L’arena geopolitica Il Sud-est asiatico è il vero teatro dello scontro tra Cina e Stati Uniti

Un lungo articolo di Foreign Affairs descrive i difficili equilibri delle nazioni dell’area tra Oceano Indiano e Pacifico. Storicamente hanno sempre avuto un dialogo costante con le superpotenze, senza schierarsi mai apertamente da una parte o dall’altra. Con Biden la diplomazia statunitense ne trarrà giovamento dopo le spacconate e il caos degli anni di Trump

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L’epicentro dello scontro geopolitico globale tra Stati Uniti e Cina è il Sudest asiatico. Un’area del mondo che da sempre è un crocevia fondamentale in cui si incontrano gli interessi di diverse potenze. In Occidente però si usa troppo spesso una visione binaria, quindi semplicistica, per leggere gli avvenimenti in questo quadrante: o è parte del mondo libero o è soggiogata da una forza imperante; o è vicina agli Stati Uniti o rischia di essere sopraffatta dalla Cina. Una dinamica spiegata dall’ex Segretario permanente del ministero degli Esteri di Singapore Bilahari Kausikan, in un’analisi approfondita pubblicata su Foreign Affairs.

L’autore costruisce il suo articolo – intitolato non a caso The Arena – partendo da tre libri appena pubblicati: “Under Beijing’s Shadow” di Murray Hiebert, il quasi omonimo “In the Dragon’s Shadow” di Sebastian Strangio e l’opera di David Shambaugh “Where Great Powers Meet”.

«Molti osservatori esterni spesso presumono in modo quasi offensivo che i Paesi della regione siano tutti irrimediabilmente corrotti. Ma gli autori di questi libri non commettono lo stesso errore: anche se i legami economici sono un fattore importante, nessun membro dell’Asean regola le sue relazioni con la Cina esclusivamente sulla base del commercio e degli investimenti. Il nazionalismo rimane una potente leva di politica estera», spiega Kausikan.

Il Sudest asiatico è una regione multipolare che difficilmente può essere inquadrata sotto l’influenza di un singolo potere esterno. Neanche la Cina, il vicino più grande e potente del Nord, può considerarsi egemone in quei territori. Certo, l’influenza di Pechino è evidente, a maggior ragione negli ultimi anni, con la politica estera aggressiva voluta da Xi Jinping. Ma non riesce ad avere in mano le redini delle relazioni: nel libro di Hiebert i rapporti con Pechino vengono descritti come «un complesso cocktail di speranza e ansia», per i Paesi del Sudest asiatico.

Le relazioni di Laos e Cambogia aiutano a spiegare perché la Cina non può avere un controllo totale. «Il Laos – si legge nell’articolo di Foreign Affairs – è uno Stato sottopopolato e fortemente indebitato, ma ha le sue istituzioni e i suoi interessi nazionali per i quali si batte. Infatti ha passato gli ultimi cinque anni a litigare con Pechino su un progetto ferroviario per assicurarsi condizioni minime “con cui poter vivere”».

La Cambogia, al contrario, è «uno Stato subordinato alla Cina» – nella definizione che ne dà Shambaugh nel suo saggio. Ma sebbene il primo ministro Hun Sen sia molto vicino a Pechino, «non tutti in Cambogia sono entusiasti della sua sottomissione alla Cina, e lo status della Cambogia come “Stato cliente” potrebbe rivelarsi solo una fase», si legge su Foreign Affairs.

Così come Laos e Cambogia non ricadono direttamente nella sfera di influenza cinese – pur essendo costretti a dialogare costantemente e da una posizione di inferiorità – dimostrano che nella regione sia ancora difficile penetrare a livello politico, economico e culturale.

All’inizio dell’articolo l’ex diplomatico di Singapore lo spiega con una frase suggeritagli da un suo collega vietnamita: «Ogni leader vietnamita deve andare d’accordo con la Cina, ogni leader vietnamita deve opporsi alla Cina, e se non puoi fare entrambe le cose allo stesso tempo non meriti di essere un leader». Vale per ogni Paese della regione, ognuno con i suoi parametri e le sue singolarità. E vale tanto nei confronti della Cina quanto degli Stati Uniti.

Uno dei segreti per capire come fanno i Paesi del Sudest asiatico a sfuggire al controllo totale delle grandi potenze, suggerisce Bilahari Kausikan, è l’Asean: «Alcuni lettori potrebbero essere sorpresi dal suggerimento che in un’area all’ombra di una grande potenza, un’organizzazione multilaterale regionale eserciti una reale influenza. Ma l’Asean lo fa: nessun Paese ha bisogno di consentire a Pechino di definire i propri interessi nazionali per mantenere uno stretto rapporto con la Cina. Con la limitata eccezione della Cambogia, nessun membro dell’Asean vede la necessità di allineare i propri interessi a una singola grande potenza».

In questo equilibrio regionale il ruolo degli Stati Uniti è quello di contrappeso a Pechino. Anche perché i Paesi del Sudest asiatico non vedono le scelte a loro disposizione in termini binari a somma zero. «Le relazioni del Sudest asiatico con Washington non sono mai state migliori di come lo erano sotto l’amministrazione Obama», si legge su Foreign Affairs.

L’ex presidente aveva partecipato alle riunioni dell’Asean in Myanmar nel 2012, ha gettato le basi dell’accordo commerciale Trans-Pacific Partnership e ha più volte indicato l’Asia – l’intero continente – come una preoccupazione centrale della politica estera degli Stati Uniti.

Solo che il soft power esercitato da Obama non è stato bilanciato da un hard power – il potere coercitivo espresso attraverso la forza militare o economica per influenzare un altro soggetto – dello stesso spessore. Nel 2012 Washington aveva mediato un accordo tra la Cina e le Filippine per un atollo nel Mar Cinese Meridionale, ma quando Pechino si è rifiutata di togliere le sue navi dall’area contesa dall’America non è arrivato nessun segnale. E ancora, nel 2015 Xi Jinping aveva promesso a Obama che la Cina non avrebbe militarizzato il Mar Cinese Meridionale, salvo poi schierare la sua flotta per intimidire gli Stati dell’Asean un anno più tardi: anche in quel caso gli Stati Uniti non fecero nulla.

Poi c’è stata l’amministrazione di Donald Trump, che nonostante tutto ha avuto un merito, spiega Kausikan: «Trump sembrava capire istintivamente l’importanza di dimostrare l’hard power. Quando ha bombardato la Siria nel 2017 mentre era a cena con Xi, ha fatto molto per ripristinare la credibilità della potenza americana mostrando la sua volontà di usare la forza. Ha anche rifiutato esplicitamente le dimostrazioni di forza della Cina nel Mar Cinese Meridionale e ha autorizzato la Settima Flotta degli Stati Uniti a muoversi in quelle acque per contrastare Pechino».

L’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca fa pensare che nei prossimi quattro anni si torni a un rapporto simile a quello avuto durante il doppio mandato di Obama. «L’atmosfera della diplomazia statunitense migliorerà dopo le spacconate e il caos degli anni di Trump. Ma sarà inutile se la politica estera degli Stati Uniti ricadesse nella riluttanza di Obama a usare la coercizione», si legge nell’articolo.

Infine, sottolinea Kausikan, per gli Stati Uniti sarà sempre difficile determinare esattamente come dovrebbero posizionarsi, perché una posizione troppo forte contro la Cina evocherà timori per una possibile oppressione, ma una posizione troppo passiva susciterà timori di abbandono da parte di quei Paesi: «Allora Biden deve evitare l’errore di Obama, non deve pensare che gli Stati Uniti debbano allontanarsi per chiedere la cooperazione di Pechino su altre questioni, come il cambiamento climatico. Come dovrebbe sapere qualsiasi studente universitario in relazioni internazionali, la cooperazione non è un favore che uno Stato concede a un altro. Se è nel suo interesse, Pechino collaborerà: gli Stati possono competere e cooperare simultaneamente».