Liturgie vuoteIl farsesco sondaggio di Rousseau su Draghi e il Congresso Pd dei lunghi coltelli

Il voto sulla piattaforma grillina, a prenderlo sul serio, potrebbe essere utile per valutare il dissenso . I notabili democratici, invece, cercano candidati anti Zingaretti, mentre il segretario pensa di riproporre ancora l’alleanza coi Cinquestelle

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Certo solo in Italia un presidente del Consiglio incaricato deve stare appeso a una consultazione su una piattaforma privata e fuori da ogni controllo, ma Mario Draghi non per questo ha da mettersi paura, essendo improbabile che il voto su Rousseau risulti negativo per il nascituro governo, dopo che Beppe Grillo e Luigi Di Maio – e anche il vecchio Giuseppe Conte – hanno orientato il Movimento per il sì: il voto online si terrà il 10 e l’11, e proprio venerdì 12 dovrebbe essere il giorno dello scioglimento della riserva e forse anche del giuramento (l’atto che perfeziona la nascita del governo, da quel momento nella pienezza dei poteri).

Sarà una specie di sondaggio della base grillina per verificare l’ampiezza del dissenso di Alessandro Di Battista, Barbara Lezzi and friends, un termometro per verificare la solidità della mossa di Beppe Grillo e Luigi Di Maio, e non molto di più. Malgrado la piattaforma sia in mano a Davide Casaleggio, personaggio indecifrabile ma certo non entusiasta del governo Draghi I, non saranno i clic dei militanti grillini a mettere sabbia nell’ingranaggio dell’Incaricato che anche ieri è apparso alle delegazioni consultate molto determinato a chiudere presto e bene, e già avanti sul programma: è uscito infatti che la scuola potrebbe prolungarsi a giugno per recuperare parte del tempo perduto, per dirne una.

Poiché Draghi è abilissimo nel non alimentare voci e dicerìe interessate, né ha mai autorizzato alcuno a parlare in sua vece, tuttora non è chiaro il dosaggio del cocktail tecnici-politici che pare avere in mente. A occhio dovrebbero essere di più i primi dei secondi. E in ogni caso i politici saranno scelti tenendo conto delle loro competenze di merito più che al ruolo che esercitano nei rispettivi partiti. L’incertezza naturalmente suscita apprensione nelle cittadelle delle forza politiche. Con tutti dentro, ognuno dei vecchi gruppi già nel governo Conte II o perde qualcosa.

Se, per dire, al Pd dovessero andare solo due ministri, chi dovrebbe farsi da parte? È una questione che il Nazareno non sa bene come prendere  perché al di là di qualche messaggio inviato a Draghi è evidente che il Nazareno non può fare la voce grossa praticamente su nulla, a cominciare dal ruolo della Lega nel prossimo governo. Questa condizione un po’ da scolaretto timoroso di finire faccia al muro sta innervosendo un partito che già a livello istintivo non vive il governo Draghi come un governo “suo” ma che al massimo si dispone a fare la sua parte senza rompere la cristalleria.

È un passaggio difficile, per il Pd, quello di accettare una convivenza con la Lega, e infatti alcuni preferirebbero un governo tutto tecnico per evitare di «essere come a Ballarò» in pieno Consiglio dei ministri (la celebre espressione fu di Roberta Lombardi nelle consultazioni di Bersani sette anni fa), ma è chiaro che il nervosismo e più di fondo e riguarda il fatto – come sintetizza Matteo Orfini – che «con la caduta di Conte quel tipo di alleanza con i Cinque Stelle è finita». E non è certo solo Orfini a porre l’esigenza di ridiscutere la linea, una linea che obiettivamente ha subito un colpo duro con la frantumazione del muro che si voleva costruire attorno a Conte. Il segretario sta cercando di bruciare tutti sul tempo, facendo circolare l’ipotesi di un congresso già nei prossimi mesi, in modo così rapido da escludere i gazebo e dunque la scelta del segretario, con la pandemia in atto sarebbe impossibile e dunque si tratterebbe di un appuntamento di discussione e basta.

Nicola Zingaretti forse immagina di fare le primarie, caso mai, dopo le amministrative nelle grandi città dove conta di vincere o addirittura di stravincere con l’asse Pd-M5S, ma anche questo è tutto da verificare perché dopo le severe parole di Sergio Mattarella sulla impossibilità di svolgere campagne elettorali d elezioni in questo periodo l’ipotesi di un rinvio è molto probabile.

Il risultato di tutto questo è che il congresso si terrà non prima dell’autunno – sempre Covid permettendo – e sarà inevitabilmente, come da Statuto, una discussione in tutte le sedi con documenti contrapposti e primarie fra candidati alla segreteria alternativi. E ogni componente già comincia a pensare a come organizzarsi, soprattutto le aree non zingarettiane, Base riformista di Guerini e Lotti, AreaDem di Dario Franceschini e l’area riformista, fra gli altri Giorgio Gori e Tommaso Nannicini, dove sta nascendo qualcosa di nuovo, diverso e distinto dalle vecchie correnti.