A bocca apertaConfusione di canto, musica e parole

Se devi dire qualcosa per convenienza, per opportunismo, per ottenere l’untuoso consenso, ecco, non dirla ma canta: ovvero guadagnati il regno dei cieli rarefatti del discorso. E non avvicinarti all’arborescente motore di ricerca della conoscenza che prolunga i suoi striscianti rami sulla terra

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(— E continua continua continua…
No, lei non continua più, sennò va alla cassa e paga il supplemento…
La prepotenza!)

Scrivere parole cantabili è un’ottima copertura, un diversivo da me. Anche per me cantarle è una distrazione. Mi sorprendo a essere là dove non sarei, e addirittura da lì, da là dove non sarei, anche sparisco, son prodezze. Ma parlarne è umiliante, è una cosa appiccicosa.
Io non parlo con chi mi parla di canzoni. Parlarne è come parlare di supposte di glicerina, è una cosa oleosa, una cosa che scioglie sentimenti intestinali. È come parlare di purganti.

Ma anche sono, le canzoni, quel che è rimasto della ritualità tribale, sono sacrifici umani dedicati agli dei. Tutto ciò che è immolato diventa simbolico, non più significante.

Ascoltarle è secondario, è un aspetto secondario del mondo, un aspetto a orecchio.

Quando Wittgenstein scrisse quella cosa perché fosse ripetuta da tutti, quella cosa cruciale già detta e ridetta, stradetta da secoli con altre parole (ma anche con le stesse) da madri, padri, insegnanti, caporali, meccanici competenti, amanti, eccetera, quando disse «se non sai cosa dire, non dire niente», quando scrisse questa frase di puerile evidenza, ecco, quando scrisse questa cosa, ormai è noto, aveva in mente una canzone, una canzone ossessiva, suonata e cantata in quel locale da music-hall che è il cranio umano.

Insomma, con altre parole: se devi dire qualcosa per convenienza, per opportunismo, per ottenere l’untuoso consenso, ecco, non dirla la cosa ma canta, canta ovvero entra nel regno del non saper che dire, del non volerlo dire, guadagnati il regno dei cieli rarefatti del discorso, il Paradiso, anzi scatenalo, scatena il Paradiso con un tuo cenno di cantante, trascinalo a terra se vuoi, rifallo terrestre, ma non avvicinarti all’arborescente motore di ricerca della conoscenza che dirama, dirama, prolunga i suoi striscianti rami sulla terra, arida e tutta da zappare.

Ultimamente, infatti, le braccia tornano, e anche le mani, nude sui tasti, a zappettare i vasti campi dei saperi umani, tornano all’agra coltura dell’immenso saper di non sapere se non che il sapere è infinito, ovvero non finisce in comprensione.

L’Eden invece è tutto un giardino, le parole nascono spontanee, le comprendi in bocca, gonfie, piene di succo del discorso, polpose, basta afferrarle e te le mangi, le bevi e ti ci lavi la faccia.

Oh, cantare a bocca aperta, e il succo cola di queste belle frutta masticate, e acini sotto i denti scoppiano, oh, cantare ossia non fare nient’altro, non dire niente altro, non dire nulla e a nulla servire se non ad addolcirsi, e anche ad amareggiarsi con le mandorle e la cicoria.

Wittgenstein non lo dice, non dice questo ma, non dicendolo, però lo dice: il nulla può essere detto non dicendolo, questo dice senza dirlo. Non può dirlo direttamente perché se lo dicesse sarebbe un dire e non sarebbe un nulla. Lo dice come un verso di canzone che, appunto, vuol dir nulla. E dire il nulla non è che sia roba da niente, soprattutto senza nemmeno dirlo. Gli sorge sulla pagina quel verso di canzone, contrasta l’ossessione con un’altra ossessione: la frase.

Il cervello si illumina a giorno: versi, strofette, il Trattato è canzone.
Tutti sanno tutto, ossia che nessuno sa tutto: il mondo è algebrico. “Ciò che è” è prova di forza con il suo contrario, e questo è elementare.
Quel che tutti non sanno è che tutti lo sanno.
E poi: «quel che affermo» è «quel che non affermo», così che «quel che non affermo» è in quel che affermo. Quel che non affermo è affermato da quel che affermo.
Nel verbo essere in terza persona c’è tutto e il contrario di tutto, e anche questo è elementare (attinente agli elementi).
«Di cosa della quale non si può dire, di questa cosa si deve non dire», scrisse. Resta il cantare.
«Delle canzoni non si può, quindi non si deve dire», questo scrisse a lato. Soltanto i fessi parlano di canzoni, e con intenzioni moleste, insidiose, da traditi stupiti (da traditi, ricorda).

Non si rendono conto che gran passo avanti, ballabile, che grande conquista la canzone offra all’umanità, questa: che non se ne parli. È l’unica forma d’arte che può permettersi questo lusso.
La canzone non si interpreta, poi che l’interprete è uno solo, è chi la canta. L’interprete è la voce, la voce e non l’orecchio.
Il vero significato di una canzone vera sta tutto in un segreto che resterà segreto nel segreto creato da una canzone.

Le canzoni hanno bisogno di passato, sono ritrovamento come è per i resti di incomprensibili sacrifici umani.
Quel che è cantato non è detto, per questo è cantato. Che magnifica occasione di tacere strillando dai tempi in cui il sacrificio fu consumato. Ascoltarle è secondario, riascoltarle è stupefacente, e più sono stupide più sono stupende, ovvero le si riascolta presi da stupore che quel sacrificio accadde, chiedendosi perché, perché quel resto umano.Insomma, di canzoni non si parla, se ne resta solo attoniti.

La verità più vera è quella che ancora non si conosce. È quella che non vuoi dire o non vuoi dire ancora, rispondendo alla domanda: «Perché, perché l’hai fatto?».

La risposta esige onestà pura, non questa porcheriola oggi invocata con ignorantissima spavalderia, non questa ma l’onestà, forse, di Jago, quella che sta tutta in un fazzoletto, nel candore di un fazzoletto ricamato a fragole: l’onestà perfida, nel senso che manca di ogni fede, ritenendo ogni fede posticcia, a cominciare da quella nell’amore.

Scrivere è istigazione a gelosie, la gelosia di chi, smaniante di possesso di un significato, da quel significato, che è sempre frutto di una propria ossessione, non potrà che sentirsi, poi, tradito, perché è questo che vuole. È questo che onestamente Jago insinua. L’onestà di Jago che pure spinse Wittgenstein, erede di miliardi industriali, a rinunciare a quei miliardi per dedicarsi, così disse, al «lavoro onesto» di elementare maestro, dopo aver strangolato a mani nude la filosofia, essendo crollata la sua fede in essa.

Mi viene in mente quel definitivo film di Mastrocinque, “La banda degli onesti”, con Totò nella parte di Wittgenstein, Peppino nella parte di Heidegger, Giacomo Furia nella parte di Benjamin, film difficiletto e poco compreso, film avventuroso su quattro moschettieri del pensiero, il quarto era il cagnolino Mustafà nella parte di Cassirer.

L’azione si svolge a Davos, in un condominio romano e dintorni, Villa Gordiani, Tor de’ Schiavi, Appia antica, Suburra: evocazioni, tutte evocazioni. Ultimamente mi pare che ne abbia scritto un giovane studioso tedesco, ma non ho letto il libro, romanzesco e popolare. Ho visto il film che è precedente, come precedente a tutto è la grande commedia umana italiana.

Grande film elitario, dai dilemmi complessi, soprattutto notturni, su linguaggio, simbolo, arte e falso. Queste quattro teste dai capelli scompigliati si applicano a dare una bella pettinata alle loro chiome chiedendo allo specchio cosa mai sia l’uomo (pare che la speculazione intellettuale dimentichi sempre la donna).

Tutto è in filigrana, tutto è un ribaltamento dei cliché di zecca. Si dibatte anche su quale sia il ruolo dell’arte. A che serve l’arte? A finire in effige sulle banconote (Dante, Michelangelo, Del Castagno, “la” diecimila lire), serve a fare soldi, a farli materialmente ossia a stamparli. Insomma, la composizione tipografica della vita artistica come valore. Moneta, Giunone Moneta, la dea che ammonisce, moneta come monito: «Ricorda, artista, che la cartamoneta canta».

L’artista è colui che non ricorda mai correttamente la battuta di Sam Spade ne “Il mistero del falco” ossia la ricorda ma la ricorda sia per dritto sia a rovescio. La frase è: «Credevano che lo facessi per i soldi» ma è anche «Credevano che non lo facessi per i soldi». Non andiamo nemmeno a controllare quale delle due sia pronunciata nel film. È una delle battute che più frantuma il significato, è ovvio che l’una valga l’altra, che l’una sia l’altra.
Appaiono e spariscono l’una nell’altra. L’una vuole (sì, lo vuole!) dire l’altra. Assai peregrino sarebbe derivare conclusioni o dibattito sia dall’una sia dall’altra, non c’è conclusione, non c’è dibattito. L’una è l’altra, fine del film.

Sto per cantare. Signore e signori, buonasera, buonanotte, buongiorno… che cosa è mai il tempo? È mai, forse?
(Ah, dove è scritto “canzoni” intendo le mie, solo le mie).