Recovery ItaliaMario Draghi era l’unica via, ora vediamo che faranno i partiti

Dopo il fallimento del mandato esplorativo a Fico, il Capo dello Stato chiama in causa l’ex presidente della Banca centrale europea: il solo nome che può addomesticare i gruppi parlamentari imbizzarriti in questa legislatura insopportabile. Non si sa ancora chi farà parte dell’esecutivo, ma ci sarà un consenso sufficientemente largo

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L’unica cosa certa è che Sergio Mattarella ha le idee chiare: chiamare Mario Draghi a guidare un «governo senza formule», autorevole, che affronti le due grandi questioni che sono dinanzi al Paese: la lotta alla pandemia e la pratica del Recovery fund.

Il Capo dello Stato, con una comunicazione drammatica, dopo aver registrato il fallimento dell’esploratore più spaesato della Storia, Roberto Fico, ha parlato di grandi personalità cui conferire l’incarico. E poco dopo ecco il comunicato ufficiale: tocca a Draghi salvare il Paese dopo la parentesi contiana e l’implosione di un sistema politico avvitato su gelosie e inciampato nei suoi stessi sgambetti. Tocca a Draghi. I partiti abbasseranno le penne. Tutti. I Cinquestelle avranno una crisi di nervi. E lo stesso Partito democratico non era certo per questa soluzione, in fondo Draghi non è “loro”, non è come fu Ciampi per il Partito democratico della Sinistra.

Non c’è tempo da perdere, ora che Matteo Renzi è riuscito nel suo intento di togliere politicamente di mezzo Giuseppe Conte, l’uomo senza volto che sognava di guidare il terzo governo in tre anni con tre maggioranze diverse in un’orgia di fregolismo politico che non ha precedenti: muto, nella sua stanza di palazzo Chigi, dopo aver cercato di costruire una maggioranza come se giocasse con il Lego, attendendo che un altro, Roberto Fico, facesse il governo in suo nome, a sera Conte ha fatto sapere di essere tranquillo, ma in realtà è lui l’uomo che esce di scena, con inevitabile strascico di rabbia e di mestizia insieme forse già accarezzando un ritorno in una campagna elettorale che però Mattarella ha escluso con dovizia di argomenti.

E ora dopo le macerie del contismo quale partito potrebbe sottrarsi all’appoggio di un esecutivo Draghi, di un governo istituzionale che guidi il Paese di qui in avanti, possibilmente fino al 2023, che rassereni il clima politico e anche i cittadini usciti frastornati da una crisi scarsamente decifrabile, certamente vissuta come una musica del tutto stonata in una situazione come questa?

Dovrebbe essere un governo sorretto da una maggioranza allo stato attuale indecifrabile ma che certamente richiederebbe un consenso sufficientemente largo, diciamo la maggioranza precedente, pur scontando un dissenso dentro il Movimento cinque stelle, più Forza Italia. Ma aperta a tutti.

Vedremo che farà una destra che dice tutto e il contrario di tutto. Vedremo che dirà il Partito democratico, che a questo punto dovrà rinunciare all’arma delle elezioni brandita dai duri del partito capitanati da Goffredo Bettini ma non assecondati dalla parte più moderata (Franceschini, Guerini) per nulla convinta di “potersela giocare” nelle urne.

Il Partito democratico ieri sera era a metà fra l’incredulo e il furibondo, stufo di essere stato portato a spasso dall’ex segretario che «ha finalmente tolto la maschera», quel Renzi che «è un pazzo» – ma gli epiteti sono stati più fantasiosi – che ieri è entrato ufficialmente nel libro nero del Nazareno anche perché fino all’ultimo i dem avevano visto un altro film con happy end inevitabile: tanto che a rottura avvenuta definiva “inspiegabile” la scelta di Italia viva.

Non si capisce se una certa boria di partito o un ottimismo congenito abbiano portato Nicola Zingaretti e i suoi a sottovalutare Renzi, fatto sta che le valutazioni del Partito democratico nelle ultime 48 ore si sono rivelate completamente sbagliate.

In oggettivo tandem con un Movimento cinque stelle che perde un pezzo importante come Emilio Carelli, i dem dicono che la responsabilità della rottura è tutta di Renzi, è lui che ha posto veti, non noi. Opposta ovviamente la spiegazione del leader di Italia viva, secondo il quale dagli altri non è venuta nessuna apertura, né sui temi né sui nomi: ma siamo come nelle liti fra moglie e marito, sarà la Storia a questo punto a emettere un verdetto. Intanto è tutti contro tutti, una condizione hobbesiana in cui la politica è precipitata nel terzo e più drammatico atto di una legislatura maledetta. Ma l’ingresso in scena di Mario Draghi cambia tutto: ed è un colpo da maestro del nostro Presidente della Repubblica.

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