Il nuovo sistemaIl ritorno del Centro e la rivoluzione copernicana nella politica italiana

Il governo Draghi aprirà scenari inediti. I dem dovranno abbandonare la linea Bettini e l’alleanza con i grillini per non essere relegati a una perenne opposizione. Il M5S si dissolverà, la destra avrà ottime carte da giocarsi e il polo riformista potrebbe diventare un protagonista permanente

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Con il nuovo governo Draghi si attua una rivoluzione copernicana nella politica italiana, che in modo traumatico e immediato cancella in una settimana decine di anni di mistificazioni e falsi miti. La cancellazione di questa fase comporta presumibilmente la creazione di nuovi soggetti politici, ma l’incertezza di uno scenario completamente diverso lascia ampi margini di errore, oltre che spazi notevolissimi agli attori che per primi capiranno il nuovo contesto di riferimento.

La novità assoluta è un accordo Mattarella-Draghi per applicare la Costituzione alla lettera. Sembra banale ma è una novità incredibile. Il governo viene definito su proposta del Presidente del Consiglio incaricato e nominato dal Presidente della Repubblica (articolo 92 della Costituzione). Un dettato costituzionale chiarissimo e poco interpretabile completamente disatteso dai partiti negli ultimi 30 anni.

I partiti hanno sempre intermediato in modo massiccio la scelta dei ministri, spesso scambiando l’appoggio al presidente del Consiglio incaricato con le liste dei papabili da nominare ministri sulla base di una logica di potere rigida. Questa prassi viene sconvolta dal prestigio e dall’autorevolezza di Draghi, riassunta dalla semplicità della frase «ci vedremo in Parlamento». Questo comporta lo scavalcamento automatico della nomenclatura dei partiti perché è più che evidente che nessun parlamentare vuole andare a casa e quindi il Governo riceverà la fiducia in ogni caso.

La disintermediazione della nomenclatura dei partiti porta con sé una conseguenza di secondo ordine ben più rilevante: la fine di una partitocrazia dominante di cui il Partito democratico è la massima espressione residua. Non sarà più possibile esprimere una classe dirigente egemone che detta la linea per mantenere intatto il proprio potere, a prescindere dall’interesse vero degli elettori.

Il fallimento su tutta la linea della strategia di Goffredo Bettini e Massimo D’Alema (Andrea Orlando è mandato in tv a fare figuracce incredibili dicendo tutto e il contrario di tutto a distanza di pochi giorni) sancisce plasticamente questo concetto lasciando il partito tramortito, come se ancora non si capacitasse che sono i pianeti a ruotare intorno al Sole e non viceversa.

Per tradurre la metafora non sono gli elettori che ruotano intorno ai maggiorenti del partito e ai loro interessi personali, bensì l’opposto, laddove la Costituzione venga letta e applicata integralmente e il Presidente della Repubblica scelga un Primo Ministro autorevole che, a suo giudizio, possa fare gli interessi del Paese.

Se il prossimo presidente della Repubblica fosse autorevole e indipendente dalla logica autoreferenziale dei partiti come lo è stato Mattarella, e come oggi appare più che probabile, questo cambiamento epocale rispetto al passato, sarà in vigore per 10 anni.

Le implicazioni
A fronte di questa elementare ma travolgente novità, le conseguenze dirette e indirette sono davvero sorprendenti e in gran parte straordinariamente positive, salvo che per la ristretta élite egemonica nei partiti che sarà realisticamente spazzata via, a meno di un cambio drastico di atteggiamento.

Vediamo nell’ordine cosa potrà succedere a ogni raggruppamento politico.

La posizione più difficile è quella del Partito democratico, proprio perché ha applicato in modo esagerato la logica della “ditta”, cioè del potere egemonico di una categoria di persone ormai distante dagli interessi e dai valori dei propri elettori. Le scelte fatte negli ultimi mesi hanno posto il partito in una condizione di sostanziale sconfitta in qualsiasi caso, e l’immobilità atarassica di Nicola Zingaretti complica ulteriormente le cose.

Il Partito democratico fronteggia un’alternativa che lo vede in ogni caso, con tutta probabilità, perdente.

La scelta di continuità della linea Bettini/D’Alema porta alla sconfitta elettorale pressoché certa. Nessuno può nemmeno immaginare, dopo la prova di inadeguatezza assoluta dei Cinquestelle, che l’elettorato riformista moderato voti l’alleanza “strategica” Pd-M5S. Semmai l’opposto: qualsiasi persona incerta sul voto ma con valori riformisti – qualora il voto al Partito democratico comporti un endorsement indiretto (un eufemismo perché l’alleanza è definita “strategica”) a Grillo e ai grillini, sceglierà di NON votare il Partito democratico. Quindi sconfitta elettorale garantita e nessuna capacità di attrarre l’elettorato centrista che in Italia definisce la maggioranza.

L’errore clamoroso è stato pensare che il consenso ai Cinquestelle del 2018 fosse strutturale e quindi intercettabile, quando già nel 2019 era dimezzato e adesso scenderà progressivamente in modo rapido e ineluttabile fino a diventare voto di protesta irrilevante.

L’alternativa più logica nel medio termine è abbandonare i pentastellati, ma questo nel breve comporta una sconfitta elettorale ancora più certa e il dna della ditta non prevede l’opposizione: i maggiorenti perderebbero definitivamente poltrone di governo e capacità di creare voto di scambio. Quindi non è pensabile che dopo avere allontanato Renzi in tutti i modi, Bettini/D’Alema si facciano mettere da parte amichevolmente da Gori/Nannicini/Bonaccini.

In più, la conversione europeista della Lega e la progressiva scomparsa del nemico storico Berlusconi priva i dem dello storico alibi del “voto contro” ed evidenzia la pochezza assoluta della proposta politica: per 30 anni il hanno scelto di chiedere il voto “contro”. Oggi, sparito il nemico, il re è nudo e non c’è quasi nulla. La ricostruzione sarà lunghissima e la traversata del deserto senza Governo, senza poltrone, senza voto “contro”, sarà potenzialmente devastante.

I Cinquestelle sono fenomeno transitorio e la conversione a forza di governo li rende inutili per l’elettorato. Se qualcuno deve governare, meglio che sia competente. Questo lo hanno capito tutti e quindi il voto di protesta e di Governo insieme sarà largamente minoritario. Io penso che quando gli indecisi (oggi il 40% dell’elettorato) esprimeranno almeno in parte il loro voto, il consenso per i Cinquestelle presso questa categoria di elettori sarà pressoché nullo: alle prossime elezioni scenderanno largamente sotto un modesto 10% concentrato al Sud, e diventeranno totalmente irrilevanti. Per nostra fortuna la loro stagione è durata 3 anni e non torna più.

La Lega ha un’opportunità enorme se la leadership di Salvini capisce e sposa una linea in stile Csu bavarese. Questo comporta la fine delle urla, un ancoraggio europeista vero e, soprattutto, nell’ottica della disintermediazione di cui sopra, l’ascolto del “partito del Pil”, cioè quelle categorie produttive private al Centro Nord.

La presenza di Zaia che ha raccolto il 70% in Veneto, il rinnovo della leadership in Lombardia (ampiamente necessario) e l’impatto del Covid sulla divisione tra garantiti e non garantiti esasperata dalle scellerate politiche del Conte II, sono opportunità per una crescita ulteriore dei consensi dopo la perdita di 10 punti dal 34% al 24% post Papeete.

Non è dato sapere se la Lega di Salvini diventerà la Lega Giorgetti, non tanto con un cambio di segretario ma con un cambio di politica del segretario. Se accadesse sarebbe realistico pensare a una stagione di governo molto lunga per il partito del Carroccio, con la conseguente necessità di dotarsi di una classe dirigente non espressione della fase “urlata” ma solidamente professionale e competente. La sfida di questi 2 anni, per la Lega, è proprio diventare credibile per potere avvicinare al partito persone competenti e professionalmente capaci, in grado poi di governare efficacemente.

La partita più interessante si svolge però al centro, in cui gli spazi regalati dal PD/D’Alema e dalla progressiva dissoluzione di Forza Italia sono enormi. Oggi il magma centrista vede la presenza di Calenda, Renzi, Bonino, Bentivogli, Tabacci e una pletora di soggetti minori, oltre che il residuo numericamente rilevante del 7% circa di elettori legati a Forza Italia.

Ricorda l’Italia del ’500 con le divisioni tra i ducati italiani in lotta perenne tra di loro e le invasioni di Francesco I (la Lega) che conquista facilmente il territorio. Se questa area trovasse un comune denominatore, una forma di leadership non personalistica e collegiale (alla fine Renzi, Calenda e Berlusconi questo sono) e, soprattutto, la capacità di creare un nuovo soggetto politico credibile, si creerebbe rapidamente un soggetto potenzialmente sempre governativo alternativamente con la Lega o con il Partito democratico.

Il problema è il “se”: questa evoluzione non sembra né vicina né possibile, ma l’enorme spazio che si è creato è un potente magnete. Tra l’altro quest’area non ha il problema della Lega di attirare persone qualificate e competenti a governare, visto che una buona parte di queste competenze sarebbe culturalmente vicina, pur con sfumature diverse, a questa visione politica centrista e riformista del Paese.

Per ottenere questo risultato forse servirebbe un nuovo colpo di genio di Renzi, dopo il successo clamoroso della caduta di Conte. Sarebbe più difficile da fare perché presuppone la scelta di una leadership consona nei valori (e Renzi checché se ne dica ha valori molto chiari in testa) ma “diversamente leader” rispetto al senatore fiorentino. A me pare che i possibili candidati per questo ruolo possano essere Emma Bonino, Marco Bentivogli e Mara Carfagna. Tra l’altro due donne scelte non per genere ma per competenza e visione politica il che non guasterebbe per nulla come messaggio al Paese.

La scelta futura di Giorgia Meloni, invece, è abbastanza chiara. Può decidere di ritornare a essere il Movimento sociale di Almirante, con un consenso anche superiore ma MAI al Governo, o piuttosto diventare un partito conservatore che aspira a governare, escludendo le frange di destra estrema dal proprio lessico e anche dalle proprie politiche, perdendo quindi una parte dell’attuale elevato consenso.

Nel primo caso diventa l’equivalente dei Cinquestelle/Di Battista: pura bandiera che nessuno, se non pochi adepti, ascoltano; e irrilevante in ogni Governo. Nel secondo sposterebbe l’esecutivo del Paese almeno per i prossimi anni verso il centro destra insieme alla Lega e al partito di centro – che oggi non c’è ma che realisticamente ci sarà – relegando in modo pressoché definitivo il Partito democratico all’opposizione.

Le scelte di fondo da fare
Chiunque governerà dopo Draghi si dovrà confrontare con l’immane problema del debito, della demografia che implica la riduzione progressiva della forza lavoro italiana, della giustizia e della riforma della pubblica amministrazione. Non ci sono scappatoie di alcun tipo e l’ancoraggio europeo comporterà forti e giustificate pressioni da Francia e Germania per percorrere questa strada. Altro che decrescita felice. Dovremo parlare piuttosto di crescita a tutti i costi.

La frattura tra garantiti e non, tra Nord e Sud, tra pubblica amministrazione inefficiente e settore privato in lotta per la sopravvivenza, dovrà essere ricomposta con fatica e impegno e non sarà per nulla facile. Ci saranno inevitabilmente falsi profeti con soluzioni semplicistiche e immediate che potranno raccogliere consenso elettorale di breve termine. Ma servirà piuttosto la politica buona, il debito buono e grande leadership per recuperare 30 anni di politica cattiva, debito cattivo personaggi discutibili al governo.

Le scelte non saranno prive di sacrifici, non tanto in termini di nuove tasse, ma in termini di cancellazione di privilegi non più sostenibili – dall’evasione fiscale diffusa alle spese statali inutili o largamente inefficienti, dalla scarsissima produttività della pubblica amministrazione alle tasse di successione pressoché inesistenti e a una selva di tax expenditure senza senso.

Si tratta di smontare il clientelismo della politica che è stato malamente costruito in 30 anni proprio partendo dall’inversione del rapporto tra partiti ed elettori, quello che Renzi ha picconato con visione e giudizio lucidi e Mattarella ha distrutto definitivamente il 2 febbraio – data che diventerà storica. La digitalizzazione e la transizione ecosostenibile sono modalità per ottenere questi risultati, non obiettivi finali. E la differenza, per chi la sa vedere, è sostanziale.

Chi si illude di poter tornare indietro non ha capito il contesto esterno, che sarà vincolo molto rigido. Oggi siamo tutti europeisti e sarà molto difficile non esserlo quando l’Europa presenterà il conto, anche mettendo in conto l’enorme capacità di Draghi di procedere verso una maggiore unificazione di bilancio e quindi del debito tra gli Stati.

Questa capacità è sottostimata ma invece porterà risultati, la presenza dell’Europa positiva (vedi NextGenerationEu) avrà come contraltare uguale e contrario la presenza dell’Europa esigente nelle nostre scelte politiche e non si tratterà di “ingerenza” ma di condizionamento positivo per evitare la divergenza eccessiva dell’Italia dal treno europeo.

Conte in questo contesto risulta da una parte patetico per la ricerca di un ruolo, che non ha per nessun motivo, e dall’altra evidenzia la sua natura pericolosa di piccolo peronista sudamericano che ha cercato di confondere gli italiani (Il tragico “modello italiano” ultimo in tutti i parametri) per la conservazione del proprio potere personale e non per l’interesse collettivo.

Draghi, all’opposto, dovrà fare scelte spesso impopolari e dopo la luna di miele iniziale sarà chiamato a terminare il rapporto clientelare dei partiti al governo con gli elettori. Ne ha la competenza, ha il supporto del Colle ed è una scelta senza alternative per almeno uno o sperabilmente due anni.

Sarà interessante vedere se i partiti, drogati dallo storico rapporto invece clientelare con i cittadini, sapranno sostenere senza esitazioni o ambiguità melliflue alla Conte questo governo anche a costo di qualche impopolarità. In questo si definirà la loro capacità di sopravvivenza al terremoto del 2 febbraio. L’equilibrio tra consenso elettorale, operazione verità, e capacità di articolare una visione credibile per il rientro dalla sbornia da debito, esasperata dal Covid e dalle folli politiche del Conte II, è un’operazione politica che richiede grandissima abilità, equilibrio, competenza e leadership, doti che non sembrano abbondare nei partiti oggi, ma diventeranno essenziali per la i partiti stessi.

La novità è che i partiti adesso lottano per la sopravvivenza più che per il potere. Da cacciatori di privilegi attraverso l’intermediazione del bilancio pubblico, adesso i capi dei partiti diventano facili prede in caso di inadempienza ai loro complessi doveri. E la scatoletta di tonno l’ha aperta Mattarella non Grillo. Incredibile ma vero.