Dungeons & DraghiL’implacabile Renzi contro il paese delle meraviglie, storia fantasy con colpo di scena finale

Il tatticismo dietro le mosse di Italia viva è evidente, ma il racconto secondo cui tutti gli altri avrebbero a cuore solo il bene del paese è insopportabile, e mal si concilia con quanto avvenuto su Recovery Plan e sul resto

Roberto Monaldo / LaPresse

Il fallimento del Conte ter e la convocazione di Mario Draghi al Quirinale fanno giustizia di molte analisi affrettate o interessate. Ma soprattutto rischiano di rendere ancora più surreali, qualora il governo Draghi riuscisse a prendere il largo, le analisi del giorno dopo: con un micidiale testacoda tra gli osanna al governo più bello del mondo che starebbe per nascere e i lamenti per l’irresponsabile comportamento di chi lo ha generato.

A un certo punto, se tutto va bene, bisognerà organizzare il traffico: di qua gli alleluia, di là il de profundis. Ma soprattutto bisognerà uscire da un modo di raccontare la politica ossessivamente incentrato su intenzioni e macchinazioni dei suoi protagonisti, e in particolare di Matteo Renzi. È sempre stupefacente – ma lo è ancor di più oggi – notare come i più severi censori della personalizzazione della politica proprio non riescano a smettere di personalizzare. 

Certo è che pochi leader politici hanno fatto più di Renzi per affermare in Italia la personalizzazione della politica. Si sa che il leader di Italia viva ha avuto, e in minima parte ha ancora, il suo gruppo di ferventi adoratori, ma non è questo il motivo principale (il culto della personalità nella politica italiana è diffusissimo e trasversale, e del tutto sproporzionato rispetto al numero delle personalità in circolazione). Quello che è tipico di Renzi, invece, è l’incredibile capacità di ipnotizzare non tanto gli ammiratori, quanto i detrattori.

Il risultato paradossale di questa curiosa sindrome psico-politica è un racconto della crisi di governo, da parte di tutti coloro che ce l’hanno con lui, cioè quasi tutti, come una specie di cartone animato: da un lato l’implacabile Renzi, con la sua insaziabile sete di potere, dall’altro il paese delle meraviglie, in cui i politici – tutti gli altri, s’intende – non pensano ad altro che al superiore interesse della patria. 

Evidentemente l’Italia non è ancora pronta per un dibattito laico e razionale, che parta dalla consapevolezza che ciascuno di noi tende naturalmente a identificare il proprio interesse personale con l’interesse generale. Però nella crisi di questi giorni – o meglio, di questi mesi – c’è qualcosa di più, che ci ha fatto superare anche il confine dell’autolesionismo, infrangendo a velocità supersonica il muro del ridicolo. 

Da mesi sappiamo che il Partito democratico e gran parte degli osservatori ritenevano semplicemente irricevibile la prima bozza del Recovery Plan, ma l’uno e gli altri hanno passato questi mesi rimproverando a Renzi i modi e i toni con cui ha ottenuto che quel documento – forse il più importante per il futuro di tutti noi – fosse sostanzialmente migliorato. Possibile che a nessuno sia venuto in mente di obiettare, alla ventesima replica della tesi secondo cui Renzi lo avrebbe fatto solo perché è cattivo, mica perché ci tenesse davvero, che delle motivazioni di Renzi non ce ne frega niente? Che quello che ragionevolmente sta a cuore alla maggior parte degli italiani è se i fondi europei e ogni altra risorsa disponibile saranno spesi in modo tale da rendere più rapida e meno dolorosa l’uscita dalla pandemia e dalla recessione, più veloce ed efficiente la campagna di vaccinazione, meno tragico il futuro per tutti noi?

Niente da fare. L’alfa e l’omega di ogni discussione sono state le motivazioni, le macchinazioni e le mire di Renzi. Vale per il Recovery Plan come per tutte le altre questioni sollevate, dalla fondazione sulla cybersecurity alla delega sui servizi segreti, fino alla questione oggetto dell’ultimo tira e molla di ieri: la giustizia. 

«Apertura su riforma penitenziaria, modifica prescrizione, intercettazioni… Non sprechiamo questa possibilità!», ha twittato ad esempio il vicesegretario del Pd, ed ex Guardasigilli, Andrea Orlando, riferendosi alle ultime concessioni strappate al Movimento 5 stelle in materia. Non entro nel merito della questione se le concessioni fossero effettivamente una grande occasione, come sembrava dire Orlando, o una presa in giro, come sembrava dire Renzi.

Anzi, diciamo proprio che avesse ragione Orlando e si trattasse di una grande svolta. Ma in tal caso, invece di inveire contro l’inaffidabilità di Renzi e l’inammissibilità delle sue manovre, non sarebbe stato più utile dargli una mano prima, perlomeno fino al raggiungimento di tali fondamentali risultati, e semmai scaricarlo dopo, dinanzi al suo rifiuto di incassarli per rilanciare ancora? 

Ma sono milioni i tweet di politici e giornalisti che da settimane ripetono più o meno lo stesso argomento, all’insegna del ritornello: che altro vuole? Renzi ha ottenuto il miglioramento del Recovery Plan, la ritirata di tutte le opache manovre tentate da Giuseppe Conte sui servizi segreti, adesso anche possibili cambiamenti su prescrizione, intercettazioni, carceri… che pretende di più? Per concluderne ovviamente che era chiaro come fossero tutti pretesti, che non aveva davvero a cuore nessuno di questi temi, che lo faceva solo per le poltrone.

Tesi curiosamente ripetuta ieri sera anche dai più accesi sostenitori di Draghi, nonché aspri critici del governo Conte, governo che a quanto pare ci saremmo dovuti tenere lo stesso, a loro parere, per questioni di galateo istituzionale.

Quanto all’idea che Renzi abbia fatto tutto quello che ha fatto semplicemente perché ha a cuore la sua sopravvivenza politica molto più di quanto abbia a cuore le sorti del Recovery Plan o del Mes, è una tesi che personalmente non fatico a condividere. Mi colpisce però che a formularla siano coloro che, da almeno tre mesi a questa parte, non hanno dimostrato di avere quei temi molto più a cuore di lui, anzi.

Ma soprattutto sembrano non rendersi conto dell’effetto che fanno simili discorsi da parte loro, cioè di chi, fino al giorno prima che Renzi ci s’impuntasse, spiegava che si trattava di obiettivi fondamentali, ancorché apparentemente impossibili da raggiungere. 

È questo, soprattutto, a risultare straniante. Non la strumentalità o il tatticismo dietro le mosse di Renzi, che sono evidenti (e certo non solo suoi, ma dell’esistenza di Babbo Natale parliamo un’altra volta), o l’accusa al leader di Italia viva di comportarsi da «giocatore di poker» (scopiazzando quel «buon giocatore di poker» a suo tempo affibbiato da Enrico Berlinguer a Bettino Craxi, perché le nuove generazioni sono talmente scarse da non sapersi nemmeno inventare i propri modi di insultarsi tra loro).

La sensazione è che la rabbia incontenibile degli altri giocatori derivi tanto dalla certezza che Renzi abbia barato quanto dal non poterla dire tutta, perché la certezza che lui abbia barato viene loro dalla consapevolezza di avere barato peggio.

È ovvio che se lui può essere accusato di avere anteposto al merito delle questioni il desiderio di stroncare il nuovo centrosinistra a guida Conte, perché ne sarebbe stato emarginato, a maggior ragione i dirigenti del Pd possono essere accusati di avere anteposto alle questioni di merito l’esigenza di difenderlo, quel progetto politico.

Ma in fondo, essendo quel progetto nient’altro che il definitivo cedimento della sinistra italiana al populismo grillino, non c’è da sorprendersi che sia difeso con simili metodi, cioè con quel misto di vittimismo e aggressività che ne costituisce il marchio di fabbrica e che da sempre accomuna tutti i populisti del mondo. 

Auguriamoci che l’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi riesca ad aprire davvero una nuova fase, anche su questo terreno.

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