Orizzonte EuropaLa ricerca deve essere un bene pubblico europeo

Ogni Stato membro ha interesse a ritardare l’attuazione delle decisioni prese in comune per sfruttare le iniziative degli altri senza pagarne i costi. Se vogliamo che l’Ue non perda terreno rispetto ai competitori internazionali bisogna discuterne nella Conferenza sul futuro dell’Unione

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Fin dalle origini, le tre Comunità europee (CEE, CEE, CEEA), sono state impegnate in singoli programmi di ricerca secondo le indicazioni iscritte nei trattati: carbone e acciaio, ricerca nucleare e ricerca agricola. Alla fine degli anni sessanta, il richiamo della sfida americana e la preoccupazione del divario tecnologico e delle risorse fra Europa (e meglio la “piccola Europa”) e Stati Uniti ha agito come leva per una maggiore cooperazione nelle Comunità Europee. 

Soltanto il Vertice di Parigi nel 1972 in una Comunità a Nove aveva segnato un passo in avanti introducendo, sulla base dell’allora articolo 235 CEE, nuove linee d’impegno nei settori industriale, sociale, regionale e ambientale in quella che il cancelliere tedesco Willy Brandt aveva chiamato Gesellschaftpolitik (politica della società).

Ciononostante, l’ambiziosa idea del commissario italiano Altiero Spinelli di creare una Fondazione europea della Scienza sul modello dell’americana National Science Foundation non fu accettata dal Consiglio come istituzione comunitaria e nacque solo nel 1974 come più modesta iniziativa su basi intergovernative.

Da giovane ricercatore ma anche come militante federalista nell’Istituto Affari Internazionali a Roma – fondato da Spinelli nel 1966 – seguivo con l’incarico di analizzare le poche luci e le molte ombre della partecipazione dell’Italia alla cooperazione scientifica e tecnologica internazionale le vicissitudini dei tentativi di Spinelli di inserire un granello di competenza federale nell’ingranaggio europeo.

Sempre nel 1974 e ancora su proposta di Altiero Spinelli, il Consiglio adottò alla unanimità la prima risoluzione su una politica comune nel settore della scienza e della tecnologia che fu l’avvio di una serie d’impegni crescenti delle Comunità Europee in materia di ricerca che hanno visto negli anni i membri italiani della Commissione europea: prima Spinelli (1970-1976), poi Filippo Maria Pandolfi (1989-1993) e infine Antonio Ruberti (1993-1995).

Secondo le priorità indicate da Spinelli, le Comunità europee si erano così dotate di quattro obiettivi generali:

  • Sicurezza a lungo termine nell’approvvigionamento e nelle misure economiche in materia di risorse (materie prime, energia, agricoltura)
  • Promozione di uno sviluppo economico comunitario competitivo sul piano internazionale
  • Miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro nelle Comunità
  • Protezione dell’ambiente e della natura

Con le Comunità europee allargate nel 1972 si passò da programmi annuali a programmi pluriennali in materia di azioni dirette (realizzate intra muros dal CCR) e indirette (realizzate extra muros nei laboratori specializzati dei centri di ricerca nazionali) con una programmazione 1973-1976 seguita dalla programmazione 1977-1980 a cui fece seguito il programma 1980-1983 concentrato in sei obiettivi: sicurezza nucleare e ciclo del combustibile, nuove energie, studi e protezione dell’ambiente, misure nucleari, supporto scientifico alle attività settoriali delle Comunità e sfruttamento delle grandi installazioni.

Il primo programma quadro fu avviato nel 1983 sulla scia della strategia di Lisbona del 1980 ma la piena responsabilità e la base giuridica fu inserita nei trattati con l’Atto Unico Europeo nel 1987 e fu ampliata con il Trattato di Maastricht entrato in vigore nel 1993 con cui fu sottolineata l’importanza della ricerca per la competitività industriale, per la crescita economica per lo sviluppo delle politiche comuni come quelle in materia ambientale.

È significativo l’aumento delle risorse finanziarie attribuite ai programmi pluriennali dai 3.7 miliardi di Euro del primo programma ai 13.1 miliardi del quarto programma 1994-1998 ai 15 miliardi nel quinto programma ai 19.2 miliardi del sesto programma 2002-2006.

A partire dal 2007 e fino al 2013 l’Unione europea si è dotata del settimo programma-quadro con un ammontare globale di 53.2 miliardi di Euro includendo il progetto Galileo, le Reti transeuropee nell’energia e nei trasporti, Life Long Learning e i programmi di scambio degli studenti universitari.

L’ottavo programma-quadro – denominato Orizzonte 2020 perché inserito nella programmazione finanziaria 2014-2020 – ha rappresentato una nuova frontiera con un finanziamento di quasi ottanta miliardi di Euro e tre pilastri principali: l’eccellenza scientifica, la leadership industriale e le sfide della società nel ventunesimo secolo.

Con il recente accordo del Consiglio dell’Unione sul progetto di regolamento per il nono programma-quadro per il periodo 2021-2027 – denominato Orizzonte Europa – e in vista del voto del Parlamento europeo siamo entrati in una fase ancora più avanzata dell’impegno europeo per garantire il bene comune della ricerca europea dotato di un ammontare di risorse pari a 95 miliardi di Euro a cui occorre aggiungere i contributi nazionali.

Rispetto agli inizi degli anni ’70 e dopo oltre cinquanta anni i passi in avanti sul piano quantitativo e qualitativo sono stati sostanziali ma i finanziamenti e gli indirizzi della ricerca restano saldamente nelle mani degli Stati nazionali per quanto riguarda la ricerca di base, quella applicata e il supporto alla ricerca e allo sviluppo nelle aziende mentre l’Unione europea promuove grandi progetti comuni quasi esclusivamente nell’ambito della ricerca applicata sapendo che in alcuni settori come l’immunologia e le biotecnologie non è possibile distinguere fra ricerca di base e ricerca finalizzata.

Negli Stati Uniti avviene esattamente il contrario e sarebbe difficile immaginare il sistema statunitense senza agenzie federali e senza una politica federale di base oppure senza il National Institute for Health.

Nel settore della ricerca come in quello della salute si manifesta quella che è stata definita la “tragedia dei beni comuni” dove un singolo Stato membro può trarre benefici dal deviare dalla strategia perseguita da tutti gli altri e dove è interesse di ogni singolo Stato ritardare l’attuazione delle decisioni prese in comune per cercare di sfruttare le iniziative messe in atto dagli altri senza pagarne i costi.

Nel Trattato di Lisbona, il settore della ricerca è stato incluso a metà strada fra le competenze condivise e le azioni di sostegno nel quadro di una logica perversa del principio di sussidiarietà perché i governi hanno voluto precisare che l’esercizio della competenza dell’Unione non può «avere l’effetto di impedire agli Stati di esercitare la loro».

Se vogliamo che l’Unione europea non continui a perdere terreno nei confronti dei vecchi e nuovi competitori internazionali, dobbiamo sottoporre questa questione al centro delle priorità e dei dibattiti nella Conferenza sul futuro dell’Europa

*Pier Virgilio Dastoli è il presidente del Movimento Europeo – Italia