Dieci anni in tre giorniTutto tranne un Conte ter (per non parlare di D’Alema)

Quello che sarà deciso nelle prossime ore avrà ripercussioni sulla tenuta dell’Italia per molto tempo. Perché, se prevarrà la linea ultrastatalista di quelli che “intanto spendiamo, poi tassiamo e poi si vedrà”, il risultato è sicuro: chiunque verrà dopo di loro dovrà costruire sulle macerie

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Le scelte sul governo dei prossimi tre giorni avranno probabilmente un impatto sui prossimi dieci anni. E se alla fine si va avanti con Giuseppe Conte e il corredo di Rocco Casalino, di Domenico Arcuri, delle pensate di Massimo D’Alema articolate dal fido Goffredo Bettini, di Marco Travaglio e degli incompetenti Cinque stelle coadiuvati dai nullafacenti del Pd al governo, l’esito è scontato.

Alla fine del viaggio – il cui unico vero scopo è eleggere il prossimo presidente della Repubblica (e sono tanto incompetenti da non capire che non hanno nemmeno i numeri per farlo, visto che Matteo Renzi difficilmente farà passare un amico della “ditta” Bettini/D’Alema e che i delegati regionali sono in maggioranza di centrodestra…), oltre che sperare (senza ormai alcuna possibilità come vedremo più sotto) che l’«alleanza naturale con i Cinque stelle» (Franceschini) eviti il successo al centrodestra nelle prossime elezioni – troveremo solo macerie.

Un governo Conte ter, sia pure con correttivi e con il cornoprogramma di Vito Crimi (!), sarà identico nei risultati agli Stati generali, al piano Colao e alla scatoletta di tonno. E arriverà al 2022 con una crisi sociale fortissima, con enormi problemi di bilancio (perché i soldi spesi male non tornano più) e con una pressione europea per le riforme, che non saranno state fatte per nulla, tale da garantire un successo a valanga per il centrodestra nel 2023 o, più probabilmente, nel 2022, dopo l’elezione del presidente della Repubblica.

A quel punto il centrodestra governerà, ma governerà sulle macerie. Ed è per questo motivo che oggi e subito Matteo Salvini dovrebbe dare con chiarezza sostegno a un “governo del presidente”, con a capo la figura che Mattarella sceglierà se vuole fare davvero qualcosa di utile a questo Paese.

I motivi per questa facile previsione sono l’incompetenza di Conte, la balordaggine dei Cinque stelle, destinati a estinguersi a fine legislatura (ma due anni sono atrocemente lunghi, in queste condizioni), ma anche e forse soprattutto l’ideologia “dalemiana” presente nel Pd e che trova, questa sì, eco e ricezione da parte dei grillini.

Questa ideologia reclama una fortissima intermediazione dello Stato nella vita del cittadino, un aumento della pressione fiscale per finanziarla, la repressione strisciante delle libertà individuali e la convinzione che lo Stato debba sempre intervenire a limitare, proibire, tassare. Abbiamo visto in questi diciotto mesi una serie continua di provvedimenti in tal senso, che erano solo in parte giustificati dalla pandemia e che, per definizione, continuerebbero con il nuovo governo.

Questa ideologia, sconfitta dalla storia e dall’esperienza concreta di molti Paesi, si basa su un pericolossissimo e seducente pregiudizio, vale a dire l’assunto del primato della collettività sull’individuo. Seducente perché attira con promesse di facile riscossa sociale le masse, promettendo benefici per tutti a danno di pochi. Pericolosissimo perché non è per nulla vero nella realtà, e cioè nei comportamenti delle persone e delle famiglie e nella stessa natura umana.

Questa ideologia sostiene l’opposto di chi, come me, pensa che invece la pulsione dell’uomo e la sua stessa natura siano portate al costante miglioramento della condizione propria, della propria famiglia e infine della propria comunità sociale. Ma in quest’ordine e non nell’ordine opposto, che non funziona mai. Lo Stato è la comunità che raccoglie correttamente risorse (tasse) per il beneficio delle famiglie, non l’opposto. Le tasse devono essere commisurate al beneficio comune, non all’obiettivo di raccogliere consenso elettorale con sconsiderate mancette. Le tasse sono un mezzo, non un fine in sé per aumentare il potere e l’intermediazione di chi le definisce. Sono un mezzo opportuno e necessario per gestire la comunità, non il meccanismo revanscista per mortificare chi produce ricchezza.

In Italia, i dati oggettivi dicono che la spesa pubblica calcolata sul Pil (escludendo per un momento gli interessi) è ai massimi livelli in Europa. All’opposto, la qualità della spesa è chiaramente ai minimi livelli. Quindi c’è inefficienza, ma gli “intermediatori” Pd/Cinque stelle non ne vogliono parlare, perché colpire l’inefficienza è poco popolare nella loro costituency elettorale. Quindi, silenzio assoluto e soprattutto nessuna azione.

Per contro, in Italia le entrate fiscali, sempre in percentuale sul Pil, sono ai massimi livelli rispetto al resto d’Europa e del mondo (per definizione, visto che la spesa è altissima e in più c’è un enorme debito). Questo benché la stima dell’evasione fiscale sia massima rispetto alle medie europee (si calcola che sia circa il doppio di quella tedesca). Basta applicare una matematica da prima elementare per dedurre che le aliquote fiscali sono elevatissime, quasi punitive. Massima evasione, massimo carico fiscale per bilanciare massima spesa uguale aliquote punitive. Elementare e percepito da tutti coloro che leggono il proprio cedolino paga, a tutti i livelli di retribuzione.

Ebbene, in un contesto di questo tipo le priorità sono ovvie:

– massimizzare la crescita economica per gestire il debito (anche qui, matematica semplice);

– ridurre la spesa pubblica improduttiva per potere liberare risorse per le famiglie, riducendo e non aumentando le aliquote;

– attrarre investimenti e produttività in tutti i modi possibili per migliorare la base fiscale imponibile e gestire il drammatico calo demografico.

Massimo D’Alema e il Pd vogliono ignorare l’evidenza che il capitale esiste, che in un contesto globale è mobilissimo e che va là dove c’è rendimento. Azzoppare il rendimento del capitale significa, banalmente, perdere opportunità di crescita e di investimento. Non a caso, l’Italia è di gran lunga ultima nella capacità di attrarre foreign direct investment, e cioè capitali esteri. Siamo ultimi perché, nel tempo, i governi hanno populisticamente penalizzato il rendimento del capitale con una burocrazia pletorica, aliquote fiscali elevatissime e una giustizia straordinariamente lenta.

La tanto bistrattata Grecia nei prossimi cinque anni conoscerà un boom di investimenti esteri semplicemente perché Kyriakos Mitsotakis – primo ministro educato ad Harvard, quattro lingue, esperienza in Chase Manhattan Bank e McKinsey – sta governando bene e quindi i bassi salari reali e l’enfasi su turismo e infrastrutture attirano cospicui investimenti. Noi, invece, abbiamo l’esploratore Roberto Fico, il ministro Luigi Di Maio e l’avvocato (non tra i migliori e con curriculum taroccato) Conte, che mai esprime un punto di vista su questi temi, per paura di scontentare chicchessia. E loro non esprimono né competenze né tanto meno comprensione di queste dinamiche che sono matematicamente inesorabili.

Da noi la serie di economisti (economista era Alberto Alesina, ma insomma chiamiamo così anche loro) “ideologizzati” come Mariana Mazzuccato o Emanuele Felice, responsabile economico del Pd, postulano misure autolesioniste nella convinzione perenne che lo Stato debba aumentare il suo spazio e intermediare i privati. Fa orrore sentire con orgoglio che Cassa depositi e prestiti (cioè lo Stato) è il primo investitore nella Borsa italiana. Fa ridere l’affermazione che Apple ha “sfruttato” gli investimenti internet del governo americano (chissà perché solo Apple… e gli altri? E perché da noi nessuno ha “sfruttato” internet dal 1996?). La Mazzuccato non ha addirittura firmato il piano Colao, che è forse il migliore documento prodotto negli ultimi tre anni, perché «selvaggiamente liberista».

La matrice ideologica è sempre la stessa. Meglio che intervenga lo Stato, non regolando (cosa che sarebbe doverosa e peraltro non facile) ma gestendo direttamente (cosa fallimentare oltre che palesemente impossibile). E quindi nel 2020, in piena emergenza pandemica, buttiamo al vento 3 miliardi (forse adesso 4…) per Alitalia, altri 4 per Ilva, gestiamo il dossier Autostrade con un dilettantismo patetico (e adesso arriveranno da Bruxelles le mazzate tremende della Corte di giustizia) e intanto i ristori sono tardivi, insufficienti e ridicolmente bassi per le medie imprese. Eccetera. Eccetera.

Nel frattempo, l’ideologia “intermediativa” prevede la cattura del consenso con sussidi. Essendo incapaci di generare crescita e sviluppo si producono mancette – ovviamente sempre a debito e cioè a carico delle future generazioni che non votano – per mantenere il consenso delle “masse”. E così cashback, bonus vacanze, monopattini, presepi, banchi a rotelle, l’incredibile bonus 110 per cento che va a favorire regressivamente la proprietà immobiliare concentrata, e molti molti altri.

Poi un bel convegno sul calo demografico, senza mettere in campo l’ovvia considerazione che, fino a quando si fa politica con un evidente, colossale, trasferimento intergenerazionale a danno dei giovani e in favore degli anziani, è impossibile pensare che i cittadini italiani non se ne accorgano nemmeno, e facciano molti figli.

Ma da dove arrivano i soldi per sanità, welfare, istruzione e ordine pubblico? Dai privati, ovviamente. Che bisogna però tassare, ostacolare, minacciare con cartelle esattoriali surreali, frenare. Sempre nella perversa logica del tagliare il ramo su cui siedono quelli che ostentatamente si vorrebbe “proteggere”, nel “loro specifico interesse”, con cui si spera di raccogliere voti e poltrone.

Saranno, ahimè, pensionati, pubblico impiego e Sud a pagare il prezzo del redde rationem quando verrà, perché la mancanza di crescita e di base fiscale alla fine porterà alla riduzione dello Stato sociale e non c’è patrimoniale che tenga, come sa perfettamente chiunque capisca la differenza tra flusso e stock (anche qui inutile chiedere a un ideologo con pregiudizi).

Poi arrivano i fantastici 209 miliardi. E allora via con la retorica dell’“abbiamo un regalo dall’Europa e siamo perciò convinti europeisti” (ma anche vegani, socialisti, liberali, popolari, ecumenici, teodem e, se serve per un Ciampolillo qualsiasi, siamo anche marziani). Ma che regalo? Si tratta in massima parte di debito, condizionato a riforme di cui non si vuole parlare perché difficili e impopolari da fare. E quindi, per nostra incapacità, arriveranno molto meno di 209 miliardi. E poi saranno da restituire.

La novella dei 209 miliardi è la manna per un governo statalista. Possiamo spendere a piene mani! Evviva! Non si è mai potuto farlo, ma adesso, sì, spendiamoli allegramente!

Il primo Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) era questo: una lucida manciata di mancette condita da aggettivi roboanti e di moda come “digitale”, “circolare”, “verde”. Ed era anche, ovviamente, contro le disuguaglianze. Propaganda purissima che sarà smentita già quest’anno, provocando, quando diventerà evidente, l’ennesima reazione di astio da parte dei cittadini (e allora l’Europa diventerà di nuovo matrigna e non mamma).

Sono di questi giorni le prime reazioni in Europa. E chi legge la stampa estera sa che si parla già del “problema Italia”, visto che è evidente a tutti, in Europa e nella Commissione, che quanto messo in campo finora è semplicemente patetico e populista. Le parole del sempre misurato Paolo Gentiloni, che peraltro è espressione del Pd, sono inequivocabili per chi le vuole leggere.

Per effetto della retorica populista e statalista, l’Italia è diventata uno Stato pieno di diritti dei cittadini, a cui non corrispondono però doveri, né tanto meno si dà atto che il costo economico di questi diritti “sacri” è finanziato dal lavoro e dal risparmio dei privati, non certo dall’azione dello Stato che, all’opposto, come intermediario, distrugge una cospicua parte della ricchezza creata con fatica dai privati. Sembra sempre che sia lo Stato a “difendere” i diritti, ma senza le risorse comuni delle tasse, nessuno di questi diritti esisterebbe, come è peraltro evidente nella Cina comunista, massima espressione della repressione dei diritti delle persone e del controllo dello Stato sull’economia, ma ugualmente massima espressione anche dell’incoraggiamento, oltre ogni nostra immaginazione, allo sfruttamento del lavoro da parte delle imprese e del “capitale”. L’Italia o meglio questa parte politica, fa esattamente l’opposto, esasperando i diritti individuali (che costano moltissimo) e reprimendo imprese e capitali che generano le risorse necessarie. Banalmente, non può durare e infatti non durerà. Siamo al redde rationem.

La visione di questo governo è chiara, evidente e perdente. Purtroppo questa volta il combinato disposto di Covid, debito pubblico, demografia e condizioni di partenza non lascia scampo. Un Conte ter ci porterà alla rovina. E sarà l’Europa, con il possesso del nostro debito pubblico e con i saldi target 2 che esploderanno, a imporre il rientro in un percorso di sostenibilità. La strada sarà però durissima e faticosissima, dopo 2 o 3 anni di errori clamorosi, nessuna riforma, sprechi, mancette, sussidi.

È per questo motivo che adesso bisogna ribellarsi. E bisogna dire con chiarezza che senza Renzi saremmo sprofondati nel baratro in cui questa visione ci porta, altro che irresponsabile.

Bisogna chiedere con forza, anche da parte dell’opposizione di centrodestra, che ha grandissime responsabilità, un governo di competenti. Di persone che vedano la stella polare dello sviluppo, dell’attacco della spesa improduttiva (cominciamo da quota 100 e reddito di cittadinanza per esempio), della lotta all’evasione fiscale, dell’attrazione di investimenti e produttività come i pilastri del nuovo governo.

I numeri in Parlamento per questo governo ci sono. E, se non ci fossero, qualsiasi cosa è meglio del Conte ter e della visione di intermediazione populista e statalista del passato governo. Anche le elezioni. Tutto, ma non Conte + Pd&D’Alema.

Il nuovo governo durerà almeno 18 mesi per effetto del semestre bianco. Ma non abbiamo più 18 mesi di tempo per errori così marchiani e per un’ideologia minoritaria nel Paese, gravemente divisiva sul territorio tra il Nord produttivo, stremato dalle chiusure, e il Sud sussidiato, e per quanto riguarda le distorsioni che sono già enormi (e che continuano a peggiorare) tra garantiti e non garantiti. In questo contesto il rischio di un’implosione della nostra comunità, proprio in quanto palesemente incapace di difendere le famiglie e le persone, non è per nulla da escludersi.

Per questo motivo bisogna sperare che Renzi imponga condizioni davvero durissime, ben sapendo però, purtroppo, che Conte accetterebbe qualsiasi umiliazione pur di continuare le conferenze stampa con la pochette. E che il Pd vuole solo e sempre governare, come ha fatto in nove degli ultimi undici anni con risultati davvero pessimi e indipendentemente dai voti degli italiani che, se sono contrari, vuol dire che “non capiscono”.

È ora di fermare questa commedia con dichiarazioni e comportamenti ridicoli che nascondono (male) l’unica volontà che è conservare il potere. Perché l’unica certezza è che, da commedia, si trasformerebbe molto presto in tragedia.

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