Oro neroLa responsabilità dell’industria petrolifera sul cambiamento climatico

Nel loro libro-inchiesta, Marco Grasso e Stefano Vergine spiegano che sebbene l’utilizzo di energie rinnovabili sia in costante aumento, gli investimenti per sfruttare nuovi giacimenti di gas e petrolio continuano infatti a crescere

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Abbiamo finito di scrivere questo libro durante la pandemia di Covid-19. Un evento storico, che potrebbe avere conseguenze rilevanti anche sulla questione climatica. Impossibile al momento dire con certezza se questa crisi porterà a un uso maggiore o minore di petrolio e gas, se i principali paesi decideranno di incentivare una rapida transizione energetica oppure preferiranno affidarsi proprio ai combustibili fossili per far ripartire l’economia mondiale.

Di certo da queste scelte dipenderà il futuro del settore dell’oil & gas, e di conseguenza quello del pianeta. Sulla base degli annunci fatti e delle prime decisioni prese, al momento le tre maggiori potenze al mondo – Ue, Usa e Cina – sembrano voler andare in direzioni diverse. La Commissione europea ha promesso un futuro verde, proponendo di vincolare gli aiuti comunitari concessi ai singoli stati alle spese ambientalmente sostenibili. Donald Trump ha fatto di tutto per presentarsi al pubblico come paladino degli interessi dei petrolieri, riservando a loro già parecchi miliardi di dollari in aiuti. Il governo cinese ha invece tenuto un atteggiamento ambiguo: da un lato ha dato il via libera alla costruzione di nuove centrali a carbone, dall’altro ha rifiutato di fissare obiettivi di crescita economica specifici per il 2020, riducendo così la pressione sull’industria per la crescita economica del paese.

Le decisioni finali che saranno prese dai vari governi del mondo plasmeranno l’economia globale nel prossimo decennio, proprio quello in cui l’umanità dovrà dimezzare le emissioni per rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. La questione climatica diventerà uno strumento per far ripartire l’economia mondiale, facendo della rivoluzione energetica una riedizione del New Deal di Roosevelt? Oppure in nome della ripresa economica immediata il tema verrà accantonato? Di sicuro non ci può consolare il fatto che il Covid-19 abbia portato a un calo dell’inquinamento. Al contrario, la pandemia ha mostrato senza mezzi termini l’enorme sfida posta dalla crisi climatica.

Nonostante un lockdown di circa due mesi, che ha coinvolto un terzo della popolazione mondiale, le emissioni globali di CO2 diminuiranno infatti solo di circa il 5% nel 2020 rispetto all’anno precedente. Un calo che risulta scoraggiante se confrontato con i dati del recente rapporto Production Gap: lo studio dimostra che per avere una ragionevole possibilità di rispettare l’obiettivo più ambizioso dell’Accordo di Parigi (contenere l’aumento del riscaldamento globale entro 1,5 °C alla fine del secolo), l’umanità dovrebbe infatti ridurre le emissioni del 7,6% all’anno per il prossimo decennio. Insomma, ci vorrebbe un po’ più di una pandemia tipo Covid-19 ogni anno, per dieci anni, per evitare la catastrofe climatica. Ovviamente non è questo il nostro auspicio. La speranza è che si intraprenda un percorso rapido verso un futuro sostenibile, che dia priorità alla salute umana rispetto al profitto e alla crescita economica indiscriminata.

Non è un’impresa facile, e ne abbiamo ricordato più volte i motivi, ma per farlo è necessario che l’umanità rimodelli rapidamente i propri sistemi socioeconomici a favore delle energie rinnovabili. Per ora, come abbiamo detto, questo non sta avvenendo. Sebbene l’utilizzo di energie rinnovabili sia in costante aumento, gli investimenti per sfruttare nuovi giacimenti di gas e petrolio continuano infatti a crescere. Proprio mentre la crisi sanitaria imperversava, nella primavera del 2020 un altro evento storico guadagnava i titoli dei giornali: il crollo del prezzo del petrolio, andato addirittura sotto zero il 20 aprile 2020, per la prima volta nella storia.

Un effetto diretto del lockdown globale, che ha portato a un’offerta di greggio sui mercati infinitamente superiore alla domanda. Mentre finiamo di scrivere, un barile di petrolio vale circa quarantadue dollari: molto di più rispetto al record negativo di metà aprile, ma comunque uno dei prezzi più bassi degli ultimi dieci anni. Per questo quasi tutti gli analisti del settore prevedono per il 2020 un numero record di fallimenti tra le compagnie petrolifere più piccole. Le grandi, invece, non dovrebbero avere problemi a superare un periodo di prezzi bassi, almeno quelle con spalle finanziarie abbastanza solide, come detto.

Le majors del petrolio sono infatti integrate verticalmente: possono così compensare eventuali perdite nelle fasi upstream (per esempio la produzione) con risparmi nelle operazioni downstream (per esempio nei carburanti utilizzati). Inoltre, queste multinazionali hanno riserve e attività distribuite in tutto il mondo, comprese le aree in cui i costi di produzione sono più bassi, ben al di sotto dei circa quarantadue dollari al barile a cui è quotato oggi (agosto 2020) il greggio.

Insomma, seppure al momento sia ancora molto difficile indicare con precisione come evolverà l’industria petrolifera, è probabile che la prevista ondata di fallimenti tra le compagnie più piccole accelererà la concentrazione dell’industria e alla fine favorirà le grandi. Se andrà così, una volta finita questa recessione ci ritroveremo con meno aziende petrolifere, ma di dimensioni e di solidità mediamente maggiori rispetto al periodo pre-crisi.

Piemme

da Tutte le colpe dei petrolieri. Come le grandi compagnie ci hanno portato sull’orlo del collasso climatico (Piemme, 2020)

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