Gli antifascisti del 26 aprileI McConnell di casa nostra e altri esempi di trumpiani smarriti

Improvvisamente, Zuckerberg e molti sostenitori di Trump si sono svegliati. Chissà quando capiterà la stessa cosa nei confronti degli alfieri del populismo nostrano attualmente insediati a Palazzo Chigi

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Aumenta di ora in ora il numero dei consiglieri, ministri e consulenti in procinto di lasciare la Casa Bianca, per l’impossibilità di frenare l’indignazione dinanzi al comportamento del suo principale inquilino, peraltro a forte rischio di morosità. A sollecitare lo sfratto potrebbero essere infatti anche diversi parlamentari repubblicani, diventati improvvisamente ansiosi di votare alla velocità della luce una seconda procedura di impeachment.

Cioè esattamente quella cosa che avevano bocciato neanche un anno fa, davanti a una quantità di prove tale da avere già consentito la condanna di un discreto numero di strettissimi amici e collaboratori del presidente. Avanzi di galera che un minuto dopo la bocciatura della procedura di impeachment Donald Trump ha prontamente proceduto a graziare, senza che ci trovasse nulla da ridire nessuno degli indignati odierni, decisi ora non solo a dimettersi, a poco più di una settimana dalla naturale scadenza, ma persino a denunciare le pulsioni autoritarie del loro leader, o comunque a prenderne pubblicamente le distanze. 

Molti lo hanno già fatto, naturalmente. A cominciare da tutta l’allegra famiglia McConnell, composta dal leader della maggioranza al Senato (cioè il principale responsabile dell’affossamento dell’impeachment di cui sopra) Mitch McConnell, il quale si è dissociato da Trump con un vibrante discorso pochi giorni fa, e da sua moglie Elaine Chao, che si è dimessa da segretario ai Trasporti giusto l’altro ieri, perché «profondamente turbata» dai disordini che il capo del governo di cui faceva parte aveva passato gli ultimi due mesi a organizzare.

All’elenco degli scandalizzati dell’ultimissima ora, o degli antifascisti del 26 aprile, bisogna poi aggiungere Mark Zuckerberg. Il quale ha deciso di mettere al bando dalla sua piattaforma quello che è ancora formalmente il presidente degli Stati Uniti, il giorno dopo il suo piccolo tentativo di golpe (o per essere più precisi, il giorno dopo che il suo piccolo tentativo di golpe è fallito). Senza dimenticare i giornali di Rupert Murdoch, dal New York Post al Wall Street Journal, e tanti, tantissimi altri.  

Per quanto non sia un gran bello spettacolo da vedere, c’è da augurarsi che la mesta ritirata dei sostenitori e dei fiancheggiatori della prima e della penultima ora continui, e possibilmente si allarghi anche agli altri paesi, come l’Italia, dove non sono mancati gli entusiasti cantori del trumpismo. Politici, giornalisti e intellettuali che non hanno esitato a sostenere il presidente para-golpista fino all’altro ieri, compreso tutto il grottesco delirio sul risultato elettorale rubato, incredibile per qualunque adulto normodotato, dinanzi a una sconfitta clamorosa, certificata da fior di ufficiali, autorità e governatori repubblicani.

Incredibile ma pur sempre indispensabile, come premessa di qualunque tentativo di rovesciare l’esito delle elezioni. Perché questo è stato il reiterato e niente affatto scherzoso tentativo di Trump, ed è cominciato molto prima che qualche centinaio di esaltati – su sua esplicita e diretta indicazione – marciasse contro il parlamento per impedire la ratifica del risultato (da segnalare tra l’altro che gli esaltati erano non solo armati, ma anche muniti di apposite fascette di plastica come quelle usate per immobilizzare gli ostaggi). 

Non è affatto rassicurante – per noi italiani – l’idea che fino al giorno prima dell’assalto non abbiano esitato a sottoscrivere simili dichiarazioni, sapendo benissimo cosa facevano, fior di candidati alla guida del nostro paese, come Matteo Salvini e Giorgia Meloni, seguiti grosso modo dal cento per cento dei rispettivi gruppi dirigenti (se qualcuno si è dissociato e mi è sfuggito sarò lietissimo di scusarmi e fare pubblica ammenda). Per non parlare di giornalisti e conduttori televisivi. 

L’elenco però non sarebbe completo fino in fondo, e nemmeno onesto, se non comprendesse i veri McConnell di casa nostra. Vale a dire quegli anziani (e anagraficamente anche meno anziani) professionisti della politica che nei palazzi delle istituzioni sono cresciuti, ma sono stati ben lieti di accodarsi agli alfieri del populismo trumpiano attualmente insediati a Palazzo Chigi. E nel farlo non hanno esitato a negare persino l’evidenza. Salvo stupirsi e scandalizzarsi dinanzi alla resistenza di Giuseppe Conte nel condannare un presidente uscente che incita i propri sostenitori ad assaltare il parlamento.

Non so dire quando sarà, ma sono sicuro che anche questi raffinati McConnell nostrani, prima o poi, rilasceranno contorte interviste nel tentativo di spiegare perché, quando proponevano Giuseppe Conte come leader del centrosinistra, o quando lo definivano l’uomo più popolare d’Italia e il punto di riferimento di tutti i progressisti, non stavano dicendo esattamente questo, e se anche lo stavano dicendo intendevano un’altra cosa, e se anche intendevano proprio questo lo facevano comunque nel superiore interesse del paese, e per nessun altro motivo. Chissà se anche allora troveranno qualcuno ancora disposto a crederci.

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