Modeste proposteQualche idea per migliorare la vita dei partiti e la qualità dei candidati

Anche se si è scettici sulle prospettive di rinnovamento, ci sarebbero due cosette antipopuliste facili facili, ma molto utili, che si potrebbero fare subito per finanziare la politica in modo equo e intelligente

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Grazie all’arrivo di Mario Draghi al governo e di Enrico Letta alla guida del partito più “istituzionale” del Paese si aprono speranze di rinnovamento riformista – e si parla di nuovo di riforme istituzionali. Premetto di essere molto scettico rispetto a questa prospettiva su cui ci accapigliamo dagli anni Ottanta (Commissione Bozzi anyone?), passando per varie Commissioni bicamerali sistematicamente fallite, riforme che non hanno passato la prova del referendum e una brutta riforma del Titolo V della Costituzione, oltre a una serie di leggi elettorali una peggiore dell’altra. Una quantità abnorme di energie sprecate mentre il Paese continuava nel suo declino, dimenticandosi di fare politica industriale, innovazione, sviluppo di capitale umano, soprattutto nell’amministrazione pubblica. E perdendo drammaticamente cultura di policy.

Soprattutto in questo momento, penso sia molto più produttivo occuparsi di ricostruzione economica e sociale e di Next Gen. Ciò nonostante, ci sono alcune riforme utili che si possono fare con legge ordinaria e mi permetto di avanzarne un paio. Si tratta di misure tese a migliorare il sistema dei partiti, che sono forse la vera palla al piede del Paese.

Una riguarda il finanziamento misto pubblico-privato dei partiti e/o delle campagne elettorali. L’altra, legata alla prima, attiene a una regolamentazione della loro vita interna. Possibilmente accompagnata da una legge sulle elezioni primarie (che però vedo molto poco probabile).

Partiamo da un dato di fatto: le campagne elettorali elettorali in primis e i partiti poi, se li si vuole funzionanti e non asserviti a interessi economici, necessitano di fondi.

Una legge interessante da emulare è quella della città di New York che si fonda sul principio delle piccole donazioni private. I candidati a qualsiasi elezione comunale – sindaco, comptroller, public advocate, consigliere comunale, presidente di distretto – che aderiscono al finanziamento pubblico possono contare su un’integrazione pubblica pari a otto volte ogni dollaro di donazione individuale ricevuta. Cioè, se un candidato riceve 100 dollari di donazione da Tizio, la municipalità ne aggiunge 800.

Il tetto massimo integrabile varia da 175 dollari per un candidato al consiglio a 250 dollari per la carica di sindaco. Cioè, se io dono 200 dollari, solo i primi 175 sono integrati per un totale di 1.425: 175 x 8 = 1.400 + 25 (200 donati meno 175 integrabili) = 1.425: Utilizzando come esempio l’elezione a sindaco, per ottenere l’integrazione bisogna soddisfare due criteri: aver raccolto almeno 250.000 dollari e almeno 1.000 donazioni da persone diverse. Sono previsti inoltre una donazione massima a persona di 2.000 dollari (1.400 nel caso di consigliere), il divieto per società o enti di donare, un tetto massimo di integrazione pubblica di 6,5 milioni e un tetto di spesa pari a 7 milioni per le primarie e altri 7 per l’elezione generale.

Il programma è facoltativo. Se si vogliono spendere i propri soldi o raccogliere fondi solo privatamente non si è obbligati a rispettare i limiti di spesa ma restano i limiti di massima donazione.

I vantaggi sono quelli di incentivare le piccole donazioni, molto più semplici da fare da parte di un simpatizzante, creare equità per i candidati e scoraggiare l’influenza del denaro sulla politica, riducendo drasticamente le possibilità dei cosiddetti “bundlers”, i collettori di tante donazioni di entità massima. Per esempio, ci vogliono 1.000 donatori da 1.500 dollari per fare 1,5 milioni. Un traguardo difficile, per cui l’unico modo vero per ovviare al finanziamento pubblico è avere tanti soldi propri. Mike Bloomberg, per esempio, non ha mai partecipato.

Questa legge riguarda i candidati e non i partiti, ma la si può estendere ai partiti.

L’altra proposta prevede di regolare la vita interna dei partiti fissando standard minimi nazionali non obbligatori, cui gli statuti debbano adeguarsi se vogliono ottenere fondi pubblici. Tali standard possono anche riguardare i metodi di selezione dei candidati.

Si può inoltre introdurre una scala di tetti differenti in base ai quali l’erogazione aumenta quanto più stringenti (o “democratiche”) sono le regole interne rispetto ai minimi di legge. Per esempio: integrazione di tre volte se hai raggiunto la soglia minima, di quattro volte se sei più “democratico“ rispetto al minimo e così via.

Sarebba una forma di “carota e bastone“ per cui i partiti sarebbero fortemente incentivati a riformarsi senza subire imposizioni rigide.

Avevo avanzato queste due proposte alla direzione del Partito democratico del 6 marzo 2013, all’indomani delle elezioni politiche (ora non sono più iscritto). L’allora segretario Pier Luigi Bersani le riprese il giorno dopo (ovviamente senza credits) in una conferenza stampa. Ma si decise poi, inseguendo il populismo, di abolire il finanziamento pubblico.

In questo nuovo clima politico potrebbero essere almeno prese in considerazione dal Pd, ma anche da tutti gli altri, essendo i soldi pubblici una carota abbastanza gustosa.