Non s’ha da fareLa Lega europeista fa arrabbiare gli alleati sovranisti, e l’ingresso nel Ppe è ancora lontano

I popolari europei per ora sarebbero disposti ad accogliere gli eurodeputati leghisti solo se migrassero singolarmente o in piccoli gruppi. Intanto Antonio Maria Rinaldi cita Mario Draghi nel suo discorso in Aula e il Carroccio vota a favore del Recovery and Resilience Facility da 672,5 miliardi

LaPresse

Questo matrimonio non s’ha da fare, almeno per ora. Anche perché per renderlo possibile servirebbe prima un divorzio, al momento ugualmente improbabile. Le strade del Partito Popolare Europeo (Ppe) e della Lega difficilmente si incontreranno, nonostante in Italia il partito di Matteo Salvini sia disposto a sostenere un governo europeista come quello di Mario Draghi. Il cambio di strategia ha prodotto un’inversione di marcia anche a Bruxelles: la delegazione leghista ha infatti votato Sì al regolamento del Recovery and Resilience Facility (RFF), con 672,5 miliardi fra prestiti e sussidi la parte più corposa del fondo Next GenerationEU.

«Preso atto dell’impegno che non ci sarà alcun aumento della pressione fiscale, che la stagione dell’austerity è finalmente archiviata, prendiamo l’occasione per riportare l’Italia protagonista», recita il comunicato con le intenzioni di voto della pattuglia guidata da Marco Campomenosi.

Un assenso sorprendente, perché gli eurodeputati leghisti si erano astenuti nel voto in Commissione e in generale erano stati piuttosto critici, nei mesi scorsi, sul pacchetto di fondi europei. Lo stesso Salvini, da Roma, ha motivato la scelta non con una modifica nel merito dei parametri del regolamento, ma piuttosto con il cambio di esecutivo in Italia: «Un conto era usare i prestiti dall’Europa con un governo Conte, che non aveva condiviso niente con nessuno. Un conto è essere protagonisti del buon utilizzo di questi fondi» Non è forse un caso nemmeno che l’unico deputato leghista a parlare durante il dibattito dell’Eurocamera sul tema, Antonio Maria Rinaldi, abbia citato proprio Mario Draghi e il “debito buono” in un passaggio del suo discorso

Avvicinarsi alle posizioni di Draghi in Italia e della maggioranza “Ursula” (M5S, PD e Forza Italia che votarono insieme a favore della presidente della Commissione) in Europa significa inevitabilmente allontanarsi da quelle euro-scettiche e nazionaliste degli alleati nel gruppo Identità e Democrazia (ID).

La delegazione della Lega assicura però che non è in agenda nessuna scissione né è in corso un avvicinamento al Partito Popolare Europeo, la grande famiglia del centro-destra nell’UE. «Non stiamo in Europa per cambiare magliette, guardiamo alla sostanza», ha detto lo stesso Salvini dopo le consultazioni con Draghi. L’unico orizzonte per il momento del partito a Bruxelles è l’interesse nazionale. Ma proprio nome dell’interesse nazionale, potrebbero emergere frizioni con gli altri membri di ID, in particolare con le sue componenti più rappresentative, quella francese e quella tedesca.

Non è passato inosservato nei giorni scorsi il tweet di Jörg Meuthen, vice-presidente del gruppo e membro della pattuglia europea di Alternative für Deutschland, che definisce Mario Draghi «Gran Maestro del debito» e si preoccupa per la fine che faranno i «miliardi tedeschi» in Italia.

L’attacco deve aver colto nel segno, visto che il leghista Marco Zanni, presidente del gruppo, ha redarguito a stretto giro il suo vice: «Se qualcuno all’estero critica il professor Draghi per aver difeso l’economia, il lavoro e la pace sociale europea – quindi anche italiana – e non solo gli interessi tedeschi, questa per noi non sarebbe un’accusa, ma un titolo di merito». 

Non è un mistero, del resto, la contrarietà degli eurodeputati dell’estrema destra tedesca a tutto ciò che si avvicini alla condivisione delle risorse fra gli Stati dell’UE, che secondo la loro visione si concretizza in un flusso a senso unico dalla Germania verso i Paesi mediterranei. Difficile allora che AfD possa essere contenta di una Lega al fianco di Draghi, così come un partito a vocazione europeista non piacerebbe sicuramente ai colleghi del Rassemblement National di Marine Le Pen, da sempre paladina dell’indipendenza degli Stati nazionali da Bruxelles. 

Per non parlare della questione migratoria, altro ambito in cui le posizioni di Salvini sembrano meno radicali di un tempo. «Mi accontenterei di una gestione dell’immigrazione come quella tedesca o quella francese», ha detto il leader leghista: proprio quegli approcci sono aspramente criticati, nei rispettivi Paesi, dai suoi alleati in Europa.

Per il momento però i malumori restano sopiti. Anche perché un’eventuale rottura dei leghisti con i propri alleati non porterebbe necessariamente a un approdo nel Partito Popolare Europeo. Si vocifera da tempo di un’attrazione di Salvini per i popolari, per ora non corrisposta. Il presidente del gruppo, il tedesco Manfred Weber ha espresso chiaramente la sua posizione in merito: «Il nostro partito in Italia è Forza Italia e al momento non c’è nulla di nuovo da discutere». 

Da fonti parlamentari della delegazione italiana, consultate da Linkiesta, la chiusura sembra meno netta. Il Ppe è molto gerarchico e difficilmente le delegazioni nazionali si sganceranno dalla linea del loro presidente. Allo stesso tempo, però, sarebbe possibile accogliere i deputati leghisti se migrassero singolarmente o in piccoli gruppi nei popolari. 

«Avvicinarsi a una grande famiglia europea è un processo lungo, che non può avvenire dalla sera alla mattina. Soprattutto, bisogna condividere i valori del gruppo in cui si entra», conferma a Linkiesta Massimiliano Smeriglio, eurodeputato con i Socialisti e Democratici (S&D). 

Dal lato opposto dell’emiciclo, la “svolta europeista” del partito di Salvini viene decisamente ridimensionata «Non lo ritengo un cambiamento reale, ma un’operazione provinciale per mettere le mani sui fondi europei», commenta il deputato eletto nelle file del Partito Democratico. Secondo la sua analisi, la Lega è espressione italiana di un filone di pensiero nazionalista oggi diffuso in tutto il mondo, dal “trumpismo negli Stati Uniti all’Ungheria di Orbán.

Anche Smeriglio esclude un’ipotetica entrata della Lega fra i popolari nel breve termine: «Non credo che il Ppe si assumerà questo rischio prima di un appuntamento importante come le elezioni in Germania». Lo slittamento nella linea politica della Lega dovrà essere confermato nei prossimi mesi su un ampio ventaglio di temi e solo allora si potrebbe ipotizzare un reale avvicinamento verso il Partito Popolare Europeo. Se son rose fioriranno, ma non subito.

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