Strategia capitaleIl riformismo perduto dal Pd dentro il Grande raccordo anulare

Il segretario Zingaretti e il suo ideologo Bettini restano passivi, prima sottomessi a Conte, poi storditi dalle scorribande di Renzi, infine a braccia allargate di fronte a Draghi. Dovrebbero darsi una mossa e soprattutto uscire da una visione romana della politica e dell’Italia

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Insistono. Il mondo è cambiato nel momento stesso in cui il centralino del Quirinale ha chiamato Città della Pieve, ma al Nazareno la linea non cambia. Insistono.  Il quadrupede immaginario di Goffredo Bettini resta la fissazione di Zingaretti. Proclamando la propria zoppia, è ancora alla ricerca del mitico punto di equilibrio per stare in piedi, un tavolino a quattro gambe con l’avvocato del popolo a capotavola.

È stato il grande errore del mancato Conte ter, ma insistono, non riconoscendo che quello era solo un vicolo cieco. Quando si diceva “o Conte o elezioni” sembravano convinti di dire una cosa di buon senso. Se si vuole andare avanti con i pentastellati, c’è un solo punto di confluenza, e cioè Giuseppi. Staticamente guardando era vero, ma quando la politica si rifugia nel considerare una sola via d’uscita per ragioni di buon senso, non è più politica. È rinuncia, è rassegnazione, e comunque è un messaggio da burocrati. Salterà sempre fuori un inaffidabile di fantasia che aprirà la strada alla saggezza di un Presidente che affonderà entrambe le alternative: né Conte né elezioni.

Con il buon senso, non ci si schioda dal 20%. Si resta passivi: prima storditi dalle scorribande di Renzi, poi a braccia allargate di fronte all’arrivo dell’uomo a cui non si può dire di no. La realtà ti scorre addosso, ma se piove, ti bagni.

La controprova la dà Graziano Delrio, intervistato da Maria Teresa Meli sul Corriere. Protesta un flebile noi l’avevamo detto: «È stato il Partito democratico per primo a chiedere un rilancio dell’azione di governo». Ma poi? Quello che è venuto poi, lo spiega con una singolare versione di cosa si intenda per riformismo. «Lo abbiamo fatto con il nostro stile, senza alzare la voce, come fanno i riformisti, che cercano di risolvere i problemi per il bene della gente». E noi sciocchi che pensavamo che il riformismo non fosse un esercizio di stile ma il vero modo di fare il cambiamento…

No, per Delrio il vero modo è non alzare la voce. È essere educati, insomma. Con i Cinquestelle bisogna fare così: se sussurri, pare capiscano meglio.

Strano, perché l’epilogo scadente del Conte ter è stato che per la prima volta risoluto, ore 19, il capo politico Vito Crimi è andato in piazza a denunciare con rudezza lo sconcio della finta trattativa (con Delrio) al tavolo di Fico, e poi, ore 24, a proclamare «mai con Draghi».

Vedi cosa succede se un riformista disarmato incontra un grillino arrabbiato? 

Anche gli orsacchiotti in letargo, quando si svegliano, ti fanno nero. Per forza. Li hai attirati con il miele e pretendi che si accontentino di un tavolo di perditempo?

L’esperienza davvero non ha insegnato nulla. È stata solo la faccia feroce, e la minaccia di elezioni, che ha svuotato la casa grillina di tutte le fissazioni: Tap, Tav e via dicendo. Il Meccanismo europeo di stabilità bisognava vararlo a luglio, avrebbero ceduto. Se traccheggi, perdi. Il populismo è più testardo del riformismo degli educati.

Ma Zingaretti insiste anche adesso. Giuseppe Conte apre la campagna elettorale dietro un geniale tavolino (a quattro gambe) di Rocco Casalino, e il PD che fa? Elogi e incoraggiamenti.

Un comportamento da sindrome di Stoccolma. Eppure, i sondaggisti lo hanno detto chiaro: il Conte ben confezionato, che piace alle nonne ormai più di Luigi Di Maio, sempre così elegante, sempre così educato (dunque riformista), i voti li ruba al Pd, che ne ha più dei grillini, e dunque ha più da perdere.

Ma Bettini cosa non farebbe per la quarta gamba. Visto che i sedicenti liberali, socialisti ed europeisti si sono un po’ sputtanati con la storia dei responsabili, e alla fine erano quattro gatti, cosa di meglio di Conte? Sarebbe il Conte quater, che ora vuol dire quarta gamba.

Draghi avrà i suoi bei problemi con dei sostenitori così, ma se il Governo decolla ci sarà almeno il tempo per una bella riflessione interna al PD. Visto che è un partito cardine anche se zoppo, il problema è di tutti, non solo dei suoi seguaci, a un partito scosso da due scissioni, che non fa Congressi veri da quando è nato, che fa Direzioni che si chiudono all’unanimità per carità di patria, senza dibattito dopo una relazione spiccia senza repliche, qualcosa deve cambiare. L’ultima delibera vera, votata dalla Direzione dopo lungo dibattito è ancora quella che diceva «mai con i Cinquestelle», figuriamoci un po’.

Il PD deve darsi una mossa, e soprattutto uscire dal Grande raccordo anulare, perché non c’è in Italia provincialismo peggiore di quello della Capitale.

Non è necessario andare molto lontano. Ieri, su questo giornale, ha parlato chiaro Tommaso Nannicini, con l’atteggiamento giusto: non rinvangare gli errori ma evitare di ripeterli, e soprattutto ha chiesto di smettere di fare i “finti tonti”, e lasciar perdere con la storia delle quattro gambe, scelta che «sarebbe la fine del PD e meriterebbe almeno di essere discussa in un congresso». Che eleggerebbe finalmente Bettini, aggiungiamo noi.

Per far tornare l’orgoglio democratico, basta con «il populismo mite, l’antipolitica strisciante, il giustizialismo o lo statalismo all’amatriciana».

Vasto programma, per sleeping Nicola.

 

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