Un nuovo centrosinistraLetta ha bisogno del proporzionale per evitare il ritorno del populismo

Guai se il suo discorso sull’importanza delle coalizioni si traducesse nell’abbandono di quella legge elettorale che i dem avevano indicato come essenziale contrappeso al taglio dei parlamentari, per evitare conseguenze – parole loro – addirittura pericolose per la democrazia

Claudio Furlan/LaPresse

Essendo tra i pochi che a sinistra hanno sostenuto sin dall’inizio e con convinzione il passaggio dal governo Conte al governo Draghi, e con non minore convinzione la sua immediata ricaduta sugli equilibri del Partito democratico, vale a dire il passaggio dalla segreteria Zingaretti alla segreteria Letta, approfitto di questo momento di ritrovata concordia, adesso che finalmente siamo diventati tutti o quasi tutti draghiani e lettiani della prima ora, per indicare qualche piccolo rischio che mi pare d’intravedere sulla luminosa strada della rinascita del Paese e della sinistra.

Per cominciare, ricordo che nell’anno e mezzo scarso in cui Mario Monti è stato alla guida del governo, un governo come noto a suo tempo molto apprezzato da Enrico Letta, e verosimilmente anche da Mario Draghi, il Movimento 5 Stelle passò d’un balzo dal 5 al 25 per cento. Intendiamoci, senza Nicola Zingaretti e Goffredo Bettini alla guida del Pd, il rischio che i grillini ritornino a quelle percentuali lo considero prossimo allo zero. Qui anzi sta il vero segnale di svolta dato da Letta nel suo discorso all’Assemblea nazionale, quando ha parlato di un «nuovo centrosinistra» da costruire dialogando con tutti (da Roberto Speranza a Matteo Renzi, da Emma Bonino a Nicola Fratoianni), che come tale – successivamente – si confronterà con il partito di Giuseppe Conte. Ma non è meno importante l’aver chiarito che il nuovo centrosinistra sarà guidato dal Pd. E il fatto che una simile affermazione, pronunciata dal segretario del Pd, sia addirittura una notizia, in questo Paese, la dice lunga sul punto cui era arrivato (il Pd, ma pure il Paese).

Per farla breve, senza il segretario del Partito democratico a incoronarlo preventivamente leader del nuovo centrosinistra, punto di riferimento di tutti i progressisti e capo del governo ideale di tutti gli italiani, non penso che nel 2023 Giuseppe Conte rappresenterà una minaccia per nessuno. Quello che mi preoccupa è che al suo posto cresca qualcosa di peggio.

Molto dipenderà dal governo Draghi, naturalmente. I primi passi, anzitutto sulla campagna vaccinale, sembrano incoraggianti. Ma l’entità dei problemi economici e sociali che la pandemia ha sollevato e al tempo stesso coperto, quasi silenziato, è tale che persino la più brillante e rapida delle vittorie sul fronte del Covid potrebbe non bastare. Speriamo bene. E speriamo soprattutto che il governo Draghi e il Pd di Letta non ripetano gli errori della stagione montiana.

C’è però un problema preliminare, che rischia di complicare tutti gli altri, e persino di rivitalizzare il grillismo. Si tratta della legge elettorale. Su questo, in assemblea, Letta è stato sufficientemente vago (ha detto che ne serve una nuova, che assicuri la scelta dei parlamentari), limitandosi a costeggiare la questione con una serie di proposte, diciamo così, di contorno, peraltro largamente condivisibili: norme per impedire la proliferazione in Parlamento di gruppi senza alcuna corrispondenza con i partiti presenti sulla scheda, sfiducia costruttiva e piena attuazione dell’articolo 49 della Costituzione (sulla democrazia interna nei partiti).

Proposte condivisibili dal punto di vista politico non meno che culturale, per l’idea di democrazia che sottendono, come anche le parole di Letta sull’importanza di tornare a fare politica nei partiti, e non solo da posizioni di governo, nazionale o locale. Quanto quelle proposte siano anche realizzabili, in un panorama di partiti spesso nati in Parlamento e quasi sempre di carattere personale e proprietario, è altra questione, ma non decisiva: a volte è giusto combattere anche le battaglie che non si possono vincere, o che non si possono vincere subito. Come lo ius soli, ad esempio: bravo anche qui.

Il problema è che tutte quelle giuste proposte, con una legge elettorale maggioritaria come il Mattarellum (che in serata Letta ha elogiato da Fabio Fazio), sommandosi alle conseguenze del taglio populista dei parlamentari, non produrrebbero un sistema più efficiente, ma una democratura modello Orbán. D’altronde, avere dato il proprio assenso al taglio dei parlamentari con una brutta intervista ai tempi del referendum è la principale se non unica macchia sul curriculum di Enrico Letta, e c’è da augurarsi che sia stato solo un colpo di testa passeggero.

Guai se il suo discorso sull’importanza delle coalizioni si traducesse nell’abbandono di quel sistema proporzionale che tanti dirigenti del Pd avevano giustamente indicato come essenziale contrappeso al taglio dei parlamentari, per evitare conseguenze – parole loro – addirittura pericolose per la democrazia. Dopo tante chiacchiere, dopo tutti i sacrifici e i compromessi fatti per impedire a Matteo Salvini di prendere i famosi «pieni poteri», la loro strategia si risolverebbe clamorosamente nell’esatto contrario. E peggio ancora sarebbe se a determinare una simile svolta fosse – come già tante volte in passato – l’illusione di poterne essere i beneficiari, confermando nell’elettorato l’antico e non sempre infondato sospetto che tante grida di allarme sulla democrazia a rischio e la necessità di scelte responsabili siano solo un indigeribile miscuglio di ipocrisia e propaganda.

D’altra parte, in uno scontro manicheo tra opposte «coalizioni coatte», la leadership del Pd che Letta ha appena finito di rivendicare nel proprio campo, con i tempi cupi che si avvicinano, sarebbe tutt’altro che scontata. Se si vuole davvero liberare il centrosinistra – e prima ancora il governo Draghi – dalla minaccia rappresentata dall’opa ostile delle forze populiste, oggi deboli nei sondaggi ma assai forti sui mezzi di comunicazione e non solo, l’unica strada è il ritorno a una legge elettorale che consenta agli elettori di votare ciascuno il proprio partito, senza alleanze precostituite.

Auguriamoci che lo capiscano anche i vertici del Pd, prima di ritrovarsi a scegliere il leader del centrosinistra attraverso primarie su Rousseau.

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