Vino sul divanoGusti senza genere e bottiglie funky

Torna la newsletter che invita a discutere di enologia senza impegno ma con molto interesse. Questo mese parliamo del rapporto tra le donne e il vino, di cosa dovrebbero imparare le enoteche dai sex shop e di cosa sta succedendo al prezzo dei vini italiani. Ma anche di molto altro

Con l’arrivo dell’8 marzo ero sicurissimo che a partire dai giorni precedenti avrei trovato nella mia rassegna stampa un numero più o meno importante di pezzi dedicati al mondo delle donne e al loro ruolo in quello del vino. È andata esattamente così, nessuno di questi era in italiano. (A dire il vero noi abbiamo trattato l’argomento, ma non vogliamo farci autopromozione. O forse sì.)

L’introduzione a questa newsletter parte da qui, dai tanti spunti che ho trovato nel vasto ecosistema fatto da chi scrive di vino in inglese. Inizio da sua maestà la regina, Jancis Robinson, da anni in prima fila nel parlare di temi quali la parità di salario e la rappresentanza femminile nel vino. Proprio l’8 marzo ha pubblicato un pezzo – Where have women got to in wine? – che cerca di fare una fotografia dello stato attuale: da una parte le donne sempre più centrali nel mondo del vino e dall’altra una strada che appare ancora lunga. Un articolo pieno di esempi concreti, numerici, da quello delle dirigenti nel commercio del vino anglosassone a quello delle studentesse dei principali programmi internazionali del vino, dal WSET alle “corti” dei Master of Wine e dei Master Sommelier.

Bonus: un focus di una sua collaboratrice sulle migliori produttrici portoghesi.

In un pezzo pubblicato lo stesso giorno Emily Robotham su The Drinks Business ha scritto che mentre c’è ancora molta strada da fare prima che l’uguaglianza di genere venga raggiunta e il sessismo venga eliminato dall’industria del vino, il commercio sta facendo progressi positivi nel diventare settore più inclusivo e meritocratico.

Five Inspiring Women in the World of Wine, ne conoscevo solo una.

Una bella storia: These Female Entrepreneurs Create Digital Communities with Wine.

Questo quello che però ho preferito, a firma di Felicity Carter sulla piattaforma Liv-Ex (il marketplace di riferimento per il mercato dei cosiddetti fine wines): Female management and the transformation of wine. Un articolo molto veloce da leggere che va dritto al punto: che inizia dal trattamento che hanno ricevuto dai media Vitalie Taittinger e Saskia De Rothschild quando sono diventate responsabili delle rispettive aziende di famiglia nella Champagne e a Bordeaux e che finisce con quelle che sono le prospettive di un’industria che sarà sempre più guidata da donne. Non una stima ma una certezza data dall’enorme numero di cantine di carattere familiare presenti in Europa, aziende medio/piccole che nei prossimi anni passeranno di mano, alle figlie e ai figli, con la differenza che fino a un paio di decenni fa la scelta ricadeva per una questione culturale quasi sempre solo sui secondi.

Una cosa bella successa in Italia l’avevo però trovata su Instagram, iniziativa di Mariachiara Montera pensata insieme a Rossana Borroni e Valentina Merzi, di cui abbiamo parlato anche su Gastronomika: #ilgustononhagenere. Dai, ancora con le donne associate ai vini rosati nel 2021? «I pregiudizi non sono sempre facili da leggere, perché ne siamo immerse: siamo cresciute pensando che la delicatezza e la leggiadria siano degli elementi che aggiungono femminilità, ma sono in realtà sottrazioni alla nostra personalità».

Chi sono i veri innovatori, nel vino? Il bravissimo Jamie Goode non ci gira intorno e lo dice forte e chiaro: i produttori di vino naturale. A partire dal lavoro di comunicazione fatto sulle etichette, per continuare con l’efficace informalità che caratterizza le loro fiere e per concludere con la grande libertà che hanno dimostrato nelle fasi di maturazione, oggi il cemento e le anfore fanno parte del linguaggio comune bel oltre i confini del naturale. Non solo: è il vino naturale che ha riportato al centro del dibattito e della produzione il concetto di bevibilità. Difficile dargli torto.

Adriano Aiello sulla morte del territorio nel cibo, nel vino naturale e nella comunicazione enogastronomica, su Dissapore.

Antinori, primo gruppo privato del vino italiano con un fatturato nel 2019 di 222,7 milioni di euro, ha appena completato l’acquisizione di Jermann, grande e storica azienda friulana produttrice di alcuni vini bianchi che hanno fatto la storia dell’enologia italiana, su tutti il Vintage Tunina, nato nel 1975. My 2 cents: nei prossimi anni assisteremo se possibile a un aumento della qualità media dei vini di Jermann e non il contrario, come letto qua e là sui social media (non è sempre valido ma è sicuramente utile ricordare che Antinori è tra le grandi aziende italiane quella che ha di gran lunga il prezzo medio per bottiglia più alto).

Francesco Bruno Fadda di Repubblica ha fatto una gran intervista al primo Master of Wine italiano, Gabriele Gorelli. Qui su Gastronomika un bell’approfondimento di Stefania Leo su cosa significhi e perché era ora ce ne fosse uno.

Che storia pazzesca questa sulle radici del proibizionismo americano. Su Wine Enthusiast.

Iniziare con il surf e trovarsi a produrre vino. Un breve pezzo su Vinepair.

Cosa possono imparare le enoteche dai sex shop? Molto, parola di Lorenzo Biscontin, uno dei massimi esperti di marketing del vino italiani.

Nel corso dei mesi è tema che ho sempre seguito e rilanciato qui nella newsletter, questo un aggiornamento importante: l’amministrazione Biden ha sospeso i dazi voluti da quella precedente in vigore tra gli altri sui vini francesi, tedeschi, spagnoli. Un buona notizia per tutta l’Europa.

Ernesto Gentili è una delle pochissime persone di cui quando si parla di Toscana del vino mi fido ciecamente, i suoi consigli sempre delle sicurezze (e il suo libro, I Grandi Vini di Toscana, un vero e proprio riferimento). Qui a partire da un assaggio di Brunello di Montalcino 2016 fa un bel ragionamento sulla complessità del vino e sul suo significato.

A proposito di Brunello, Carlo Macchi di Winesurf è il primo ad alzare un dito e a chiedersi se quella del 2016 da poco presentata sia davvero l’annata del decennio: «indubbiamente un’ottima annata, già aperta e ben declinata, con tannini dolci ma a cui, per me, manca qualcosa. Cosa? Da una parte (in una parte dei vini) quella freschezza che, per esempio nel 2001 era quasi sempre presente e dall’altra la “ruvida dolcezza” dei tannini del sangiovese».

In Abruzzo il mio riferimento è invece Franco Santini: ha appena pubblicato una guida in PDF dedicata ai vini della regione, Vini d’Abruzzo per bevitori curiosi. Un pamphlet contenente una scheda dedicata a tutte le etichette più importanti. Si scarica qui, basta lasciare il proprio indirizzo email.

Fiorenzo Sartore non scrive mai abbastanza, qui un suo post su un vino mitico, a dire poco: il Barolo 2011 di Maria Teresa Mascarello.

Mi ripeto: che belli i ritratti di Club Oenologique. Qui quello dedicato a Egon Müller, iconico produttore della Mosella, in Germania.

È morto Steven Spurrier, commerciante inglese che ha – letteralmente – fatto la storia del vino organizzando la più famosa degustazione di sempre, quella che nel 1976 decretò per la prima volta in Europa la bontà dei grandi vini californiani. Su questa vicenda, una di quelle organizzate forse senza chissà quali ambizioni che però ha modificato il corso della storia negli anni a venire, un sacco di materiale: dal libro scritto dall’unico giornalista presente (Judgment of Paris, di George Taber) al film (Bottle Shock, in Italiano Napa Valley, la grande annata) che ho visto per la prima volta in questi giorni. Simpatico, non indimenticabile, comunque godibile (su YouTube si trova in italiano, gratuitamente).

«Will local retail wine stores disappear like bookstores as online sales grow? I hope not. An algorithm cannot replace a conversation with a retailer who has tasted every wine in his store or remembers what she sold you on your last visit». Se gli e-commerce del vino sono destinati a sostituire le enoteche tradizionali, anche io dico di no. Sul Washington Post.

Marco Baccaglio sul suo I Numeri del Vino ha appena pubblicato un aggiornamento sulle esportazioni italiane nel 2020, anno «chiuso con un più che dignitoso calo del 2.2%», dato negativo ma non drammatico. La spiega bene: «due cose mi sembrano chiare: primo, fino a quando il COVID regna supremo, in termini relativi il vino italiano fa meglio di quello francese e probabilmente anche della media mondiale. Appena tutto riparte i vini francesi faranno faville e si riprenderanno le quote di mercato perse. Secondo, il dollaro è debole (per ora) e il confronto per tutto il primo semestre sarà punitivo, nell’ordine del 6-7% sulle nostre esportazioni americane. 6% moltiplicato per 23% fa un vento contrario di 1-1.5 punti percentuali sulle esportazioni. Primo test del nuovo anno: gennaio, che vede una base di comparazione molto difficile». Già, perché a gennaio scorso molti importatori si mossero in anticipo con la paura l’amministrazione Trump decidesse di inserire dazi anche sui vini italiani. Non accadde, ma poi arrivò la pandemia.

Per gli appassionati di numeri: dallo stesso blog anche le esportazioni francesi nel 2020.

Non facciamoci però distrarre da un dato che può apparire incoraggiante: una buona parte del vino italiano sta attraversando una crisi molto difficile, che non vede al momento la luce. Ne ho scritto su Intravino.

Eric Asimov e un pezzo su tutte quelle preoccupazioni che stanno caratterizzando le vite di sommelier e wine director di New York: in città tira una brutta aria.

Per il New York Times sarà l’estate del Prosecco Rosé.

Influencer del vino, sono qui per restare.

Fabio Giavedoni di Slow Wine e una bella e giusta riflessione sulle “stravaganze”: tanto sono accettate quelle in cucina quanto demonizzate quelle del vino. Dai che uscire dagli schemi può essere divertentissimo.

Il lessico della degustazione è ovviamente in continua mutazione. Uno dei termini più recenti, uno di quelli di maggior successo specie nel mondo dei vini naturali, è “funky”, descrittore molto generico utile a indicare vini che magari hanno un accenno di volatile, o magari di brett se non di ossidazione. Insomma vini che si smarcano nettamente dal solo “fruttato” e “floreale”. Vicki Denig ci ha fatto un pezzo su Vinepair (le cui illustrazioni a corredo degli articoli sono sempre più belle).

Prossimo appuntamento con Vino sul Divano: giovedì 15 aprile. State bene, ciao.

 

 

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