Calma, compagniIl governo Draghi ha mandato il Pd completamente nel pallone (e già prima non stava granché)

La sinistra, per dare un senso alla propria esistenza, continua a essere dipendente da un nemico da abbattere, e quindi non riesce ad accettare il fatto che Salvini per un po’ diventerà alleato. Così certifica la sua subalternità agli altri

di Karim Manjra, da Unsplash

Non riesce al Pd di cacciare la Lega fuori dal perimetro del governo, non c’è niente da fare: i tentativi di frapporre ostacoli a Matteo Salvini sono andati a vuoto, a nulla è valsa l’iniziativa programmatica di Nicola Zingaretti (un documento di 30 pagine consegnato al presidente del Consiglio incaricato Mario Draghi, come se l’Incaricato non conoscesse le idee del Nazareno), una mossa che prendendo di petto Flat tax e immigrazione aveva l’obiettivo di sventolare un drappo rosso davanti al toro-Salvini: ma nulla è successo, invece.

Il leader della Lega anche ieri, pur con punzecchiature agli ex amici grillini, ha proseguito nella sua marcia mendelssohoniana verso l’ingresso nel Draghi 1, e che sia propaganda o vera conversione reale lo si vedrà presto.

Ma per adesso la realtà è che il paio di ministri dem di cui si vocifera (Franceschini e Guerini) dovrà sedersi accanto ai due colleghi leghisti. E per il Pd è un alleato gradevole come l’olio di ricino: «Qualunque cosa accada – ha detto ieri un accorato Zingaretti per esorcizzare il problema – noi saremo sempre alternativi alla Lega». Calma, compagni.

Ora, l’errore che il Pd non dovrebbe fare – ma ormai forse è tardi –  è quello di partitizzare un governo che è un governo del Presidente, non corrispondente – come chiese Sergio Mattarella – a nessuna formula politica precisa.

Ma la sinistra continua invece a essere dipendente dall’esistenza di un nemico per dare un senso alla propria esistenza perpetuando così una condizione di subalternità agli altri che alla lunga ne imbriglia le possibilità di approfondire il proprio profilo autonomo. E in ogni caso rischia di essere controproducente la drammatizzazione del tema della coesistenza con Salvini nel governo Draghi perché sbandiera un problema che dovrebbe essere governato e non esaltato.

Infatti, Mario Draghi non è sembrato ai suoi interlocutori particolarmente preoccupato dell’eterogeneità della maggioranza. Perché sa che alla fine deciderà lui. Con il capo dello Stato. Senza umiliare i partiti ma senza farsene condizionare. Ed evitando le buche più dure.

A questo proposito, c’è un boccone amaro che Zingaretti dovrà ingoiare (lo si è capito bene dalle parole di Salvini): la rinuncia al sistema proporzionale, bandiera del Pd zingarettiano, riforma promessa contestualmente al referendum grillino sul taglio del numero dei parlamentari.

Il capo leghista ieri ha detto che con Draghi non se n’è parlato perché realisticamente non è un tema in agenda, ma chi conosce le cose sa che in ogni caso il proporzionale, di cui Salvini non vuol sentir parlare, non è destinato a tornare in vita: con la conseguenza di mantenere il Rosatellum o addirittura spingersi oltre lungo un’ispirazione maggioritaria e coalizionale.

Il che in teoria non configge con la linea “frontista” del Pd – cioè l’asse politico e elettorale con LeU e M5s – ma che ha il piccolo problema di congelare lo schieramento di sinistra in una posizione che secondo tutti i sondaggi è perdente e allarga ancora di più il fossato con quel centro riformista che nei collegi uninominali (un terzo dei seggi) potrebbe diventare l’ago della bilancia.

Ma la «sinistra dipendente» (dal M5s) ha commesso nelle ultime ore un altro errore, particolarmente penoso. Si tratta della candidatura – si dice fortemente voluta da Goffredo Bettini – di Giuseppe Conte, disoccupato, nel collegio di Siena per la Camera dove si voterà a aprile o maggio.

I dem senesi, gente forte, ha subito eretto le barricate contro «i candidati calati dall’alto». C’è una questione di metodo, come si dice. Ma è impossibile non vedere che c’è una gigantesca questione di merito che probabilmente non si ferma solo alla figura dell’avvocato del popolo (tra l’altro, un capetto del M5s al posto di Piercarlo Padoan che era del Pd) ma alla alleanza con M5s cui la «sinistra dipendente» ha legato il suo presente e il suo futuro.

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