Commedia all’italianaLa finta trattativa, la possibile fine dello strazio e l’ipotesi di un rimpastone

Fico non sta mediando un bel niente e attende notizie nel suo ufficio al secondo piano di Montecitorio. L’avvocato del popolo spera nel reincarico, ma non sta fornendo una grande prova di orgoglio. Oggi può essere il giorno della svolta (ciao Conte) oppure della montagna che partorisce il Conte ter

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Una giornata politicamente grottesca, un copione pirandelliano mal recitato, con una finta trattativa sul programma e una impenetrabile ragnatela fra i leader sulla squadra di governo. Nulla di fatto, finora. E quindi questa è stata una notte democristiana di messaggi e telefonate, tipica di una crisi che non si chiude ancora, anzi, per certi versi si complica perché non c’è una vera e propria trattativa. Tra l’altro è una situazione umiliante per Giuseppe Conte, l’incaricato-fantasma, a cui altri stanno per scodellare, se ci riescono, programma e ministri, cioè le cose che eventualmente dovrebbe costruire lui.

L’avvocato spera nel reincarico ma non sta fornendo una grande prova di orgoglio, obiettivamente, ma è il prezzo che deve pagare se vuole restare a galla. Il garbuglio sta tutto in una parola: discontinuità. «I grillini non mollano», ci ha detto sconsolato un esponente molto vicino a Renzi. Il quale in serata ha chiarito il concetto: «I nostri colleghi della vecchia maggioranza dicono informalmente che non intendono portare elementi di discontinuità: pura tattica in attesa di domani. Speriamo che nelle prossime ore si faccia un passo in avanti».

Non sembra preda dell’entusiasmo, il senatore fiorentino. Ha dubbi sulla serietà di questa para-trattativa. La notte democristiana è stata preceduta da una giornata come detto grottesca scivolata nella austera cornice della Sala della Regina di Montecitorio, quella che ospitò la sfortunata Bicamerale di D’Alema (e per puro caso ieri Roberto Giachetti, Iv, ha proposto una Bicamerale per le riforme istituzionali: corsi e ricorsi), fra mille chiacchiere di capigruppo dei partiti della ex maggioranza (più i prestigiosi Costrutttori) che si sono aggiornati a oggi per cercare di buttare giù un canovaccio buono per il presidente incaricato, ammesso che Conte sarà incaricato.

Roberto Fico sta conducendo un’esplorazione mai vista prima, facendo finta di presiedere un tavolo per il programma come se fosse lui il presidente incaricato di formare il governo: questa obiezione di Bruno Tabacci non fa una piega, salvo il fatto che per coerenza non avrebbe dovuto sedersi al tavolo come invece ha fatto. In realtà Fico non sta mediando un bel niente, perché la vera partita la stanno giocando, o non giocando, i segretari dei partiti, mentre lui attende notizie nel suo ufficio al secondo piano di Montecitorio, e forse in una crisi così complicata e piena di personalità poco malleabili, da Renzi a Di Maio, sarebbe andata meglio una figura più politica di quella del presidente della Camera. Ma tant’è, Fico entro stasera deve portare il suo rapporto al capo dello Stato, e a giudicare da come si sono messe le cosè nulla è dato per scontato.

Se i partiti dovessero incarnarsi, domani Sergio Mattarella potrebbe far calare il sipario su questa commedia che si trascina da settimane e cambiare scenario, chiamando un’altra personalità a provare a formare un governo degno di questo nome. E nessuno sa se in questa situazione il nome di Mario Draghi sarebbe in campo.

Il Pd ieri sera «nutriva fiducia», come disse il primo ministro Facta poco prima della Marcia su Roma. Ma sospetta, sospetta di Renzi e dell’estremismo del Movimento Cinque Stelle, ha paura di rimanere schiacciato dagli altri, è sempre più nervoso. Eppure crede ancora che il compromesso offerto a Renzi sia forte: un Conte 3 molto più qualificato del Conte 2, ingressi di tecnici come Paola Severino alla Giustizia al posto del debole Alfonso Bonafede (il M5s punta i piedi ma appare isolato) maggior peso a Italia viva, fuori i ministri meno brillanti (Azzolina, De Micheli, Catalfo, Costa, Manfredi). Gualtieri terrebbe l’Economia ma la discussione è sui suoi compiti, vale a dire se sarà lui a gestire la pratica del Recovery plan o se verrà individuata una figura ad hoc.

Insomma, alla fine la montagna partorirebbe un rimpastone. La domanda che assilla i renziani in queste ore appunto è: ne valeva la pena?