La tragedia TrumpOra il partito repubblicano dovrà trovare un leader “decent”

Le responsabilità e le complicità del Grand Old Party sono evidenti. Ora è necessario rigenerarsi e trovare un candidato serio con cui nel 2024 non si ripeta lo scenario “o vince il democratico o sarà il caos”. Biden potrebbe dare una mano

LaPresse

L’invasione del palazzo del Congresso in una democrazia non è un evento che ha bisogno di distinguo. Se fosse stato vandalizzato, o incendiato, o danneggiato da ordigni esplosivi, non sarebbe stato più grave. Sarebbe stato più impressionante forse, ma non vi sono asticelle da abbassare o alzare per valutare la gravità di quanto accaduto il 6 gennaio a Washington. I commentatori che hanno definito quello il vero giorno dell’infamia per la storia americana, non esagerano.

Di chi è la responsabilità di tutto ciò? Qui da noi, il direttore di questo giornale è tra i pochissimi che da più di  quattro anni ha inquadrato la presidenza Trump prima come una cialtronata, poi come un progetto eversivo. Da ieri, ma purtroppo solo da ieri, ora il dubbio se lo stanno ponendo in molti. Negli Stati Uniti, ovviamente, il dibattito è stato molto più vivace.

L’intervista di Charles Kupchan sul Corriere di giovedì insiste sulle responsabilità del Partito repubblicano. E qui sta, secondo me, il vero nocciolo della questione: l’abdicazione del Grand Old Party (soprannome del Partito repubblicano, ndr) a promuovere – o accettare – un leader decente (nel senso americano del termine decent, che somiglia più al nostro: persona di qualità, anche se non ne condividiamo le idee).

Il dramma non si esaurirà nei prossimi 12 giorni, fino all’insediamento di Biden come 46esimo Presidente USA. Resterà l’eredità del trumpismo come forma di disprezzo verso le istituzioni, viste come mero strumento di utilità personale. Il bilancio dell’Amministrazione Trump dal punto di vista politico, è altra cosa, ma non vorremmo finire sul discorso «i treni arrivavano puntuali», perché sarebbe sterile e fuorviante.

L’eredità del trumpismo è evidente: la menzogna come strumento di gestione del potere e di creazione di un consenso affidato ai sentimenti più estremi della popolazione. L’onere della prova a carico dell’accusa – principio primo dei sistemi liberali – è stato annullato da Trump, non solo sulla regolarità delle elezioni, ma su tutta la dialettica tra Amministrazione e opposizione democratica. Quanto accaduto ieri al Congresso è logica conseguenza: le parole contano, è una lezione della storia, i cattivi maestri producono sempre delle conseguenze. Il consenso, difatti, è necessario al pari della forza affinché le dittature si compiano.

Qui la responsabilità del GOP è evidente: anziché contrastare Trump, ne ha favorito l’ascesa, prigioniero dell’uomo forte. Cosa può accadere adesso? Nella storia americana, vi sono stati sei attentati alla vita di un presidente, di cui quattro purtroppo riusciti. Al di là di scenari estremi che alla luce di quanto accaduto ieri non possono essere esclusi, se come auspicabile la presidenza Biden andrà avanti almeno quattro anni resistendo agli scossoni, la grande novità potrebbe essere proprio questa: per la prima volta forse nella storia americana, il successo del Presidente non sarà dettato dalla realizzazione di una piattaforma economica o, per esempio, di politica estera, ma dalla ricucitura delle ferite, dal tenere il Paese insieme. E questo passerà anche dalla capacità di Biden di aiutare il partito repubblicano a rigenerarsi e a produrre una nuova leadership che non porti, nel 2024, al ripetersi di un scenario del tipo: o vince il candidato democratico, o sarà il caos. Senza una leadership anti-trumpiana forte, l’alternativa è il buio.

È superficiale chi ritiene che la spaccatura alle elezioni significhi una insanabile spaccatura dell’America. Persino a Washington ieri, tra molti estremisti che si spera l’FBI sarà in grado di arrestare, c’erano migliaia di persone che sì, credono nella menzogna trumpiana, ma non avevano bombe molotov, non hanno attaccato poliziotti, non hanno distrutto la città.

Quando ci si stupisce per i 74 milioni che hanno votato per Trump, si sottovaluta che la differenza di voti tra Obama, cioè tra il presidente più popolare di sempre per i Democratici, e Romney, fu di 5 milioni di voti, minore dello scarto con cui Biden ha battuto Trump (oltre 6 milioni). Questo per dire che alla fine in democrazia il voto va all’offerta politica di riferimento: ieri Romney, oggi Trump, domani?

Un estremista come Trump può raccogliere le frange estreme, un moderato no. Ma la base repubblicana resta lì, in attesa di votare il candidato che gli verrà presentato. Certo: si può chiedere agli elettori di aprire gli occhi, si può vietare Twitter, si possono arrestare i complottisti, si possono chiudere le emittenti televisive e radiofoniche che fanno eco alle menzogne. Sarebbe giusto in un Paese moderno. Ma è tutto più difficile, comunque, rispetto alla presa di coscienza di una leadership ristretta di politici, in grado di produrre un candidato decent. Almeno partiamo da lì.

Il leader della minoranza repubblicana al Senato, Mitch McConnell, è uno dei volenterosi carnefici di Trump. Il suo discorso dai toni costituzionali di mercoledì al Congresso non lo solleva dalle responsabilità tragiche degli ultimi quattro anni. Però lui e Biden sono le due persone che si conoscono da più tempo in Congresso. Sono due politici che praticano l’arte del compromesso e del rispetto. Biden non ha le posizioni ideologiche estreme che hanno contrassegnato la presidenza Obama. Lavorando in modo bipartisan con McConnell, chiedendo in cambio di lavorare per consegnare il trumpismo all’oblio, potrebbe non solo coronare con successo la sua presidenza, ma dare un contributo storico alla salvezza della democrazia americana.

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