Good bye PutinL’armata gialloverde si consegna a Draghi, ora la guerra è proprio finita

I Cinquestelle dicono sì al governo su Rousseau, Salvini twitta contro l’omofobia, Dibba annuncia l’addio. L’Italia si è infine liberata dalle forze populiste che nel 2018 volevano portarla fuori dall’euro. Zingaretti in direzione piagnucola di gioia

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Se fosse stato il finale di un film ci avrebbero messo senz’altro un gioco di sovrapposizioni e dissolvenze incrociate: da un lato i risultati della ridicola votazione su Rousseau con cui il Movimento 5 Stelle sancisce il proprio sì al governo Draghi, letti e certificati dal notaio grillino in giacca e mascherina tartan; dall’altro i tweet del leader leghista – ma non più sovranista – Matteo Salvini, che nel frattempo denuncia indignato il linguaggio omofobo di un documento del ministero della Sanità, battendo sul tempo Laura Boldrini.

Serve altro per capire cosa è successo? È semplice: la guerra è finita. L’armata gialloverde ha consegnato il documento di resa nelle mani del professor Mario Draghi. L’Italia è stata infine liberata dalle forze populiste che nel 2018 sembravano pronte a portarla fuori dall’euro, dall’Europa unita, dall’orbita atlantica e dalla civiltà occidentale. In entrambi i sensi: nel senso che si è liberata dei loro pericolosi euro-deliri, perché l’arrivo di Draghi li ha messi tutti in riga, e nel senso che sono loro stessi, paradossalmente, a liberarla, entrando a passo di carica e con tanto di fanfara nella maggioranza di governo più europeista e atlantista degli ultimi settant’anni. Tutto il resto è materia per discussioni retrospettive e filmati di repertorio. Titolo: Good bye Putin.

È giunto dunque il momento della pacificazione e della riconciliazione. In primo luogo perché non ha senso combattere un nemico che non solo si è arreso, ma chiede di essere arruolato e combattere al tuo fianco; e in secondo luogo perché la ricostruzione sarà difficile e faticosa, e ci sarà bisogno di tutti.

Se i grillini hanno accettato di governare con Silvio Berlusconi, se Salvini è diventato un sostenitore della legislazione europea persino sui migranti, è evidente che non possono essere proprio i pochi che li hanno combattuti entrambi, coerentemente, in questi anni, come abbiamo fatto noi da queste pagine, a porre anacronistiche pregiudiziali e a rinfocolare vecchi rancori. Ormai è passato anche il momento della svolta di Salerno, perché non c’è più nessun nemico da combattere: l’opposizione di Fratelli d’Italia è non solo legittima, ma anche utile, perché aiuta a mantenere una distinzione tra unità e unanimità, tra convergenza politica e ammucchiata indistinta. Quanto alla clamorosa dichiarazione di Alessandro Di Battista, che ha annunciato la decisione di abbandonare il Movimento 5 stelle, va rispettata e basta, come tutte le scelte compiute controcorrente (espressione abusatissima, anzitutto da lui, ma per una volta appropriata).

Questo è insomma il momento dell’amnistia. È il momento in cui le forze democratiche ed europeiste possono e devono tendere la mano agli avversari, abbandonare il gusto della polemica sulle tante contraddizioni del passato per guardare finalmente al futuro. Vale per tutti i partiti, a cominciare dal Partito democratico e dal suo segretario, Nicola Zingaretti, che ieri ha spiegato alla direzione, con una faccia da funerale, che «sarà difficile per altri coniugare le proprie esigenze con il programma del Professor Draghi, per noi no».

Va anche detto, sul piano puramente fattuale e freddamente analitico, che aver fatto almeno due giorni di resistenza, prima di promulgare l’amnistia, renderebbe l’operazione un filo più credibile. Ma non si può avere tutto.