Finanza comportamentaleLa fiducia è alla base dell’economia mondiale (e ne siamo sempre più sprovvisti)

È un elemento imprescindibile per stimolare i mercati e per comprendere i risultati di aziende e società. Preservarla è quindi fondamentale per promuovere la creazione di un contesto fertile sul quale far partire la ripresa post pandemica

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La fiducia ha un ruolo che per l’economia, ed in generale la società, va molto al di là di altri aspetti più “tecnici” ed è alla base della cosiddetta “economia comportamentale”, dove ogni attore decide come allocare le proprie risorse basandosi in gran parte sul percepito e su elementi qualitativi (le aspettative sul futuro ad esempio) rispetto a quelli quantitativi, che in alcuni casi potrebbero indicare anche scelte opposte.

Tradotto in effetti pratici significa che il grado di fiducia dei prossimi mesi avrà un impatto determinante su decisioni di risparmio, investimenti, spese delle famiglie, avviamento o cessazione di attività imprenditoriali, desiderio di sfidare le convenzioni e lo status quo da parte delle nuove generazioni. Tutti ingredienti cruciali per una ripresa robusta, che – guarda caso -, erano inclusi nell’aspettativa di un futuro migliore e tutto da scrivere alla base della ricetta “miracolo italiano del dopoguerra”. 

La finanza è un laboratorio ideale per comprendere come elementi di natura emotivo-comportamentale influiscano sui risultati di mercati, aziende, comunità.

Si pensi ad esempio all’effetto “momentum”, ovvero l’inerzia di cui gode un titolo che ha ben performato nel periodo immediatamente precedente. Si tratta di una spinta al rialzo (o al ribasso in caso di performance negativa) su cui il titolo può contare ancora per un certo lasso temporale dopo aver raggiunto il suo massimo/minimo “valore implicito adeguato”, in modo decorrelato dai fondamentali tecnici sottostanti, grazie alla percezione e alla conseguente all’aspettativa sul futuro che compratori e venditori hanno sullo stesso.

D’altronde comportamenti sostanzialmente irrazionali hanno una spiegazione molto precisa. Perché, infatti, sul mercato quando tutti vendono e quindi sarebbe il momento di comprare (o al contrario quando tutti comprano e quindi sarebbe il momento di vendere) sentiamo anche noi un irrefrenabile impulso, dettato dal panico, di vendere? Perché in quei momenti gli algoritmi neuronali del nostro cervello sono guidati soprattutto dall’amigdala, ghiandola del sistema limbico che si attiva in relazione alle reazioni di paura, panico, ansia e aggressività.

Ovviamente, quando queste reazioni avvengono su base individuale l’effetto è tutto sommato contenuto, ma quando il consensus generale (il grado di fiducia di una comunità) si forma aggregando molte reazioni analoghe si possono verificare veri e propri fallimenti del mercato, con conseguenze che in certi casi possono essere irreparabili.

Le banche, ad esempio, sanno bene che il rischio di fallimento può avvenire più facilmente per crisi di liquidità che non di conto economico, ovvero esattamente le crisi generate da comportamenti massivi (e talvolta irrazionali) dei propri i clienti che potrebbero di colpo perdere fiducia nella capacità dell’istituto di tutelare i propri risparmi e accorrere a ritirare i depositi in gran numero e in un periodo di tempo estremamente compresso. 

Tuttavia, per quanto il fenomeno sia noto, nel mondo di oggi connotato da una comunicazione molto ridondante e spesso parimenti superficiale, ingenerare e mantenere buoni livelli di fiducia, è esercizio complesso.

In questi giorni, ad esempio, si è assistito ad un crollo di fiducia nel vaccino AstraZeneca che non poggia su una base statistico-fattuale. Se si leggesse razionalmente la situazione, infatti, sarebbe semplice comprendere che esiste una probabilità ben più alta di morire di Sars-Cov2 che di effetti avversi del vaccino.

Eppure gli annullamenti alle prenotazioni sono fioccati in grande abbondanza. Parimenti il recente caso GameStop ha destato forte preoccupazione negli ambienti finanziari per ciò che avrebbe potuto comportare in termini di fiducia nel mercato.

Come è noto, infatti, l’azienda americana, che stava (sta) attraversando un momento di declino del proprio modello di business, vedeva ormai da tempo i suoi titoli scendere di valore (alimentando l’appetito speculativo di hedge fund ribassisti che sul titolo stesso “shortavano” ) fino a quando, spinti dalla volontà di punire proprio gli hedge fund, numerosissimi piccoli risparmiatori, coagulati nella loro azione attraverso i social network, hanno iniziato ad acquistare il titolo provocandone un rapido aumento di valore e conseguenti ingenti perdite per i ribassisti. 

Sembrerebbe una storia romantica del “piccolo Davide che sconfigge il grande Golia”, ma in realtà cela implicazioni ben più preoccupanti. Un’oscillazione di valore di un titolo completamente slegata dai fondamentali aziendali che ne sono sottostanti, infatti, potrebbe ingenerare una profonda crisi di fiducia negli investitori grandi e piccoli.

Temendo di perdere i propri risparmi a causa di movimentazioni irrazionali (e addirittura coordinate da free rider) dei titoli, gli investitori potrebbero in definitiva perdere la fiducia nell’istituzione “mercato” e decidere di non rischiare più di investire nello stesso, poiché manipolabile e soggetto ad una volatilità ingiustificata rispetto alle valutazioni di rischio rendimento implicite nell’asset

Questo è il motivo di fondo che ha portato i regulator ad iniziare a ragionare compiutamente su come intervenire in tali casi, sebbene una soluzione non sia affatto semplice.

Tornando alla situazione attuale, dobbiamo constatare amaramente che la generazione dei millenial è la prima che ha perso la fiducia nel futuro, perché ha un’aspettativa di tenore di vita peggiore di quelle precedenti, come mai era successo dal dopoguerra in avanti. Non è una buona base da cui partire, ma è necessario comprendere che il grado di fiducia delle varie componenti del sistema, a partire da quella dei cittadini, è uno degli elementi cardine di cui abbiamo bisogno per un rapido rimbalzo del mondo post-pandemico.

Di contro è verosimile, oltre che auspicabile, che la conclusione della pandemia possa creare un clima di euforia per tutto ciò che sarà riconsegnato alle persone, dalla possibilità di condividere lo spazio a quella di viaggiare, dai contatti umani e commerciali alla smania di recuperare tutto ciò che è stato oggetto di privazione. Su questo bisogna lavorare per costruire quel “credito al futuro” di cui abbiamo bisogno come humus in cui far germogliare la ripresa. Ma la fiducia è qualcosa che viene guadagnata con tempo e fatica, mentre perderla è un attimo.

Per questo è necessario che tutti facciano la loro parte in tal senso, dalle istituzioni che devono dimostrare accountability e visione chiara, ai media che devono informare in modo puntuale ed obiettivo, alle nuove generazioni che devono provare a vedere il bicchiere mezzo pieno della situazione, ovvero l’enorme opportunità di riprogettare il mondo che l’emergenza sanitaria ed economica ha generato.

Il modo in cui le nostre comunità affronteranno la fase di ricostruzione e di ripensamento dei paradigmi sociali ed economici verrà fortemente influenzato dal grado di fiducia nel futuro su cui si potrà contare, fino a determinarne l’esito nel lungo periodo.