Inside PristinaLa vittoria di Vetevendosje in Kosovo ha reso impossibile il dialogo con la Serbia

Il partito nazionalista di sinistra ha ottenuto il 48 per cento dei voti e 58 seggi su 120. Un anno fa era stato estromesso dal governo e al suo posto si era insediato il centrodestra che aveva avviato un processo di normalizzazione con Belgrado. Ora tutto è di nuovo in discussione

LaPresse

Le elezioni anticipate in Kosovo si sono concluse con la netta affermazione di Vetvendosje, un partito politico progressista e dalle tendenze nazionaliste. Il movimento ha sfiorato il 48 per cento dei voti popolari espressi ed ha ottenuto 58 seggi sui 120 del Parlamento di Pristina. Molto più staccati i rivali di centrodestra. Il Partito Democratico del Kosovo (PDK) si è fermato a poco più del 17 per cento dei consensi, la Lega Democratica del Kosovo (LDK) ha superato a stento il 13 per cento e l’Alleanza per il Futuro del Kosovo (AAK) ha sfiorato il 7,5 per cento dei voti.

Le chiavi del governo tornano, dunque, nelle mani di Vetvendosje, che aveva già vinto le elezioni dell’ottobre 2019 ed espresso il Primo Ministro nella persona del leader Albin Kurti. Kurti era diventato premier grazie a un accordo raggiunto con la LDK che, però, aveva deciso di sfiduciarlo già nel marzo del 2020 e di passare all’opposizione. Ne era nato un vero e proprio ribaltone in salsa kosovara con la formazione di un esecutivo guidato da Avdullah Hoti, leader dell’LDK e appoggiato dall’ex opposizione. Questo governo è caduto nel dicembre del 2020 in seguito all’intervento della Corte Costituzionale e la palla è tornata nuovamente nel campo degli elettori. 

La storica vittoria di Kurti è anche una sconfitta, seppur postuma, dell’amministrazione Trump. Gli Stati Uniti avevano delegittimato la sua coalizione per l’opposizione mostrata all’iniziativa di Washington volta a facilitare un accordo di pace tra Kosovo e Serbia. Kurti aveva accusato Richard Grenell, inviato della Casa Bianca per il dialogo tra Pristina e Belgrado, di essere direttamente responsabile del voto che aveva portato allo scioglimento del suo esecutivo e di aver interferito negli affari interni del Paese. 

I rapporti tra Washington e Pristina sono tradizionalmente eccellenti e la nascita del Kosovo è legata all’intervento della Nato del 1999. In quell’occasione le forze multinazionali guidati dagli Stati Uniti sconfissero l’esercito di Belgrado e lo costrinsero ad abbandonare il Kosovo, una regione della Serbia a maggioranza albanese, favorendone dapprima l’autonomia e poi l’indipendenza proclamata nel 2008. L’autodeterminazione non è mai stata riconosciuta da Belgrado e da parte della comunità internazionale, tra cui Brasile, Cina, India, Russia e Spagna. Le relazioni tra Serbia e Kosovo sono state segnate, per anni, da forti tensioni e solo di recente, grazie alla mediazione degli Stati Uniti, è stato siglato un importante accordo di cooperazione economica tra le parti. 

Bruxelles ha provato a imporre a Belgrado la normalizzazione dei rapporti con Pristina come precondizione per l’ingresso nell’Unione. I colloqui bilaterali hanno però prodotto pochi risultati concreti e rischiano di essere spazzati via dalla vittoria di Vetevendosje. Kurti ha già dichiarato che le priorità del suo governo saranno la lotta alla corruzione e il miglioramento della situazione economica del Paese. Belgrado, invece, dovrà aspettare. Questo sviluppo, che non lascia presagire nulla di buono, potrebbe portare a un incremento delle tensioni con la minoranza serba residente in Kosovo. La Srpska Lista, una formazione politica strettamente legata a Belgrado, si è aggiudicata tutti e 10 i seggi del Parlamento kosovaro spettanti alla comunità serba e il dialogo con Vetvendosje potrebbe rivelarsi quantomeno complesso. Il Kosovo del nord è popolato perlopiù da serbi e i periodici scoppi di ostilità nell’area hanno già portato Pristina e Belgrado sull’orlo del conflitto armato. 

L’inimicizia tra Kosovo e Serbia può avere ripercussioni significative sulla regione balcanica. In primis perché le tensioni potrebbero destabilizzare anche alcune nazioni confinanti, nello specifico Macedonia del Nord e Montenegro, popolate da minoranze albanesi pronte a mobilitarsi qualora sorgano problemi esterni. In seconda battuta c’è il rischio che ad arenarsi sia il processo, ancora fragile e incompiuto, di integrazione europea dei Balcani. La credibilità di Bruxelles sullo scacchiere internazionale sarà messa a dura prova dai futuri sviluppi locali e il rilancio stesso dell’Unione Europea può e deve ripartire proprio da qui, da una delle aree più complesse del Vecchio Continente e duramente segnata dalle guerre degli anni ’90.

La speranza è che l’Amministrazione Biden, appena insediatasi e quindi non compromessa nell’area, possa interessarsi al ginepraio balcanico e dare una mano, anche indirettamente, a Bruxelles. Sarebbe un bel segnale di ripartenza per l’Europa, una volta sconfitta la pandemia che ancora imperversa nel Vecchio Continente.

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