Espressioni sbiaditeIn Italia siamo tutti radical chic (e nessuno lo è davvero)

Nella polemica sulla necessità di sottrarre la sinistra al suo destino borghese, scoppiata tra Michele Serra, Nicola Zingaretti e Concita De Gregorio, persiste una dialettica anacronistica. Il termine inglese ha smesso di avere senso mezzo secolo fa, mentre il vero problema della politica italiana è l’affezione della destra e della sinistra a un dibattito datato agli anni ’60

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Michele Serra ieri ha rimproverato il segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti per aver usato, contro Concita De Gregorio, il termine radical-chic, espressione «schiettamente di destra», dice. Lo si vorrebbe consolare. Da un pezzo siamo tutti radical chic, destra, sinistra, persino i grillini (che hanno la loro bandiera nel romanordismo di Alessandro Di Battista, espressione massima del radical chic della Capitale).

Siamo tutti radical chic, e al tempo stesso nessuno lo è, perché – come peraltro ricorda Serra – la definizione fu coniata molti anni fa per definire i ricchi liberal americani che nei loro attici facevano fundraising per le Pantere Nere. E le Pantere Nere erano un gruppo armato, che rifiutava la non-violenza di Malcom X e Martin Luther King, e per simmetria avremmo potuto dire radical chic agli Alberto Moravia e ai Dario Fo degli anni ’70 e a tutti gli intellettuali che giocarono con le Br ma di sicuro non ai presunti radical chic di oggi: per esserlo fino in fondo dovrebbero tifare per i Black Bloc o per gli anarco-insurrezionalisti, e pure finanziarli. 

Oggi sono tutti radical-chic perché tutti giocano col fuoco, limitando al minimo il rischio di scottarsi, e anche il fuoco non è più quello di una volta: Gilet Gialli, Sardine, il generale Pappalardo, i discotecari del Billionaire in rivolta contro le chiusure, più che incendi sono modesti caminetti a gas che si attivano ogni tanto, suscitano attenzione e dibattiti e poi si spengono senza lasciare traccia.

Sull’icona dei radical-chic veri, le Black Panther, la cosa più famosa che ricordo è un manifesto che stava in molte camerette, quello dei velocisti neri Tommie Smith e John Carlos che sul podio olimpico di Città del Messico alzarono il pugno guantato di nero (il guanto nero era il simbolo del movimento). Ecco, la distanza tra quelle immagini e le figurine del momento – a destra i ristoratori veneti che disobbediscono al lockdown, a sinistra le ragazzine che studiano all’aperto per rivendicare il diritto alla scuola – dice tutto quel che ci serve per capire. Radical chic, insomma, è un modo di dire datato e al tempo stesso diventato così ecumenico e innocuo che riguarda tutti, quasi senza eccezioni.

È radical chic a suo modo la destra che «sa stare al mondo», cioè quella che prima del Covid si vedeva un giorno alla prima di Vanzina (un evento, a Roma) e il giorno dopo al cocktail per Alice Rohrwacher reduce da Cannes, come ben testimoniano da molti anni le photogallery di Dagospia. E senz’altro radical chic la sinistra che da Vanzina non va (ma almeno ha smesso dopo vent’anni di parlarne male) e dalla Rohrwacher sì, ma poi commenta con delusione.

I primi votano Matteo Salvini o Giorgia Meloni, gli altri Partito democratico, Renzi, talvolta Liberi e Uguali, e però è lo stesso ceto, lo stesso mondo, le stesse donne con gli stessi figli col doppio nome, gli stessi uomini con lo stesso parterre di relazioni e talvolta gli stessi spacciatori, per i casi della vita divisi in destra/sinistra ma legati dal collante pre-politica delle ambizioni, dell’educazione, del censo, dei riti sociali, delle scarpe indispensabili – le Alden per lui, soprattutto – e impegnati ogni giorno a conservare lo status e i conti in banca della tribù.

Nessuno da un pezzo tifa per la rivoluzione, nessuno raccoglie soldi per i cattivi: le serate di fundraising si fanno per la campagna elettorale del vicino di ombrellone o per la fondazione del compagno di padel. Ma pure quelle, sempre meno. Tirare fuori soldi per le idee è out da mezzo secolo. Farlo per le persone è diventata una volgarità e una potenziale seccatura giudiziaria.

Si vorrebbe dunque dire a Michele Serra, Nicola Zingaretti, Concita De Gregorio, che negli ultimi giorni hanno rianimato la polemica sulla necessità di sottrarre la sinistra al suo destino radical chic: non preoccupatevi. Il problema non è più quello da un pezzo. Il problema, semmai, è l’affezione della destra e della sinistra a un dibattito datato agli anni ’60, che ormai è roba da documentari o film storici.

Il problema è che la nostra politica e il nostro opinionismo usi ancora come un corpo contundente un’espressione che ha smesso di avere senso mezzo secolo fa. Che la destra (Vittorio Feltri, Maurizio Belpietro, Salvini, la Meloni) la usi per screditare la sinistra ogni volta che può; che la sinistra (Zingaretti, Serra, tutti gli altri) se ne senta colpita; che alla fine tutto somigli troppo a quelle discussioni tra anziani che si ripetono più per forza d’inerzia che per convinzione. «Ah, se non ci fosse stata la scissione del ’21», «Ah, se non ci fosse stata quella del ’14».