Linea GoffredoL’aut aut del Pd non è solo tattica, dice Bettini. Ma prepariamoci lo stesso a un piano B

I dem sembrano ancora arroccati dietro lo stendardo “Volturara Appula o morte”. Ma se il Conte ter non quagliasse, davvero Zingaretti potrebbe dire di no a Mattarella, anche davanti all’ipotesi di un governo istituzionale (Marta Cartabia)? E con quale motivazione? Annientare Renzi?

LaPresse/Fabio Cimaglia
«Ma quando Bettini va su giornali e tv a spiegare la strategia del Pd esattamente a nome di chi parla? Di se stesso? Della sua corrente? E in quale veste? Semplice militante? Segretario facente funzione? Così mi regolo», ha twittato il deputato dem Alfredo Bazoli, capogruppo in commissione giustizia, infrangendo una certa “disciplina” che nell’éra Zingaretti si è progressivamente insediata al Nazareno. Già, la linea è quella di Goffredone oppure no? Cioè: il Pd sarebbe veramente indisponibile a un governo del presidente nel caso Giuseppe Conte fallisse? O l’aut aut bettiniano è tattico, negoziale?
Non è tattica, ci ha fatto sapere il diretto interessato, il Nero Wolfe del Pd, che tutto osserva e tutto dispone da casa sua ai piedi di Monte Mario a Roma come il celebre investigatore risolveva i casi più complessi dalla sua grande abitazione nella 35esima strada di Manhattan. Eppure stavolta Goffredo-Wolfe può sbagliarsi. Non è affatto detto, anzi, che se l’avvocato fallisse si andrebbe alle urne. E non solo non è minimamente provato che in caso di elezioni l’asse Conte-Zingaretti-Di Maio-Bersani vincerebbe, come Bettini in fondo pensa, ma soprattutto che l’area riformista fuori dal Pd verrebbe spazzata via, come gli uomini del segretario pregustano. Al contrario, è verosimile che questa area, che tutto sommato può puntare al 10 per cento, in un sistema proporzionale sarebbe l’ago della bilancia, e in ogni caso l’utilità marginale per assicurare un governo di centrosinistra. Comunque si vedrà presto se la linea Maginot disegnata da Bettini terrà o sarà travolta dalla realpolitik.
E qui veniamo al tentativo di formare un Conte 3, cioè la maggioranza che c’era più i sudamericani di Merlo, i centristi di Bruno Tabacci, ex grillini e qualcun’altro. Se l’operazione, entrando nei meandri perigliosi del documento scritto o cronoprogramma che dir si voglia, dovesse andare a sbattere, al presidente della Repubblica toccherebbe in sostanza ricominciare da capo su un altro schema che poi alla fine è uno solo: il governo del presidente, o istituzionale, guidato da una figura super partes in grado di garantire tutte le forze parlamentari e di abbassare una temperatura che ha abbondantemente superato, per responsabilità di tutti, il livello di guardia.
Un governo che governi, diciamo, riprendendo uno slogan degli anni Settanta, e che cioè affronti di petto le questioni più urgenti, la campagna di vaccinazione e il Recovery plan (con scuola e giustizia che restano due capitoli decisivi in sé e appunto in rapporto al NextGenerationEu, come ha ricordato più volte Paolo Gentiloni a proposito della imprescindibilità di fare le riforme di sistema). Non è possibile che il Nazareno non conosca questa strada che il Quirinale dovrebbe avere in mente: e come potrebbe, il Pd, mettersi di traverso a questa prospettiva? Dicendo che bisogna annientare Italia viva?
Prepariamoci dunque a un Piano B, nel caso l’esplorazione di Roberto Fico dovesse fallire: proprio il presidente della Camera, secondo alcune voci, potrebbe essere incaricato di formare una maggioranza e un governo istituzionale, oppure, come è ormai vox populi, l’ex presidente della Consulta Marta Cartabia, che tra l’altro diverrebbe la prima donna a capo del governo italiano.
Resta nelle chiacchiere il nome di Mario Draghi, irresponsabilmente tirato in ballo per una presunta telefonata ricevuta da Mattarella, che il Quirinale ha seccamente smentito, mentre è evidente che nessuno sa dire alcunché sulle intenzioni dell’ex guida della Banca centrale europea e ugualmente nessuno potrebbe fare previsioni su come reagirebbe di fronte a una chiamata reale dal Colle…
Intanto stamattina si allestisce il mega-tavolo sul cronoprogramma, il rischio è di una sarabanda di personaggi e di un accumulo di indicazioni politiche, un bailamme di discorsi per sciogliere in poche ore nodi programmatici che non si sono sciolti in molti mesi. Per tacere dei problemi legati ai nomi dei ministri, con Matteo Renzi che chiede una netta discontinuità e Pd e Cinque stelle che preferirebbero una certa continuità (un po’ a sorpresa ieri l’endorsement di Paolo Bonomi a Roberto Gualtieri, che forse non si aspettava una sponsorizzazione di Confindustria). Ore difficili, dunque, ma Pd e M5s ci credono: e finora c’è solo questo.

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