La storia infinitaIl rischio dello scontro permanente tra Unione europea e Regno Unito

Dal confine tra Irlanda e Irlanda del Nord, alla querelle sui vaccini fino al mancato accordo sui servizi finanziari sono ancora tante le questioni in sospeso tra Londra e Bruxelles. Dopo alcuni sgarbi diplomatici la tensione è aumentata e non si esclude che possa tramutare in una guerra commerciale a colpi di dazi e divieti

LaPresse

Dopo quattro anni di negoziati e un accordo commerciale trovato a fatica nell’ultimo momento utile, Regno Unito e Unione europea hanno capito che la Brexit non sarà una data sul calendario da ricordare, ma una allerta permanente. Il ritorno alle dogane, le tensioni al confine tra Irlanda e Irlanda del Nord, la perdita del primato della City di Londra in Europa sono i primi effetti collaterali dell’uscita del Regno Unito dall’Ue. Secondo un lungo approfondimento del Financial Times non è ancora chiaro se la relazione tra Londra e i 27 Stati membri sarà una sana competizione o un conflitto dilaniante che porterà a sgarbi diplomatici e dazi commerciali nel lungo periodo. E ad approfittare di questa divisione nel Vecchio Continente potrebbero essere Russia e Cina. 

I segnali di questa piccola guerra fredda si notano nei tanti dettagli che ancora non sono stati concordati da Regno Unito e Unione europea. L’accordo firmato il 24 dicembre dalle due parti non è stato un regalo di Natale per gli inglesi. È vero, il premier Boris Johnson ha ottenuto di non subire nessun dazio sulla maggior parte dei beni e servizi, ma non ha potuto evitare gli effetti concreti dell’uscita dal mercato unico: le chilometriche code di tir alle frontiere, le lungaggini burocratiche e l’aumento dei costi di spedizione indiretti per i prodotti importati ed esportati. 

Nonostante le pressioni di Johnson, l’Unione europea ha deciso di ignorare per ora le richieste di risolvere alcuni piccoli e grandi dettagli dell’accordo, lasciati finora in sospeso. Dal problema dei visti sempre più brevi e difficili da ottenere per i musicisti britannici che vogliono fare tour in Europa, alla protezione dei dati, fino alle norme relative alla proprietà di azioni di compagnie aeree.

Tutti dossier che dovranno essere affrontati nei prossimi mesi, soprattutto per quanto riguarda il regolamento sui servizi finanziari, non coperto dall’intesa di dicembre. Come riportato dal Financial Times non è scontato che la City di Londra possa vendere direttamente i suoi prodotti nell’Unione europea. 

La scelta spetta alla Commissione europea che deve giudicare se la regolamentazione finanziaria britannica è equivalente a quella dell’Ue. Non simile, equivalente. Per Bruxelles non c’è fretta: la speranza è che sempre più aziende decidano di spostare la sede dal Regno Unito a uno dei 27 Stati membri. Non ha caso Amsterdam ha superato Londra come principale centro di scambio di azioni in Europa

La tensione diplomatica è aumentata nelle ultime settimane con la corsa al vaccino. Il Regno Unito finora ha vaccinato molti più cittadini rispetto ai 27 Stati membri. Un tasso di vaccinazione più alto che si spiega con la scelta di Londra di dare a più persone possibile la prima delle due dosi necessarie per garantire l’immunizzazione. 

A fine gennaio il governo inglese è rimasto sorpreso dalla decisione della Commissione europea di vietare le esportazioni in Paesi terzi delle dosi di vaccino prodotte nell’Unione europea. Ancor di più perché nelle restrizioni è stata inclusa l’Irlanda del Nord, in teoria e in pratica ancora nel mercato unico. Come riportato dal Financial Times Bruxelles si è avvalsa dell’articolo 16 del protocollo sull’Irlanda del Nord che permette di disattendere gli accordi in casi eccezionali. 

Pochi giorni prima lo sgarbo diplomatico era però venuto anche da Londra. Il governo inglese si era (ed è) rifiutato di garantire un completo status diplomatico all’ambasciata europea nel Regno Unito perché non si tratterebbe secondo Londra di un vero Stato. Per questo motivo l’ambasciatrice inglese presso l’Unione europea, Lindsay Croisdale-Appleby è stata esclusa dagli incontri principali a Bruxelles. 

La campagna di vaccinazione inglese è partita prima rispetto a quella europea perché ci sono stati minori vincoli burocratici per approvare la somministrazione dei vaccini. Ed è proprio nelle intenzioni di Londra attuare questo approccio anche alla sua politica economica: deregolamentare per attrarre investimenti esteri. Il 3 marzo è la data da segnarsi sul calendario per capire in che direzione andrà davvero l’economia britannica, quando il ministro dell’Economia, il Cancelliere dello Scacchiere Rishi Sunak presenterà le previsioni del bilancio. 

Se Londra sosterrà troppo le sue aziende con aiuti di Stato e se abbasserà gli standard delle norme sociali, del lavoro, o della protezione ambientale, Bruxelles potrebbe attivare sanzioni e dazi sui beni e servizi inglesi, come previsto dall’accordo. 

Sono però ancora tanti i temi su cui ci potrà essere una proficua collaborazione tra Regno Unito e Unione europea. Come ha spiegato al Financial Times, Charles Grant, direttore del think-tank Centre for European Reform, dal cambiamento climatico alla politica estera, se Londra vorrà avere successo nel G20, nel G7 e nella conferenza sul clima di Glasgow non può permettersi di rovinare il rapporto con Bruxelles.

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