L’iperuranio del NazarenoCon Draghi cambiano tutti, tranne i dem, che continuano a non fare politica

I democratici stanno discutendo su chi scegliere come vice-segretaria al posto di Andrea Orlando e del congresso. Sta al segretario inventarsi qualcosa, rovesciare il tavolo, liberarsi dalle tutele, provare insomma a fare il Pd prima che il Pd lo faccia qualcuno da qualche altra parte

LaPresse - Claudio Furlan

Ripiegati su stessi come marionette dopo la rappresentazione, i dirigenti del Pd non si stanno più occupando delle cose del mondo reale ma del loro iperuranio, delle traiettorie degli assetti interni, della mistica correntizia, dell’orgasmica ansia degli incarichi. 

E così accade che mentre tutto cambia la discussione interna verta sull’ipotesi di una vicesegretaria vicina a Nicola Zingaretti o a Lorenzo Guerini o a nessuno dei due (ipotesi in realtà del terzo tipo) o, con un po’ più di senso, se si debba fare un Congresso, e quando, e se debba essere “politico” come vuole Zingaretti (ma chissà quando) o anche sul nome del segretario come vorrebbero gli altri. 

Tutto cambia, o perlomeno molto, tranne che nel maniero del Nazareno dove da tempo hanno tirato su i ponti levatoi e dove per entrare bisogna pronunciare una speciale parola d’ordine, altrimenti sei un intruso o peggio un renziano travestito, cioè un prezzolato dal Nemico, una spia, un traditore. 

Cambia – pur nell’ambito di un tragico maquillage – persino il M5s, che vuole Giuseppe Conte segretario del partito sperando di salvare la pellaccia, eccitato da sondaggi rincuoranti che magari scadono fra quindici giorni. Cambia Matteo Salvini, eccome se cambia, cambia qualcosina a sinistra dove emerge una sinistra dura e pura distinta dal bersanismo sguaiato e in cerca di brandelli di potere, cambia Forza Italia che prova a tornare partito di governo senza l’arroganza del tempo che fu, cambia – per la verità senza che se ne intenda la direzione di marcia – un centro riformista alla ricerca del tempo perduto. Solo il Pd non cambia. Ma non perché le cose vadano bene: per il motivo opposto. 

Nel senso che il Pd si sta paurosamente incartando nelle sue stesse tattiche e controtattiche. In una autoreferenzialità che diventa onanismo, nel ginepraio di tensioni – dalle donne ai sindaci, per dire due cose che non c’entrano niente tra di loro – che non può che abbattersi su una leadership che invece di aprirsi si barrica nel ridotto della Valtellina creando una insopportabile discrasia fra l’agenda del Paese e l’agenda del partito.«E in una situazione così non fai un congresso vero?», mandano a dire al segretario quelli di Base riformista, ai quali – sia chiaro – di Matteo Renzi cui furono molto legati non interessa più molto (altro che quinta colonna del renzismo) ma che anche loro hanno il problema di dare un senso alla propria esistenza politica. 

Hanno cincischiato anche i riformisti, nell’era del Conte punto di riferimento dei progressisti, ora hanno finalmente capito che il problema non è l’alleanza con i grillini ma quella con se stessi. Come dice il saggio Pierluigi Castagnetti, «occorre uscire dal gorgo di mediocrità e supponenza per capire dove e come noi si debba cambiare, e molto». Dà segni di nervosismo Peppe Provenzano, l’ala sinistra del partito, Dario Franceschini col suo silenzio evidenzia la crisi del partito. Troppi errori. La sensazione che il nuovo corso draghiano non abbia granché bisogno degli statisti del Nazareno. Persino che Conte li abbia fregati.

Ma Zingaretti, che pure era il segretario che voleva «cambiare tutto», oggi appare come quello che difendevano l’Urss quando la bandiera rossa sul Cremlino era stata ammainata da un pezzo, e dice che lui è disposto a fare un “congresso politico”, cioè senza discutere il segretario e i gruppi dirigenti, facendo finta di non sapere, lui, nato e cresciuto in un partito in cui in congressi erano sacri, che la sua sarebbe una assemblea, un convegno, una mega-riunione: il congresso è un’altra cosa. E lui lo sa. Come lo sanno i gueriniani che vogliono appunto mettere in discussione “Nicola” e la squadra romanocentrica che dirige il Nazareno, un castello kafkiano anche per questo vissuto con indifferenza se non fastidio dal partito del Nord, dai milanesi, dai sindaci anche meridionali, in una sorta di “federalismo negativo” nel quale la periferia va per conto suo mentre Roma con i suoi giochetti è irrimediabilmente lontana.

Voleva fare un partito più attrattivo, Zingaretti, dopo l’età dell’egocentrismo renziano, ma qui non arriva alcun personaggio nuovo che non sia legato mani e piedi al caporrente di turno, meglio se romano de Roma, e anzi ogni tanto c’è qualche pezzo pregiato che fa le valigie, come Padoan che se n’è andato a Unicredit, Martina alla Fao, Minniti a Leonardo, e attenti che qui può diventare una slavina, via dal Pd appena possibile. In questa situazione sta al segretario inventarsi qualcosa, rovesciare il tavolo, liberarsi dalle tutele, provare insomma a fare il Pd prima che il Pd lo faccia qualcuno da qualche altra parte. Non ci sono alternative. Tranne la fuga, o la disfatta.

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