Casi di scuolaLa difficoltà di diventare adulti in una società che non riesce a esserlo

L’ipotesi di allungare il calendario delle lezioni, per compensare le difficoltà della DaD, solleva l’indignazione dei genitori che promuovono un’istruzione lassista. Ma, se si vuole (giustamente) evitare il modello tubocompetitivo imposto agli studenti asiatici, i ragazzi italiani devono poter contare su un sistema educativo verso cui almeno i “grandi“ si comportino in modo serio e responsabile

Photo by Yves Alarie on Unsplash

È bastato un fuggevole accenno di Mario Draghi all’ipotesi di un prolungamento del calendario scolastico fino alla fine di giugno 2021, per recuperare i giorni perduti dai nostri ragazzi nel corso dell’anno scolastico 2020-21, perché si scatenassero reazioni di protesta. Eppure, fino a poco prima si era levato un coro di prefiche, che lamentavano a calde lacrime la tragica deprivazione educativa dei nostri ragazzi, destinata a segnare per anni, e forse irreversibilmente, le loro fragili vite.

Hanno incominciato i sindacati della scuola: la proposta di Draghi? È “stravagante”! Forse che con la DaD abbiamo giocato? Sono fioccate decine di lettere di docenti indignati: «Giù le mani dalla scuola!». A seguire, i “no” di studenti e famiglie. Ma sono i genitori i più convinti avanguardisti del lassismo e dell’indulgenza. Non importa che dalla DaD siano stati pressoché esclusi moltissimi ragazzi (quasi un milione dei circa due milioni che frequentano la scuola secondaria di secondo grado, vulgo gli Istituti superiori). Né tange più di tanto l’opinione pubblica il fatto che al Sud i tassi di esclusione dalla DaD siano stati altissimi, a causa di insufficienze gravi dell’infrastruttura digitale e dell’impreparazione incolpevole della maggioranza dei docenti.

Eppure, che il calendario scolastico in Italia continui a essere tarato su una società agro-industriale, più agro che industriale, è un fatto. Dal 10 giugno fino al 15/20 settembre i ragazzi e i loro docenti sono free floating. Giusto il tempo per dimenticare quel poco di matematica o di grammatica che hanno appreso dal 15/20 settembre dell’anno precedente. Con eccezioni, si intende: c’è una minoranza di ragazzi e dei loro rispettivi docenti che sono impegnati negli esami di Stato fino al 10 luglio, più o meno, o nel “recupero dei debiti scolastici” dell’ultima settimana di agosto.

Questa struttura del calendario viene da lontano, quale effetto di una stratificazione di molteplici politiche dei tempi di lavoro e di vita, che risalgono all’Ottocento. Poiché la funzione pubblica di educazione/istruzione è divenuta funzione statale, fin dai tempi di Federico II di Prussia (che regnò fino al 1786) e della Rivoluzione francese, è inevitabilmente finita prigioniera dell’amministrazione statale, che ne ha dettato i ritmi e le procedure, sulla misura dei dipendenti pubblici. Tre mesi di vuoto per gli studenti sono una perdita secca. L’avvento del Covid ha solo messo in evidenza la “normale” anomalia di una simile distribuzione del tempo di educazione/istruzione.

Eppure, una modifica del calendario non costituirebbe una traumatica rivoluzione. Si può incominciare l’anno scolastico il 1° settembre, poi una settimana di vacanza attorno al 1° novembre, poi le vacanze natalizie fino al 6 gennaio, poi un’altra settimana-dieci giorni di vacanza a Pasqua, per concludere l’anno scolastico alla fine di luglio. A giugno/luglio fa caldo dalla piana di Bolzano al Lilibeo? Beh, da tempo hanno inventato apparecchi per produrre aria condizionata. Né una redistribuzione dovrebbe comportare un aumento delle ore di lezione. L’Italia ne ha già troppe rispetto agli altri Paesi europei. L’attività intellettuale dei ragazzi non passa attraverso più ore di lezione – e questo sarebbe ancora più vero se gli Istituti scolastici diventassero dei centri culturali aperti tutto il giorno per studenti, docenti e cittadini.

Perché i ragazzi, i loro genitori, gli insegnanti, l’opinione pubblica, la società italiana accettano tranquillamente questo enorme spreco di tempo e di intelligenze? Perché genitori e studenti sono solidali con la resistenza corporativa dei sindacati dei docenti? Alle spalle sta un’idea di Paese, di collocazione internazionale dell’Italia nell’arena europea e mondiale e, pertanto, un’idea di educazione e di responsabilità verso le generazioni più giovani, che è sempre più affetta da facilismo irresponsabile. L’atteggiamento prevalente delle famiglie è che i ragazzi debbano poter vivere i loro sogni, impegnarsi, ma non troppo, per evitare tensioni e traumi, scegliere quello che loro piace al momento. E ciò che succede nel mondo? E il principio di realtà? Lasciamoli sognare!… E se gli insegnanti sono severi o bocciano? Si può sempre ricorrere al TAR del Lazio.

La tendenza alle iscrizioni nei Licei leggeri – le richieste di iscrizione ai Licei nelle scuole milanesi sono arrivate nel 2021 al 64,5 per cento – e la conseguente fuga dagli Istituti tecnici segnalano un orientamento delle famiglie a ciò che costa meno fatica. Lo ha confermato, d’altronde, il Rapporto TIMSS del 9 dicembre 2019 (The Trends in International Mathematics and Science Study), che conduce indagini quadriennali comparative su 64 Paesi, tra cui l’Italia, sulle competenze di Matematica e Scienze.

Da questo Settimo rapporto, che ha riguardato il 4° e l’8° grado della scolarizzazione – in Italia la Quarta elementare e la Terza media – emerge che i Paesi dell’Asia orientale svettano nelle prime posizioni, che i Paesi arabi produttori di petrolio stanno guadagnando velocemente posizioni e che l’Italia mantiene una posizione media, solo perché “fa media” con molti Paesi di livello economico-sociale e culturale ben inferiore.

Andreas Schleicher, responsabile della settore educativo dell’Ocse e coordinatore del programma per la valutazione internazionale degli studenti e del programma “Indicatori dei sistemi educativi dell’Ocse”, nel suo recente libro “Una scuola di prima classe”, attribuisce il successo formativo degli asiatici proprio all’“hard work”.

C’è una lezione da trarre per i nostri Paesi ricchi e sazi e, nel caso dell’Italia, in decadenza? 
Se giustamente preferiscono la personalizzazione dei percorsi e la “moral/individual suasion” per i loro giovani virgulti, contrapposta a una “social compulsion” attribuita agli asiatici, devono però creare un ambiente adulto civile, culturale, mass-mediatico e educativo favorevole al sapere, alle competenze, rigorosamente certificato, senza facilismi e indulgenze, orientato allo sviluppo umano, civile, economico, consapevole del destino dell’Italia e dell’Europa. Insomma, occorre una “social education”. Se la società civile è esigente con se stessa, lo è e lo diventa anche il sistema di istruzione. Invece, è proprio nel sistema educativo che le attuali generazioni adulte stanno sprecando il lascito ricevuto dai loro padri, nati dopo la Prima guerra mondiale. Stanno spezzando la staffetta delle generazioni.

Gli insegnanti e la scuola non bastano da soli. I ragazzi devono respirare uno spirito di destino comune. Sennò, perché dovrebbero studiare le faticose discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics)? Anzi, perché studiare?

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