Vocazione all’infelicitàFenomenologia di Georges Simenon nel 118esimo anniversario della nascita

Il creatore del commissario Maigret era un ritrattista con la capacità di incursioni negli abissi. Recordman di passioni, bicchieri, vendite, traduzioni, viaggi. Un uomo assediato da ossessioni, con il fisico di un pugile e l’animo di una étoile

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Chi è stato Georges Simenon? Abbiamo i suoi tanti, tantissimi, libri. I romanzi duri, i Maigret, i racconti, gli articoli, le biografie. I film tratti dai suoi scritti. Un immaginario solido in cui ognuno di noi trova una collocazione, perché è così che succede nei mondi in cui ci troviamo a nostro agio. Una prima e sicura caratteristica degli scenari di Simenon è la loro pronta resa al lettore. Si dirà che dopo poche righe si è “già dentro la vicenda”, e questa è una virtù rara, da scrittore potente. Questi scenari in cui riusciamo subito a districarci, sentendone odori, sapori, volti, rumori, sono quelli dolorosi e profetici del nostro cervello. Non si lascia terminare un romanzo di Simenon con leggerezza, con facilità. Non lo si abbandona, anche momentaneamente, senza sentire un piccolo strappo. “Si leggono facilmente”, ecco una frase rituale di accompagnamento a ogni discorso attorno a Simenon. Anche questo è vero. È tutto vero.

«Il Limburgo belga e quello olandese; le mie origini vengono di là. Sia dal lato materno che paterno. Non ci sono colline, e il cielo è immenso. E l’orizzonte è più lontano che altrove, punteggiato da piccole case bianche e rosse, molto distanziate le une dalle altre, che sembrano giocattoli».

Georges Simenon nasce a Liegi il 13 febbraio del 1903, un venerdì, ma per molto tempo la sua data di nascita sarà giovedì 12 febbraio, perché la madre Henriette non voleva associare una data nefasta alla nascita del suo primogenito. La madre, già. Il primo personaggio di Simenon a entrare in scena, e quello che resterà il più importante. Un rapporto nervoso, ruvido, anche in età adulta, anche vicino la morte.

Scuole cattoliche. Apprendistato sui giornali locali, dove si occupa con grande applicazione e grinta delle cronachette, del particulare, la notizia curiosa. L’utilizzo quindi del primo pseudonimo, Georges Sim. Quindi, alla morte dell’amato padre Désiré, la fuga. Anche in questo caso, una prima di tante. «Tutti i miei romanzi sono fantasmi della mia infanzia»

Nel 1922 insieme con Tigy si trasferisce a Parigi. I due si erano conosciuti a una festa a Liegi l’anno precedente. Régine Renchon è una studentessa dell’Accademia di Belle Arti, lui un giovane scrittore che si fa chiamare Georges Sim e scrive sulla Gazette de Liege. Regine è di buona famiglia, atea. Tre anni in più rispetto a Georges. Disinvolta e culturalmente dotata, si innamora dell’intraprendenza e spudorata vitalità di quell’uomo. Lui la soprannomina Tigy, e tale resterà per sempre.

I due a Parigi si inseriscono perfettamente nello spirito di quegli anni Venti del Novecento, fatto di tanti tentativi in avanti da parte di giovani, artisti e intellettuali, che vanno a raccogliersi nella capitale provenienti da tutta Europa.  La loro casa al 21 di Place des Vosges diventa un ritrovo di feste e incontri.

Si sposano a Liegi (in chiesa, per volere della madre di lui) il 24 marzo del 1923. A Parigi Tigy espone a Montmartre, conosce molto più di Simenon le vie e i locali di Montparnasse e in generale del movimento artistico parigino. Per un po’ di tempo è lei a sostenere molte delle spese della famiglia, anche grazie alla vendita di quadri. Viaggiano molto, scoprono tantissimo, crescono insieme, soprattutto lui. Lei di fatto dopo pochi anni ne diviene la moglie e collaboratrice, abbandonando le velleità artistiche.

L’esercizio dello scrivere come preghiera urlata al cielo, invocando la notorietà. Con Georges Sim era iniziato infatti anche il gran ballo degli pseudonimi. Fino al 1930 Georges Simenon produce centinaia di romanzi e racconti per diversi editori, utilizzandone ventisette. Questo è il periodo dell’apprendistato, della cosiddetta letteratura alimentare, definizione coniata da lui stesso. Romanzi popolari di vario genere, dal giallo all’erotico, dal racconto d’avventura al dramma. La sua grande disinvoltura e capacità di produzione lo porta a essere molto conosciuto e anche molto osservato. Non se ne spaventa, anzi.

L’editore Eugene Merle, che commissiona a Simenon già diversi articoli per i suoi giornali, sta per lanciare un nuovo quotidiano, il Paris Matin. Ha una proposta per il giovane e ambizioso scrittore. Georges Simenon dovrà rimanere una settimana dentro una gabbia di vetro, posta sopra il Moulin Rouge, e lì scrivere un intero romanzo suggestionato dalle idee che i lettori del giornale avranno inviato nelle settimane precedenti.

Un vero e proprio show, un Grande Fratello letterario, da cui lo scrittore avrebbe ricevuto 50mila franchi alla firma del contratto e altrettanti a performance eseguita. Appena la voce di questa esibizione si sparge, ecco piovere su di lui critiche feroci, minacce, grida allo scandalo, alla buffonata, al fenomeno da baraccone. Non se ne farà più nulla. Eppure Simenon per molti anni ancora sarebbe rimasto lo scrittore nella gabbia di vetro, lasciando depositare su questo aneddoto un alone di verosimiglianza e ambigua simbolica profezia per quella che sarebbe stata la sua vita in futuro.

Leggenda, o meglio la voce dello stesso Simenon, vuole che la nascita di Maigret avvenga intorno alla fine del 1929, mentre si trova nei Paesi Bassi. Simenon, con Tigy, la domestica Boule e il cane Olaf è in tour nautico perenne da circa due anni. La Ostrogoth ha sostituito la piccola imbarcazione Ginette quando la compagine ha lasciato la Francia per un giro più ampio dell’Europa del nord.

Nel porto di Delfzijl, Simenon sta scrivendo su di una postazione improvvisata, mentre la sua barca è in manutenzione nelle officine. Nella nebbia intravede venirgli incontro un omaccione che sarebbe poi diventato un personaggio molto presente nella sua opera e nella sua vita. Lo perfeziona con bombetta, pipa, cappotto. E siccome in quel porto umido fa freddo, gli mette a disposizione anche una stufa di ghisa.

Jules Maigret è pronto, e come la Ostrogoth ha soltanto voglia di essere messo in mare. Il molo di partenza sarà sempre il numero 36 di Quai des Orfèvres, sede della polizia giudiziaria di Parigi. Al solito, sappiamo che la creazione del personaggio Maigret è stata più laboriosa e non priva di tentativi, alcuni dei quali riusciti, altri meno. Ma Simenon trova molto in fretta le tonalità, le caratteristiche e la cifra su cui gettare le sue parole e le sue storie.

Maigret è un uomo semplice, robusto, simbolo della Francia contadina e ruspante che Simenon vedeva già in via di estinzione nel primo Novecento. Un matrimonio solido con Louise Léonard, dolce e presente donna alsaziana. Un personaggio che si stacca dall’immaginario del poliziesco classico, fatto di detective infallibili, precisi e assimilati all’istituzione. Il commissario si sente vicino più agli umili e agli oppressi del mondo che alle persone tutelate e apparentemente riuscite. Spesso pare spinto da un’empatia sincera verso chi sbaglia, chi inciampa, chi si trova in gabbia.

La piccola borghesia viene portata a protagonista degli intrecci gialli e delinquenziali, ma sono colonne portanti di uno studio dei comportamenti molto più ampio, di cui le inchieste di Maigret costituiscono una parte. Si impregna della vita, nei bistrot e nelle trattorie e per le strade. Respira gli odori, spesso la puzza. Sente le voci, le urla e i pianti. Mangia tanto, beve tanto, fuma tanto. È un contenitore di uomini e degli uomini sbuffa fuori attraverso il suo tondo faccione la verità dei giusti.

Il lancio pubblico delle indagini del commissario Maigret è affidato a un evento rimasto nella storia della vita notturna, e non solo, parigina. È il 20 febbraio 1931. Il Ballo Antropometrico è una grande festa a tema carcerario che si tiene alla Boule Blanch, un locale martinicano di Montparnasse. Gli inviti vengono spediti sotto forma di mandati di comparizione. Il pubblico è variegato. Personaggi in vista del mondo letterario e cinematografico, e qualche delinquente vero, evidentemente molto a suo agio. La festa si trascina fino all’alba, con Simenon impegnato a firmare copie dei suoi libri e l’orchestra e far ballare il migliaio di persone accorse. Anche in questo caso a Simenon vennero mosse alcune critiche per la spudoratezza di un lancio così tanto spettacolare.

L’universo Maigret diventerà una vera e propria divisione all’interno dell’industria Simenon. Una divisione florida, efficace, riuscita. Il commissario Maigret sarà protagonista ufficialmente di settantacinque romanzi e ventotto racconti, e pubblicato in tutto il mondo in più di cinquanta lingue. Dalle sue inchieste sono stati tratti quattordici film, centinaia di film e serie televisive e se è pur vero che ognuno ha il proprio Maigret personale, cui è affezionato, alcuni volti che lo hanno interpretato rimangono scolpiti nella storia, come Jean Gabin o Gino Cervi.

Il rapporto tra Georges Simenon e gli ambienti letterari è stato sempre molto faticoso. Una reciproca diffidenza che non verrà mai sanata, ma semplicemente cambierà tonalità: ambizione, disprezzo, speranza, disinteresse, distanza. Definito a seconda del momento uno scrittore di polizieschi, un finto scrittore, un energumeno con la penna, un pagliaccio, un arrivista, uno scrittore per casalinghe.

Un autore tradotto in tutto il mondo, che ha sempre occupato le classifiche di vendita delle librerie e insieme i comodini dei lettori. Uno spavaldo dominatore editoriale che forse per questo veniva tenuto fuori dai salotti.  Eppure il giovane Simenon aveva provato a bussare a quegli ambienti. Nel tentativo di abbandonare la letteratura alimentare che lo aveva portato a un solido tenore di vita, e ormai immerso nella vita, anche mondana, parigina, lo scrittore andò a bussare alle porte del giornale Le Matin.

Nel 1923 la sezione racconti era curata dalla scrittrice Sidonie-Gabrielle Colette, nota a tutti soltanto come Colette e in quegli anni già affermata letterata e figura scandalosa per la sua disinvoltura, anche in ambito sessuale. Simenon le fece pervenire diversi racconti, che puntualmente tornava a ritirare perché rifiutati. Fino a che venne ricevuto. «Mon petit Sim, non ci siamo ancora. Troppo letterario. Niente letteratura! Elimini tutta la letteratura e funzionerà». Simenon riuscì a farsi pubblicare finalmente il primo racconto nel settembre del 1923 e i consigli di Colette lo avrebbero accompagnato a lungo.

Nel 1933 varca l’ingresso del numero 5 di Rue Sébastien-Bottin, sede della casa editrice Gallimard. Un punto della sua carriera fondamentale. Un arrivo ma anche un grande salto verso la necessaria e definitiva affermazione come scrittore tra i più importanti. Per molti lui adesso è l’autore del commissario Maigret, e trovarlo nello stesso catalogo di autori come Marcel Proust e Paul Valéry fa storcere più di un naso. Ma Gaston Gallimard è convinto di avere tra le mani un cavallo di razza. Indisponente, mai placido, ma vincente.

Inoltre Simenon all’interno della casa editrice ha uno sponsor insospettabile: Gide. André Gide, futuro Premio Nobel per la letteratura, fondatore de La Nouvelle Revue Française, anima inquieta e personaggio centrale delle vicende letterarie, ma non solo, della prima metà del Novecento. I due si incontrano per la prima volta ad un cocktail, per merito dello stesso Gaston Gallimard. «Più mi immergo nel vostro lavoro e più vorrei continuare».

Verso Simenon, Gide è attraversato da una vera e propria ammirazione stupita. Lo interroga sul suo metodo di lavoro, sulle proprie tecniche di immersione psicologica che così tanto lo colpiscono in ogni suo romanzo: «Lei ci sorprenderà. Ne ho il presentimento. Resto in attesa». Gide rimarrà sostanzialmente l’unica figura dell’olimpo delle lettere a testimoniargli tanta stima e devozione. «Considero Simenon un grande romanziere, forse il più grande e il più autentico che la letteratura francese abbia oggi».

I due intraprendono un fitto e durevole scambio epistolare. Simenon chiama Gide «Mio caro Maestro e grande amico». È a lui che si rivolge come un grande oracolo, o meglio ancora lo investe del ruolo di confidente, scrivendo a lui con profondità sui temi più diversi. Forse ritenendo Gide una mente tra le poche in grado di comprendere le sue angosce e le sue inquietudini di uomo e di scrittore. O forse avendone individuato la elegante e rassicurante discrezione. Rimane però emblematica una confessione di Simenon, che ne restituisce tutta la grinta agonistica: «Ho tentato di leggere Gide, col quale sono diventato amico. Non ce l’ho fatta, non gliel’ho mai detto».

Nel giugno del 1940 Simenon con tutta la famiglia si trova nella fattoria di Pont Neuf, nella foresta di Mervent-Vouvant in un zona boscosa e scarsamente popolata. Una zona adatta a non farsi notare nell’anno in cui la Francia capitola, firma l’armistizio e si insedia il governo di Vichy capeggiato da Pétain. Simenon giocando con il figlio Marc nel bosco subisce un forte trauma al petto e quindi decide di fare una visita di controllo

Il medico che gli effettua la radiografia sentenzia che Simenon è affetto da una patologia cardiaca che gli darà circa due anni di vita e gli ordina di smetterla con l’alcol, il tabacco, la scrittura, fare l’amore. Il pensiero va subito al padre, ammalatosi a poco più di quarant’anni e morto a quarantaquattro. Simenon decide di scrivere l’autobiografico “Je me souviens…”. L’intento ufficiale è quello di lasciare quacosa di sè al proprio figlio, ma in realtà è per lui una sorta di bilancio, con la fine che vede appropinquarsi inesorabilmente.

Sappiamo che non è andata proprio così, e che Simenon realizza probabilmente quasi subito di non essere in pericolo di vita. Ma scrive lo stesso Pedigree, una lunga autobiografia che parte dalla sera del 12 febbraio 1903, mentre sua madre accusa le contrazioni del parto. Questa prima stesura costituirà “Je me souviens…”, successivamente, e anche sotto consiglio di Andre Gide, riveduto e trasformato in un romanzo vero e proprio in terza persona. Pedigree copre un segmento di storia dal 1903, appunto, fino alla prima guerra mondiale e insieme con il monumentale Memorie intime costituisce l’indispensabile dittico autobiografico simenoniano.

La fine della guerra coincide con un’altra fuga, questa volta dall’altra parte dell’oceano, verso gli Stati Uniti d’America. È il 4 novembre del 1945, e Simenon è a New York, in cerca di una segretaria per la sua nuova vita. Tramite il suo editore canadese entra in contatto con una ragazza di ventiquattro anni, originaria di Ottawa e con ottime credenziali. Proviene da una famiglia alto borghese, cattolica, bilingue. Decisa. Sfrontata. È Denyse Ouimet. I due si danno appuntamento in un ristorante vicino Central Park

I due subiscono una reciproca e irresistibile attrazione, che li porta poche ore dopo, molti bicchieri dopo, a letto insieme. È un amore travolgente, è passione, è complicità sessuale e dipendenza emotiva. Sono nervi che si agitano sottopelle, labbra protese, attenzioni pretese. La carovana Simenon, che si muoverà verso il Texas, comprende Tigy, il primogenito Marc, e appunto Denyse, ufficialmente solo una segretaria ma in tutta evidenza la nuova compagna di Simenon.

Questa unione diventa palese e ufficiale tra il 29 settembre del 1949, quando nasce John, primo figlio di Georges con Denyse, e il 21 giugno del 1950, quando Simenon a Reno, in Nevada, divorzia con Tigy per sposarsi il giorno dopo con Denyse. Dopo una piccola tappa in California, decidono per il trasferimento nel Connecticut, precisamente a Lakeville, nella tenuta Shadow Rock Farm. Qui il 23 febbraio del 1953 nasce Marie-Jo.

Negli States Simenon ha nuovamente rivoluzionato la sua vita e ulteriormente consolidato la sua carriera. Ma il richiamo della Francia e dell’Europa è forte, tanto che lui e Denyse si trasferiscono. «Teresa e io conduciamo la stessa vita, quasi minuto per minuto, e questo non ci crea nessuna tristezza, al contrario. Piuttosto un sentimento di intimità, di fiducia l’un l’altro nella vita».

Tra il 1961 e il 1962 entra nella vita di Simenon un’altra donna, colei che lo accompagnerà per quasi trent’anni di vita, fino alla fine. Teresa Sburelin, di origini friulane, viene assunta come domestica nella ormai semi deserta villa-bunker di Epalinges.

Simenon è solo. La moglie Denyse entra ed esce da cliniche e case di cura. I figli Marc, John e Marie-Jo vivono altrove. Il solo ultimo genito Pierre, adolescente, dimora ancora a Epalinges. Tra Simenon e Teresa esplode un amore passionale e armonioso, che tramuta molto presto la loro relazione professionale in una vera e propria convivenza amorosa.

Nonostante i vent’anni di differenza, sarebbe ingiusto classificare Teresa come una sorta di badante concubina, come spesso viene liquidata. Indubbiamente Simenon negli ultimi anni diventa molto dipendente da lei, anche in seguito alle diverse vicissitudini di salute. Ma è vero che in questa fase della vita dello scrittore qualcosa è profondamente cambiato, e così pure la sua maniera evidentemente di intendere una donna al suo fianco.

Simenon altresì smette di viaggiare, di rincorrere una posizione mondana, e simbolicamente i due abbandonano anche Epalinges, con tutto il suo sfarzoso contenuto. Prima di accasarsi nella casa rosa di rue des Figuiers, i due vanno ad abitare in un appartamento all’ottavo piano di un palazzone bianco di 14 piani, al 155 dell’avenue des Cours. Un deciso segnale di discontinuità rispetto ai domestici, la Rolls Royce, i quadri di valore e il grande parco di Epalinges. Nella definitiva casa al numero 12 della piccola rue des Figuiers Simenon e Teresa si stabiliscono nel 1974, e lì lo scrittore morirà il 4 settembre del 1989, chiedendo alla sua ultima compagna di spargerne le ceneri sotto il grande cedro libanese in giardino, dove già anni prima erano state sparse quelle di Marie-Jo.

Georges Simenon, un uomo senza mai pace, stringendo la mano di Teresa poteva finalmente “andare a dormire”. «Non è poi tutto così affascinante. Siccome manco totalmente di immaginazione, sono costretto a vivere per molto tempo immerso nei paesaggi e con i personaggi dei miei romanzi. Essi sono tutti veri, e dunque c’è sempre una storia reale alla base delle mie invenzioni».

Ancora: chi è stato Georges Simenon? Chi era lo scrittore di questi romanzi tanto riusciti e ancora oggi letti con passione? Non c’è mistero, pare, perché lui stesso è stato il primo biografo e divulgatore della propria parabola umana. Scritta benissimo, certo. Scritta e pensata così bene che facciamo fatica ad opporci, tanto ci piace.

Un creatore muscolare, capace del ricamo più elegante, un ritrattista con la capacità di incursioni negli abissi. L’état de roman, le passeggiate, la busta gialla, la pipa. Le parole materia, il vocabolario apparentemente povero e invece perfetto, essenziale, studiato. Il genio, e l’artigiano. Il fisico di un pugile con l’animo di una étoile. Non è un errore il femminile, e nemmeno una provocazione. Se esiste il pianeta Simenon infatti, è donna. E una donna non è semplice da spiegare con una sola linea dritta.

Non a caso le colonne portanti della sua vita sono Henriette Brull, Régine Renchon, Henriette Liberge, Denyse Oumiet, Teresa Sburelin. E sua figlia Marie-Joe, morta suicida, cui dedicherà la sua ultima imponente fatica, Memorie intime.

Recordman di passioni, bicchieri, vendite, traduzioni, viaggi. Un uomo assediato da ossessioni, che delle sue ossessioni si è fatto baldanzoso sostenitore e beffardo sceneggiatore. «Scrivere non è una professione, ma una vocazione all’infelicità».

Non c’è mistero, su Georges Simenon.

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