SubmissionBen vengano gli inchini di Zingaretti e Bersani allo statista di Volturara, a condizione che non ci credano

Pd e Leu si consegnano a Conte pur di non fare la figura dei fessi. Se serve a portare il M5s in maggioranza, passi, ma non s’illudano di poter trasformare Draghi nel Professore del Popolo

AP Photo/Alessandra Tarantino

Nel corso della giornata di ieri è successo che Giuseppe Conte, dopo un lungo silenzio, ha fatto un discorsetto di tre minuti in cui sostanzialmente ha detto al Movimento 5 stelle che lui c’è e ci sarà ancora (tradotto: si degna di comandarli) e a Pd e Leu che il rapporto con i cinquestelle deve andare avanti (tradotto: si degna di comandare anche loro) in nome e per il bene del fondamentale progetto politico di cui parla da mesi e che nessuno ha mai capito in cosa consista concretamente (per essere precisi: nessuno ha mai pensato che esistesse concretamente) per il quale ha coniato anche un nome – Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile – non particolarmente accattivante, per non parlare dell’acronimo. 

Tanto è bastato perché da tutti profili social di dirigenti e ministri del Partito democratico – e di Leu, ovviamente – partissero tali e tante salve di inchini ed encomi al presidente Conte che, viste tutte insieme sulla timeline, sincronizzate com’erano, facevano l’effetto di una di quelle belle coreografie dell’era sovietica. 

Zingaretti: «Grazie al Presidente @GiuseppeConteIT. Un discorso di grande responsabilità e lungimiranza». 

Bersani: «Da @GiuseppeConteIT una bella lezione di stile e di serietà. #Conte». 

Franceschini: «Visione, generosità e sensibilità istituzionale nelle parole di @GiuseppeConteIT. Il suo impegno diretto rafforza la prospettiva di una alleanza politica nata con l’esperienza del suo governo».

Orlando: «Da Conte parole importanti e utili, una lezione a molti che smonta una campagna strumentale e ingenerosa che va avanti da mesi. Soprattutto un gesto politico che se adeguatamente colto avrà conseguenze politiche rilevanti in futuro. Grazie Presidente Conte».

Non continuo per non abusare della pazienza del lettore. 

Intendiamoci, se servono all’obiettivo di portare almeno il grosso dei cinquestelle a sostenere il governo Draghi, ben vengano anche le fantasiose dichiarazioni circa la levatura dello statista Conte e l’importanza dei risultati conseguiti dal suo governo (su cui stenderei un velo viola a forma di primula). Se poi a muovere i dirigenti del fu centrosinistra, più che l’interesse del paese, è il loro interesse a non fare proprio del tutto la figura dei fessi, non darla vinta a Matteo Renzi, dimostrare che alla fine la tiritera dell’alleanza pedagogica e della lenta maturazione grillina qualche risultato lo ha prodotto, benissimo, facciano pure. A una condizione: che non ci credano.

Non è questione di puntiglio. Il fatto è che – l’ho già scritto e lo ripeto: non è colpa mia se insistono a non darmi retta – per poter parlare di un’evoluzione è necessario che ci siano un prima e un dopo, una direzione di marcia riconoscibile e riconosciuta. Ma qui non c’è nessuna evoluzione, perché mai i cinquestelle si sono sognati di rimangiarsi nulla, nemmeno l’infame campagna su Bibbiano, in cui Luigi Di Maio ha sostenuto che il Pd «toglieva alle famiglie i bambini con l’elettroshock per venderseli».

Non c’è prima e dopo, non c’è alcuna evoluzione, ma semplicemente una continua giustapposizione di scelte e dichiarazioni perfettamente opposte, a seconda delle convenienze del momento. Tutto è reversibile, e state tranquilli che se l’accordo sul governo non dovesse chiudersi, ad esempio perché Conte non lo ritenesse soddisfacente, dieci secondi dopo l’intero Movimento 5 stelle tornerebbe a fare concorrenza alla Lega e a Fratelli d’Italia, con le stesse parole d’ordine di due anni fa. 

Dunque va benissimo che il Pd si sacrifichi ancora una volta, per qualche giorno, allo scopo di facilitare l’ingresso dei grillini in maggioranza. Basta che non pensino sul serio di incoronare così Conte leader del centrosinistra, e magari anche di trasformare Draghi nel Professore del Popolo, con il rischio non solo di disintegrare quel poco che restava della credibilità della sinistra, ma di invischiare il nuovo governo negli stessi assurdi vincoli psico-pedagogici che hanno reso disfunzionale la maggioranza giallorossa e indifendibile il bilancio dell’esecutivo. 

Chiamare la figura di maggiore prestigio internazionale per tirare l’Italia fuori dai guai ha senso nella misura in cui, un minuto dopo, alla figura suddetta non vengano a dire che deve tenersi tutti i più scombiccherati provvedimenti del governo precedente, assunti dalle figure di minore prestigio internazionale di cui disponevamo, con numerose figuracce, perché se no il bambino s’impunta e si rischia d’interromperne la maturazione europeista. O che a capo della tale o talaltra struttura deve andarci un compagno di classe di Di Maio, anche se crede all’esistenza dei rettiliani e dubita che l’uomo sia mai sbarcato sulla luna.

Da questo punto di vista è particolarmente preoccupante, da parte di Nicola Zingaretti, il tentativo di buttare fuori dalla maggioranza le forze di centrodestra, dichiarandosi sin d’ora alternativo alla Lega, a dispetto di tutta la retorica sull’emergenza e la patria in pericolo e l’unità nazionale necessaria. Una mossa che dà la misura di quanto la situazione sia disperata. Della sinistra, s’intende. Ma anche dell’Italia.