Aneddoti e vacciniLa fine dell’inverno e l’inizio degli eroismi millantati della generazione Covid

Gente che si vanta d’aver fatto cento tamponi in un anno, d’essere stata vaccinata con un AstraZeneca che veniva proprio dal lotto ritirato. Non vedo l’ora che finisca il 2021, che torniate tutti a uscire con la vostra bella coda nuova, che non abbiate più tempo di annoiarmi così ferocemente

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Ricorderò la fine dell’inverno 2021 come il periodo in cui tutti si vaccinavano, cioè nessuno. Tutti gli americani di qualunque età e fragilità (imbattibile quella psichica dei giovani americani, se ne tengono conto li avranno vaccinati prima dei novantenni), quindi non io. Tutti i miei coetanei italiani con una docenza a contratto (docenza che proseguirà su Zoom dal loro tinello, tinello che frequenteranno in tutta sicurezza da vaccinati), quindi non io.

Come per tutto, l’aneddotica è sociologia, e quindi quelli che scrivono che è uno schifo, vaccinano solo i raccomandati, mia madre novantacinquenne ancora aspetta e le amiche della Moratti invece, quelli lì poi te li ritrovi belli sorridenti a mostrare la mamma vaccinata su Facebook la settimana dopo. Raccomandati sono solo quelli della settimana prima.

Ricorderò la fine dell’inverno 2021 come la stagione in cui feci il mio primo tampone, volevo arrivare a fine pandemia senza mai averne fatto uno, ma nelle sedi Rai non ti fanno entrare senza certificato di negatività, e quindi sono andata alla farmacia vicino casa.

Dove il farmacista mi ha spiegato «se è negativa poi deve mettersi in quarantena e viene inserita nel sistema della regione e le viene prenotato un tampone molecolare». «Il contrario». «Scusi?». «Se sono positiva». «No, guardi, se è negativa». «No, guardi lei».

Alla fine si è arreso, ma non ha ceduto sulla grande attendibilità dell’inutilissimo tampone rapido per il quale gli stavo dando quaranta euro. Ripeteva gongolante che tutti i tamponi rapidi che aveva fatto lui poi erano stati confermati dai tamponi seri, sembrava piuttosto fiero di questa casuale coincidenza, se ne sentiva meritevole, doveva tenerci molto alla reputazione del reagente.

Pensavo a quel mio amico medico che dice che la ragione per cui la pandemia non è sotto controllo è che ci affidiamo a quelle ciofeche di tamponi rapidi per illuderci d’avere un quadro, ma non mi sono messa a discutere e sono andata a prendere un cappuccino.

Ricorderò la fine dell’inverno 2021 come il mattino in cui capii che c’è proprio la crisi, Milano pare Roma, alle undici d’una mattina feriale c’è una fila di scioperati fuori da Starbucks, neanche fosse una città di ministeriali con un’ora di pausa caffè.

Ricorderò la fine dell’inverno 2021 come il mattino in cui tornai dal cappuccino e in farmacia mi diedero un foglio che pareva fatto da un ottenne con la stampante dei genitori, in un paese in cui serve la carta bollata anche per le fatture, la certificazione di non contagiosità letale invece è una roba che le convocazioni all’assemblea di condominio in confronto hanno un art director, con sotto uno scarabocchio che avrei potuto fare io senza uscire di casa.

Ricorderò la fine dell’inverno 2021 come la stagione del discontento che neanche il sole di York basta a far finire. Per dire: non conosco più neanche un privilegiato contento. I privilegiati depressi – perché tutti gli americani sono vaccinati e noi no, noi sempre a rilento, noi doveva cambiare tutto e tutto è rimasto uguale, noi altro che eccezionalismo semmai gattopardismo – quelli si alternano ai privilegiati depressi con docenza a contratto.

Ai quali hanno iniettato il loro bravo Astra Zeneca e ora naturalmente si sentono tutti i sintomi del mondo, rievocano quella volta che erano a sciare e gli venne una trombosi, ti dicono che il cugino una volta è morto, e io a tutti chiedo solo «ti è già cresciuta la coda?», e s’innervosiscono molto e presto non avrò più amici.

Ricorderò la fine dell’inverno 2021 come il momento in cui, dopo quarantott’anni di vita in cui mi sono seduta su qualunque marciapiede, appoggiata su qualunque scrivania, spaparanzata su qualunque cofano, smisi di non saper mantenere una posizione eretta per più di cinque secondi.

Non perché il contagio le superfici i contatti da evitare, solo perché appena ti accasciavi, com’ero solita fare da tutta la vita, ti fotografavano e ti postavano e ti solidarizzavano in quanto simbolo della crisi, della pandemia, della miseria, della fatica, della vita dell’amore dell’arte; mica come una che in piedi stava più scomoda.

Ricorderò la fine dell’inverno 2021 come l’epoca delle vanterie più assurde. Gente che si vantava d’aver fatto cento tamponi in un anno. Gente che si vantava d’essere stata vaccinata con un vaccino che veniva proprio dal lotto ritirato. Gente che si vantava d’essere sopravvissuta a guerre carestie e prove durissime, e poi veniva fuori che le guerre e le carestie e le prove consistevano nell’avviare la connessione del piccino di casa alla sua prof che insegnava dallo schermo. Gente che si vantava di diffidare degli schermi e quindi ai figli la didattica a distanza non gliela faceva fare perché se non gli fai vedere la tv coi cartoni allora neanche il video del professore (solo giochi di legno: se si riesce a insegnar loro le equazioni a mezzo giochi di legno, il più è fatto).

Ricorderò la fine dell’inverno 2021 come il periodo in cui non vedevo l’ora che finisse, il 2021, che tornaste tutti a uscire con la vostra bella coda nuova, che non aveste più tempo di annoiarmi così ferocemente.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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