Concerto mondialePer promuovere la stabilità internazionale serve un accordo tra grandi potenze

In tutto il mondo il populismo e le tentazioni illiberali sono ancora forti. Il rischio di una catastrofe globale è ancora attuale. Dalle colonne di Foreign Affairs arriva una proposta per frenare la competizione geopolitica tra gli Stati: un nuovo organo che riunisca attorno al tavolo Cina, Unione europea, India, Giappone, Russia e Stati Uniti

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Il miglior modo per prevenire il caos e promuovere la stabilità internazionale nel ventunesimo secolo è un Concerto globale tra grandi potenze. Un modello ricalcato sul Concerto europeo della prima metà dell’Ottocento – tra Regno Unito, Francia, Russia, Prussia e Austria – che si sviluppò in seguito alle guerre napoleoniche.

La proposta arriva dalle colonne di Foreign Affairs, da Richard N. Haass e Charles A. Kupchan, rispettivamente presidente del think-tank americano “Council on Foreign Relations” e professore di affari internazionali alla Georgetown University.

Nel loro articolo Haass e Kupchan partono da una premessa che sottende tutto: in tutto il mondo il populismo e le tentazioni illiberali sono ancora in fermento nonostante alcuni recenti risultati incoraggianti – come l’elezione di Joe Biden alla Casa Bianca – e bisogna fare qualcosa tempestivamente per frenare la competizione geopolitica e ideologica che di solito accompagna il multipolarismo.

Da qui l’idea di un Concerto di grandi potenze per prevenire una potenziale catastrofe: una soluzione che non sarebbe garanzia assoluta di risultato, ma rappresenterebbe la strada migliore per scongiurare problemi più grandi di quelli attuali.

Sarebbe un organo consultivo, non decisionale, formato da sei membri: Cina, Unione Europea, India, Giappone, Russia e Stati Uniti. «Democrazie e non democrazie avrebbero la stessa posizione e l’inclusione sarebbe una funzione del potere e dell’influenza, non dei valori o del tipo di regime. I membri del Concerto rappresenterebbero collettivamente circa il 70% sia del Pil globale che della spesa militare globale. Includere questi sei pesi massimi nei ranghi del concerto gli darebbe un peso geopolitico impedendogli di diventare un ingombrante negozio di discorsi», si legge nell’articolo.

Il resto del mondo – dall’Africa al Medio Oriente, dal Sud-est asiatico all’America Latina – non sarebbe tagliato fuori, ma sarebbe rappresentato nel nuovo organismo dalle principali organizzazioni regionali, che avrebbero un input regolare attraverso la loro presenza permanente presso la sede del concerto.

Inoltre i diplomatici delle organizzazioni regionali – come l’Unione Africana, la Lega Araba, l’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (Asean) e l’Organizzazione degli Stati Americani (Osa) – parteciperebbero alle riunioni solo nel caso in cui fossero direttamente interessati. «È vero che questo formato rinforza la gerarchia e la disuguaglianza nel sistema internazionale. Ma il Concerto mira a facilitare la cooperazione limitando l’adesione agli attori più importanti e influenti. E sacrifica deliberatamente un’ampia rappresentanza a favore dell’efficacia», si legge nell’articolo.

Un Concerto di grandi potenze nascerebbe soprattutto per superare un sistema internazionale non più in grado di garantire stabilità a livello mondiale. L’ordine liberale disegnato dagli Stati occidentali dopo la Seconda Guerra Mondiale, spiegano Haass e Kupchan, va rivisto: in periodi di mutamenti tumultuosi come si cela sempre un grande pericolo.

Il sistema internazionale è arrivato a un punto di svolta storico: «Mentre l’Asia continua la sua ascesa economica, due secoli di dominazione occidentale del mondo, prima sotto la Pax Britannica e poi sotto la Pax Americana, stanno volgendo al termine: l’Occidente sta perdendo non solo il suo dominio materiale, ma anche quello ideologico. In tutto il mondo infatti le democrazie stanno cadendo sotto i colpi di governi autoritari e del dissenso populista, mentre una Cina in ascesa, assistita da una Russia aggressiva, cerca di sfidare l’autorità dell’Occidente», si legge su Foreign Affairs.

Un Concerto globale potrebbe far leva soprattutto su due caratteristiche: da una parte l’inclusività, cioè la possibilità di portare attorno al tavolo delle trattative tutti gli Stati geopoliticamente influenti, indipendentemente dal loro tipo di regime; dall’altra l’informalità di un organo che non ha bisogno di procedure e accordi vincolanti da applicare.

Il nuovo organismo non potrebbe evitare le paure degli Stati verso gli atteggiamenti aggressivi di Realpolitik di alcuni Paesi. D’altronde anche durante il Concerto europeo dell’Ottocento non mancarono attriti, ad esempio sul tipo di reazione rispetto alle rivolte in Grecia, in Spagna, nel Mezzogiorno italiano. Ma, come scrivono Haass e Kupchan, «mettendo in primo piano il dialogo e il consenso si renderebbero le mosse a sorpresa meno frequenti, si sconsiglierebbero le azioni unilaterali e si ridurrebbero anche i conflitti di interesse».

L’esempio fatto dagli autori riguarda Mosca e Washington: è probabile che se avessero svolto consultazioni regolari in passato avrebbero potuto evitare alcuni attriti in merito all’allargamento del perimetro della Nato.

Oggi ci sono altri motivi di frizione che l’attuale architettura internazionale sta esacerbando. «La rivalità tra Stati Uniti e Cina si sta surriscaldando, il mondo soffre di una devastante pandemia, il cambiamento climatico sta avanzando e l’evoluzione del cyberspazio pone nuove minacce all’ordine mondiale. Queste e altre sfide ci dicono che aggrapparsi allo status quo e fare affidamento sulle norme e istituzioni internazionali esistenti sarebbe pericolosamente ingenuo», si legge nell’articolo.

D’altronde la validità della proposta di Haass e Kupchan è dovuta al fatto che le alternative sono inefficaci, impraticabili o irraggiungibili. La riforma dell’Onu e del Consiglio di Sicurezza, ad esempio, è un tema che ritorna ancora e ancora nella politica internazionale. Ma difficilmente oggi le Nazioni Unite potrebbero avere un peso nelle diatribe tra le grandi potenze.

«Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu – riporta Foreign Affairs – rispecchia il mondo così com’era uscito dalla Seconda Guerra Mondiale nel 1945, non il mondo di oggi. Ma non dovrebbe espandersi o scomparire: dovrebbe continuare a svolgere le sue numerose funzioni utili, tra cui fornire assistenza umanitaria e mantenimento della pace, ma non può garantire la stabilità globale nel ventunesimo secolo».

Il nuovo Concerto di grandi potenze dovrebbe rispondere a due priorità. La prima è quella di incoraggiare il rispetto dei confini esistenti e resistere ai cambiamenti territoriali attraverso la coercizione o la forza. In questo caso il riferimento è all’espansione a Ovest della Russia, verso il Donbass e la Crimea; o alla Cina e alle sue pretese su Hong Kong.

«I membri del Concerto manterrebbero la possibilità di riconoscere nuovi Paesi e dovrebbe analizzare caso per caso tutte le fattispecie di Stati irrispettosi o che violano sistematicamente i diritti umani fondamentali e le disposizioni del diritto internazionale accettate in tutto il mondo», si legge nell’articolo.

La seconda priorità del Concerto è quella di produrre risposte collettive alle sfide globali. Cioè dovrebbe investire e in uno sforzo a lungo termine per adattare le norme e le istituzioni attuali alle nuove esigenze mondali, come ad esempio il cambiamento climatico.

«I principali produttori di gas serra – spiegano gli autori dell’articolo – sono la Cina, gli Stati Uniti, l’Unione europea, l’India, la Russia e il Giappone. Insieme, producono circa il 65% delle emissioni globali. Con loro intorno al tavolo, il concerto potrebbe aiutare a fissare nuovi obiettivi per la riduzione dei gas serra e nuovi standard per lo sviluppo verde, prima di passare l’implementazione ad altri forum. Ma si potrebbe trovare terreno comune anche sulla pandemia: l’arrivo del Covid-19 ha messo in luce le inadeguatezze dell’Organizzazione mondiale della Sanità e il concerto sarebbe stato il posto giusto per creare un consenso sulla riforma. Poi ci sarebbe da discutere di sicurezza informatica, reti 5G, social media, valute virtuali, intelligenza artificiale».

Tra le principali obiezioni che anticipano Haass e Kupchan potrebbe esserci quella di un Concerto disegnato sulle sfere di influenza delle grandi potenze. Ma è per questo che gli autori immaginano, a livello regionale un dispiegamento di organi più piccoli – sfruttando anche quelli già esistenti – per dialogare con il nuovo concerto mondiale e moderarne le decisioni secondo le esigenze delle popolazioni locali.

Un’altra obiezione potrebbe riguardare l’idea di un soggetto internazionale basato su singole potenze statali, in un mondo in cui ci sono sempre più soggetti e protagonisti non-statali, non governativi. Questi ultimi però non sarebbero esclusi dal discorso, ma «dovrebbero affiancare gli Stati nazione, che sono ancora oggi indubbiamente, nonostante tutto, i principali attori della politica internazionale».

In definitiva, un Concerto globale non può essere vista come la panacea di tutti i mali. «Portare i pesi massimi del mondo al tavolo – concludono Haass e Kupchan – difficilmente garantisce un consenso tra le parti. Ma è il modo migliore e più realistico per far avanzare il coordinamento di grandi potenze, mantenere la stabilità internazionale e promuovere un ordine basato su regole condivise. Gli Stati Uniti e i loro partner democratici dovrebbero rinunciare alla ricerca di una leadership mondiale, che rischia di creare un sistema globale fatto di disordine e concorrenza sfrenata: un concerto globale rappresenta una pragmatica via di mezzo tra aspirazioni idealistiche ma irrealistiche e alternative pericolose».

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