Laboratorio liberalIl governatore della California rischia di essere rimosso (e con lui il progressismo cool)

Gavin Newsom potrebbe essere rimosso dall’incarico nella “elezione di richiamo” entro la fine dell’anno: sarebbe la fine della carriera politica di uno degli esponenti più presidenziabili dei democratici americani

LaPresse

C’è uno Stato in America che ha fatto da laboratorio per tutte le politiche progressiste negli ultimi dieci anni. Diritti sindacali, spesa pubblica investita in trasporti e sostegno alla povertà, diritto all’aborto garantito per tutte le donne e una protezione “santuario” per tutti gli immigrati irregolari.

Uno Stato che nonostante questo sbandierato progressismo, sigillato elettoralmente sin dal 2010 – quando l’ultimo eletto repubblicano a livello statale, il governatore repubblicano Arnold Schwarzenegger, lasciò a fine secondo mandato lo scettro al governatore Jerry Brown – non è diventato un paradiso, anzi.

Le disuguaglianze nei centri urbani sono aumentate e gli affitti a San Francisco, pompati dalla costante crescita della Silicon Valley, possono raggiungere per un bilocale la cifra di 3.000 dollari. O magari superarla. E questo ha causato una crisi abitativa, a cui non si riesce a far fronte anche per l’opposizione dei proprietari di case e dei comitati di quartiere.

Questo però non ha scalfito il potere del Partito democratico, che ha votato con entusiasmo sia Hillary Clinton che Joe Biden e che ha maggioranze qualificate in entrambi i rami del Parlamento statale. Fino alla pandemia da Covid 19.

Il governatore Gavin Newsom, succeduto nel 2018 all’anziano Brown, era l’immagine vincente di questo progressismo, anche per la sua lotta serrata al cambiamento climatico: la California si propone di centrare gli obiettivi per la riduzione delle emissioni di CO2 richieste dagli accordi di Parigi, ma anche di abolire la pena di morte in modo definitivo, commutando la pena dei 706 detenuti ancora ospitati nel braccio della morte.

Poi appunto è arrivata la pandemia e il governatore Gavin Newsom è stato molto più rigoroso di molti suoi colleghi repubblicani, implementando dal 19 marzo al 7 maggio 2020 un rigido lockdown che è stato ripetuto dal 3 dicembre al 25 gennaio 2021. Ma non è servito a molto. Su circa 3 milioni e mezzo di casi, più di 54mila californiani sono morti.

Il Pil è calato del 3,5% nel corso del 2020 e soprattutto c’è stato un serio limite posto alle funzioni religiose in presenza. Le diocesi cattoliche hanno rispettato rigorosamente gli ordini, ma così non è stato per altre denominazioni cristiane che non hanno apprezzato né il limite di capienza (posto a 100) né il divieto di cantare. Tanto da arrivare a giugno scorso alla Corte Suprema, dove la Corte ha dato ragione a Gavin Newsom.

Ma questo non è bastato ai suoi oppositori, che hanno cominciato a chiedere il suo recall, ovvero un referendum per rimuoverlo dalla sua carica. Non sarebbe una novità, secondo l’ufficio del segretario di stato i tentativi sono già stati sei. Ma questa volta il limite richiesto, pari al 12% degli elettori del 2018, ovvero 1 milione e 400mila firme circa, è stato abbondantemente superato.

Gli organizzatori, che si autodefiniscono The People’s Recall, sono tre attivisti repubblicani: Orrin Heatlie, Randy Economy e Mike Netter. Bianchi benestanti di Culver City, città satellite di Los Angeles nota per gli studios della Mgm nella Golden Age di Hollywood, profili simili a quell’Howard Jarvis che nel 1978 ottenne per via referendaria il limite dell’1% per le tasse di proprietà sulla casa, vittoria ottenuta grazie all’unione delle forze di professionisti e di ricchi imprenditori che non volevano che i soldi delle loro tasse andassero a finanziare programmi di welfare ritenuti inutili.

Anche questa volta l’impronta repubblicana è ben visibile e basta andare sul sito RecallGavin2020.com per vedere che l’orso che sul fondo della pagina protegge la California non vuole «limiti sulle armi», «sanità gratuita per i migranti irregolari» e «alte tasse sul reddito».

Casualmente, tutte parole d’ordine repubblicane. In teoria al recall di novembre (la data ufficiale ancora non c’è ma probabilmente coinciderà con quella delle altre consultazioni referendarie annuali) non dovrebbe avere storia, data la debolezza dei repubblicani. Ma gli organizzatori insistono che tra i loro volontari ci siano molti democratici registrati. Che potrebbe non essere vero, ma è vero lo stile di governo di Newsom, molto centralizzato e che almeno in un’occasione ha violato le sue stesse regole draconiane: una cena top secret lo scorso 6 novembre con i suoi donatori presso il ristorante stellato The French Laundry che si trova nella Napa Valley, quando la contea di Los Angeles stava soffrendo sotto la seconda ondata dell’epidemia e in larga parte dello stato erano in atto dei lockdown mirati.

La strategia di Newsom per vincere è semplice: riaprire quanto prima attraverso una vaccinazione. E per evitare le lentezze dei primi mesi, lo sforzo è stato delegato a un’assicurazione privata, la Blue Shield. Una strategia che gli ha attirato le critiche di alcuni suoi alleati progressisti.

E se l’ex sindaco di San Diego Kevin Faulconer, uno dei pochi repubblicani a governare una città importante, ha già lanciato la sfida al governatore, lo stesso potrebbero fare alcuni esponenti progressisti.

Sì, perché il recall è composto di due domande, in realtà: volete voi rimuovere il governatore? E in caso affermativo, con chi lo vorreste sostituire? Alcuni strateghi democratici ritengono che non sia prudente rimanere senza candidati per un’eventuale seconda opzione. Quindi potrebbero correre due rivali storici di Newsom, l’ex sindaco di Los Angeles Antonio Villaraigosa e il miliardario di San Francisco Tom Steyer.

Questa strana alleanza potrebbe portare alla fine della carriera politica di uno degli esponenti più “presidenziabili” dei democratici americani. E ci potrebbe riuscire un’alleanza della sinistra radicale, che non ama la vicinanza del governatore con alcuni donatori miliardari, insieme ai repubblicani, che nello Stato sono ridotti al lumicino.

I quali a diciott’anni di distanza dall’elezione di Schwarzenegger potrebbero abbattere il loro nemico, «Gavin Mussolini», nello stesso modo in cui Hillary Clinton ha perso nel 2016: un mix di sinistra astensionista e di militanti di destra molto motivati.