi, per gli Stati Uniti, sono i giorni più pericolosi dopo la crisi cubana, e pochi dissentono.
La puzza di Trump
I collaboratori presidenziali sono ora divisi tra chi scappa (ultima la sua amatissima assistente Hope Hicks) e chi probabilmente prende appunti per la miniserie in otto puntate sugli ultimi giorni di Trump. Per i figli è complicato. Perché «la puzza di Trump» è impossibile da eliminare, ora, scrive la trumpologa di Vanity Fair Emily Jane Fox. E i tre maggiori, Don jr, Ivanka ed Eric si sono rotolati fino all’ultimo nel trumpismo. Mercoledì, al raduno prima dell’assalto al Campidoglio, Don junior aveva motivato la piazza gridando «you can be a hero or you can be a zero»; Eric e la moglie Lara hanno ripetuto «non smettete di combattere», poi sono tornati a Manhattan scortatissimi. Ivanka ha twittato il suo sostegno agli «American Patriots», poi ha cancellato il tweet.

Tutti e tre più il babbo si possono ammirare in un video girato durante l’attacco a Camera e Senato. Don jr. ha le solite pupille dilatate, la fidanzata Kimberly Guilfoyle balla, Donald senior e Ivanka guardano con soddisfazione i manifestanti in tv.

Anche se Ivanka non è soddisfatta, si sta trasferendo in Florida e vorrebbe candidarsi al Senato nel 2022. E ora  teme la radicalizzazione del trumpismo, che potrebbe stroncarle preventivamente la carriera. Anche se – sondaggio di YouGov – il 45 per cento dei repubblicani iscritti a votare vede favorevolmente l’invasione del Campidoglio (il marito di Ivanka, Jared Kushner, mercoledì stava tornando dall’Arabia Saudita).

Comunque, Ivanka fa sapere ai media che è sempre lei a convincere il padre a non esagerare e a leggere comunicati quasi moderati, e che è in continuo contatto con Capitol Hill. Mentre Melania, la moglie del presidente, mercoledì era occupata a far fotografare gli arredi della Casa Bianca. E non dice niente, anche perché la sua capa di gabinetto e la sua social secretary si sono dimesse (ma qualche addetta stampa racconta ai giornalisti che in questi giorni i due parlano moltissimo, al telefono).

Gli ultimi giorni comparati
Tanti paragonano questo ultimo Trump alla Casa Bianca a Adolf Hitler nel bunker (abbondano i meme) e a Richard Nixon negli ultimi giorni del Watergate (però allora Nixon pare ragionevole). Dal bunker di Trump arrivano le notizie che ci si aspettano. Secondo il Washington Post «chi ha avuto a che fare con Trump lo ha trovato fragile e instabile… Arroccato dentro la Casa Bianca ad ascoltare solo un piccolo gruppo di consiglieri leali, Mark Meadows, Dan Scavino, Johnny McEntee, Stephen Miller» (Miller, lo spirito umanitario a cui si deve la separazione dei bambini dai genitori migranti al confine col Messico, è detto il Goebbels di Santa Monica, e il parallelo col bunker torna utile).
Repubblicani contro altri repubblicani
L’ex chief of staff John Kelly invoca il 25esimo emendamento per rimuovere il presidente che ha servito. Il senatore conservatorissimo Ben Sasse del Nebraska – ora detto il Romney giovane – considera pubblicamente l’impeachment. Poi ci sono Murkowski, Romney e i moderati del Senato che non vedono l’ora di liberarsi di Trump.
E poi ci sono i trumpiani per amore o per forza della Camera, dal leader di minoranza Kevin McCarthy in giù: i deputati vengono eletti ogni due anni, e non possono permettersi di contraddire la base complottista e spesso fascistizzata. Mentre al Senato due repubblicani già al lavoro per le primarie 2024, Ted Cruz del Texas e Josh Hawley del Missouri, hanno davvero molto corteggiato e incitato gli assaltatori e i loro sostenitori, e ora molti chiedono le loro dimissioni o la loro espulsione.

Forse non succederà, ma il braccio alzato di Hawley per incoraggiare i dimostranti, e l’email di Cruz per chiedere soldi mandata ai sostenitori durante l’assalto resteranno nella storia del post-trumpismo. Che è appena iniziato.

Il 19 gennaio è prevista una nuova calata su Washington, nei post online degli organizzatori si invita a venire armati. Per il 17 i Bugaloo Bois pensano a un «secondary attack» a Capitol Hill e in altri campidogli, Michigan, Pennsylvania, eccetera. Il 20 dovrebbe esserci la Million Militia March, per rovinare l’insediamento di Joe Biden e Kamala Harris, o peggio. Trump non ci sarà, dovrebbe partire per Palm Beach il giorno prima.

Secondo Michael Cohen, lui «voleva diventare un autocrate, e ora cercherà di trasformare Mar-a-Lago nel suo nuovo regno, il MAGAstan». Un regno lussuoso, per diventare cittadini/soci del club si pagano centinaia di migliaia di dollari, i trumpiani eversori pittoreschi verrebbero tenuti fuori. Anche se forse saranno loro gli ultimi ammiratori, sostiene qualche ottimista come Michelle Goldberg del New York Times. Cacciato dai social network, scaricato dalle elite repubblicane e dai megaricchi conservatori, Trump ora è il leader delle frange estreme e delle milizie terroriste (sostenute da un terzo degli elettori, secondo i sondaggi; e nessuno pensa che Trump e soprattutto I trumpiani smettano dopo il 20).

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