Acrobazie di potereL’arte della mistificazione e altre debolezze della politica

Chi governa spesso ricorre a strategie di manipolazione della realtà, ribaltando a proprio favore situazioni di svantaggio. Come nel caso del «Questo lo dice lei!» rivolto a Pier Carlo Padoan da Laura Castelli, che è stata riconfermata viceministra dell’Economia. Forse eviterà di commettere lo stesso errore con Daniele Franco e Mario Draghi

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Il sesto romanzo di Umberto Eco è “Il Cimitero di Praga” pubblicato da Bompiani nel 2010 che riprende il tema del complotto, trattato con somma ironia ne “Il Pendolo di Foucalt” del 1988.

La differenza tra i due testi è però significativa: nel Pendolo i protagonisti sono Belbo e Casaubon, dipendenti di una casa editrice dalla doppia ragione sociale, una, la Manunzio, per i talenti e l’altra, la Garamond, per i gonzi che pubblicano a proprie spese pur di essere letti da parenti e amici. Su entrambe governa il tronfio e furbo proprietario il signor Garamond, venditore di sogni agli sprovveduti autori e mellifluo cortigiano dei potenti.

I due immaginano un complotto “letterario” di cui fanno filtrare la notizia nell’ambiente degli occultisti che ci cascano e finiscono per ordirne uno vero che vedrà vittima il povero Belbo, sacrificato durante una cerimonia satanista nel Conservatoire National des Arts et Métiers a Parigi nel quartiere del Marais, terzo arrondissement, al 292 di rue Saint Martin.

Vi si trova l’originale del famoso dispositivo ideato dal fisico francese Jean Bernard Léon Foucault nel 1851, con lo scopo di dimostrare che la Terra compie un moto di rotazione intorno al proprio asse e basato sull’azione della forza di Coriolis. Il lettore interessato potrà trovare la descrizione e l’installazione dell’esperimento sul sito.

Chi scrive ha visitato nel 2006 il Conservatorio, restando stupito dalla grandiosità del meccanismo e dall’incontrovertibile verità che proclama, riprendendosi poi dalla meraviglia con un caffè ai Deux Magot, con vista su un abituale frequentatore italiano, Corrado Augias, estimatore di quella Francia che l’anno successivo lo avrebbe insignito della Legion d’Onore. La visita è consigliata a terrapiattisti, a studiosi di scie chimiche e perfino ai novax, tutti accomunati da un sonoro disprezzo verso la scienza e uniti nel motto «Questo lo dice Lei!»

Incredibile dictu rivolto dalla torinese Laura Castelli – classe 1986 diploma di ragioneria e laurea triennale in economia aziendale poi impiegata presso un Caf ed eletta al parlamento sin dal 2013, sottosegretario e poi viceministro Economia e Finanze nei due governi Conte – al noto economista di fama internazionale Pier Carlo Padoan, già ministro e vicesegretario generale dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) nel corso di un illuminante dibattito sulla finanza europea di cui si avrà certo esilarante memoria.

Secondo il filosofo Protagora vissuto nel V secolo a.C e padre della Sofistica: «L’essere umano è misura (mètron) di tutte le cose, di quelle che sono per ciò che sono, e di quelle che non sono per ciò che non sono».

Laura Castelli, riveste ora la medesima carica anche nel governo Draghi, su richiesta – olimpicamente accolta dal premier – del proprio capo politico, ma credo eviterà di commettere lo stesso errore con Daniele Franco, consapevole del destino che si prepara nelle urne per il più famoso apriscatole della storia da quando esattamente 210 anni fa John Hall e Bryan Donkin brevettarono le scatolette di latta, a beneficio di Andy Warhol e dell’universo degli scapoli.

Eco riversa nel romanzo il proprio enciclopedico sapere con cui si prende il lusso, a lui consentito, di giocare: intitola i capitoli con il nome delle dieci Sefirot, le cabalistiche e progressive emanazioni del divino, e con il medesimo drammatico crescendo riesuma tutte le teorie sul potere del Graal e sui Templari, scandaglia i recessi del pensiero massonico ortodosso ed eterodosso, le tante chiese e conventicole dell’occultismo, le più grandi falsificazioni della storia connesse ai farlocchi Protocolli dei Savi di Sion e all’antisemitismo atavico dell’Europa.

Un teatro della menzogna e della mistificazione in cui recitano personaggi inventati anche se riconducibili nei nomi di personaggi e cose a tanti passaggi della cultura e della tecnologia mondiale, tra cui il nome del filosofo e mistico arabo-spagnolo del XIII secolo, Abulafia, con cui battezza uno dei primi computer da tavolo.

Riservo la trama a quanto avranno intenzione di leggere il godibilissimo romanzo; ad altri non motivati a farlo consiglio il bel testo critico di Pierantonio Frare, ordinario di Letteratura italiana presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica di Milano.

A differenza del Pendolo, “Il Cimitero di Praga” che pure di intrighi e complotti esonda, presenta una diversa struttura narrativa, ponendo la mente di eventi realmente accaduti in un personaggio di fantasia, Simone Simonini, il cui nome evoca Simon Mago del Vangelo e il proteiforme illusionista del romanzo di Thomas Mann, “Mario e il mago” concepito a Forte dei Marmi nel 1930 durante una vacanza nell’Italia fascista il cui capo farà, come il “mago” che ha umiliato Mario, una brutta fine.

Lungo il XIX secolo, tra Torino, Palermo e Parigi, troviamo una satanista isterica, un abate che muore due volte, alcuni cadaveri in una fogna parigina, un garibaldino che si chiamava Ippolito Nievo, scomparso in mare nei pressi dello Stromboli nel naufragio sospetto del piroscafo Ercole, il falso bordereau di Dreyfus per l’ambasciata tedesca, la crescita graduale di quella falsificazione nota come I protocolli dei Savi Anziani di Sion, che ispirerà a Hitler i campi di sterminio, gesuiti che tramano contro i massoni, massoni, carbonari e mazziniani che strangolano i preti con le loro stesse budella, un Garibaldi artritico dalle gambe storte, i piani dei servizi segreti piemontesi, francesi, prussiani e russi, le stragi in una Parigi della Comune dove si mangiano i topi, colpi di pugnale, orrendi e puteolenti ritrovi per criminali che tra i fumi dell’assenzio pianificano esplosioni e rivolte di piazza, barbe finte, falsi notai, testamenti mendaci, confraternite diaboliche e messe nere.

Ottimo materiale per un romanzo d’appendice di stile ottocentesco, tra l’altro illustrato come i feuilletons di quel tempo. Vi è di che contentare il più curioso tra i lettori. Eccetto il protagonista, tutti gli altri personaggi sono realmente esistiti e hanno fatto quello che hanno fatto.

E anche il protagonista fa cose che sono state veramente fatte, tranne che ne fa molte, che probabilmente hanno avuto autori diversi. Ma chi lo sa, quando ci si muove tra servizi segreti, agenti doppi, ufficiali felloni ed ecclesiastici peccatori, può accadere di tutto. Perfino che l’unico personaggio inventato della storia sia il più vero di tutti e assomigli moltissimo ad altri che sono ancora tra noi.

Con un’allegoria architettonica che ricorda le scale di Escher, l’abitazione del falsario professionista e agente segreto al soldo di camaleontici ministri della Polizia, di cui ho scritto, è unita da un tortuoso corridoio ad un’altra in cui vive il suo doppio, l’abate Dalla Piccola.

I due si cambiano inconsapevolmente o meno le identità, scrivono l’uno sul diario dell’altro per confondere la reciproca memoria, tentano di sopprimersi a vicenda come nel “Ritratto di Dorian Gray” di quell’Oscar Wilde che ho evocato su queste pagine.

Ne viene fuori un affresco della storia dell’800, una rilettura del ’900 che proprio alla mistificazione e alla propaganda ha eretto il monumento più grandioso e si raggiunge il culmine nella narrazione del XXI, il secolo della Torre di Babele in cui verità e menzogna, passato e presente, negazionismo e revisionismo, portavoce inediti e portaborse infaticabili, vere e false notizie, si mescolano in un nodo di Gordio inestricabile.

Un ostacolo al futuro che la spada di Ercole trancerà di netto, come ci auguriamo avvenga presto dalle parti di Palazzo Chigi, tornando a parlare l’unica lingua della serietà e della competenza, nonostante alcuni sicofanti del passato recente si siano affrettati già nei primi giorni a indebolirne – poveri illusi – la consistenza, inalberando un altro motto che farà bella mostra di sé nell’antologia della comicità: “Ne valeva la pena?”.

Il mefistofelico Simonini si adopera per i complotti più intricati: corrompe e convince, adula e minaccia, capta benevolenza e vende illusioni a personaggi infimi che tuttavia saranno gli strumenti delle sue strategie. Figure di secondo piano ma letali perché favoriti dall’ombra o dalla propria banalità che li fa passare inosservati mentre accedono micce, preparano bombe rudimentali, si acquattano nell’ombra per vibrare coltellate letali. Fanno tutti una brutta fine, mentre i loro mandanti riescono a farla franca e, talvolta, a tornare apparentemente in auge, al mutare dei regimi, professando caute abiure, spacciandole senza ritegno come esito di travagliate “maturazioni”.

Occorre fare attenzione molta attenzione in un Paese che non ebbe la propria Norimberga e mai compì la piena transizione dal fascismo, consentendo il trasformismo di tanti convinti sostenitori delle Leggi razziali del 1938, di cui molti aspetti dei Decreti sicurezza di salviniana memoria sono stati tollerati oltre misura per due anni anche da Giuseppe Conte e dal Partito Democratico fino al 5 ottobre 2020, come ha rilevato la Fondazione Feltrinelli.

La mancata epurazione di tantissimi che avevano fiancheggiato il Fascismo provocarono l’indignazione nel mondo partigiano e in convinti democratici ma trovarono la complicità di Palmiro Togliatti che preferì l’anticamera del potere, in attesa di tempi migliori, piuttosto che la pulizia degli italici scantinati, come auspicato da Pietro Secchia, rappresentante di primo piano di quella parte della classe dirigente del PCI che non intendeva collaborare con la Democrazia Cristiana e con le altre formazioni politiche da lui ritenute borghesi.

Secchia fu “fregato” dallo scandalo scoppiato in merito alle malversazioni di cui era stato accusato un suo stretto collaboratore, elemento che diede ai vertici del partito la scusa per confinarlo nell’editoria interna. «C’è sempre un puro più puro di te che ti epura», soleva dire Pietro Nenni.

Meglio non provarci con colui che ha tenuto in pugno i falchi di Svevia, ha intercettato i falsari dei conti pubblici greci, imponendo enormi sacrifici sociali ma restituendo dignità e credibilità a un paese cui l’Europa e il mondo devono tanto; ha fronteggiato gli Unni di Orban e salvato l’Unione Europea dalla catastrofe finanziaria e ora ha accettato con obbedienza il gravoso incarico a cui lo ha chiamato il Capo dello Stato e che probabilmente coronerà la sua vita pubblica.

Un probabilità non lontana se, come secondo l’opinione di chi scrive, Mario Draghi potrebbe seguire l’esempio di Cincinnato, ricordato dallo storico romano del IV secolo Eutropio, in Breviarium ab urbe condita:

«Durante il seguente anno, a causa del blocco di un esercito romano sul monte Algido a circa dodici miglia dalla città, Lucio Quinzio Cincinnato, che possedeva soltanto quattro acri di terra e lo coltivava con le proprie mani, venne nominato dittatore. Egli trovandosi al lavoro impegnato nell’aratura, si deterse il sudore, indossò la toga praetexta, accettò la carica, sconfisse i nemici e liberò l’esercito». Correva l’anno 458 avanti Cristo.

Intanto in Parlamento si è già verificato quanto riportato da Tito Livio: «A quel punto il dittatore (Cincinnato) sarebbe uscito subito di magistratura, se non l’avesse dissuaso l’imminenza del comizio che doveva discutere della falsa testimonianza di Volscio. Il timore che Cincinnato incuteva distolse i tribuni dal fare opposizione. Volscio fu giudicato colpevole e mandato in esilio a Lanuvio».

Compiuta l’opera di salvataggio ed immune alle lusinghe di ulteriore potere, Cincinnato rifiutò altre cariche e ritornò alla quiete del suo podere anche se fino a ben oltre gli ottant’anni si considerò sempre al servizio della repubblica. Dante Alighieri, di cui ricordiamo quest’anno il settecentesimo anniversario della morte in esilio a Ravenna dove riposa, lo cita nel XV Canto del Paradiso: «Saria tenuta allor tal meraviglia/una Cianghella, un Lapo Salterello/qual or saria Cincinnato e Corniglia».

Allora sì che, per dirla ancora con il Poeta: «O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;/o mente che scrivesti ciò ch’io vidi / qui si parrà la tua nobilitate».

Che, fuor di metafora vuol dire «fate presto e bene» ai tanti moderati che ancora esitano a diventare un soggetto politico unitario, o federato secondo il bisogno, atto a competere con la destra sovranista e con la sinistra populista, per registrare finalmente il vero consenso del Paese, una volta smaltita a duro prezzo l’ubriacatura del 2018 e risanatosi nel corpo e nello spirito dall’efficacia di campagne vaccinali da condurre con la massima rapidità “Whatever it takes”.

Il mito ha sempre guardato in modo ambivalente a Ulisse re di Itaca. Da un lato, il prototipo dell’uomo che rischia tutto ciò che ha riconquistato dopo vent’anni di lontananza da casa, in nome della ricerca della verità e della conoscenza e, dall’altro, il padre dello stratagemma più noto a tutti sin dalla più tenera età è diventato un topos universale: il Cavallo di Troia che permise la fine dell’assedio e la distruzione della città di Priamo.

Una mossa, quella del cavallo appunto, che non gli fu mai perdonata da quanti da essa si videro spodestati dell’ascendente sugli altri re Achei e vissero poi la propria nemesi, come Agamennone, che nella tragedia di Eschilo viene ucciso, insieme alla schiava e concubina Cassandra di Troia, dalla moglie Clitennestra che vendica così l’oltraggio ricevuto nonostante la fedeltà coniugale assicurata negli anni; o come Menelao che vagò sui mari per otto anni prima di tornare in patria, ma finì vittima sacrificale della figlia di Agamennone, Ifigenia; o ancora Aiace che nella tragedia di Eschilo si ritira in un bosco per la vergogna del comportamento arrogante e irriconoscente tenuto nei confronti di Ulisse e colà si suicida.

L’antropologo e accademico rumeno Mircea Eliade, considerato nel XX secolo il più grande studioso delle religioni e dei simboli a esse connessi, conferisce al mito il compito di dare valore e significato al mondo e alla vita e non risulta meno utile nell’analisi della politica, in virtù del fatto che la natura umana rimane e rimarrà la medesima ancora per millenni.

Così scrisse nell’opera più nota “Mito e realtà” del 1966, poi tradotto e pubblicato da Borla, Torino nel 1974: «Il mito non è, in se stesso, una garanzia di “bontà” e di moralità. La sua funzione consiste nel rivelare dei modelli e nel fornire così un significato al mondo e dell’esistenza umana. Anche il suo ruolo nella costituzione dell’uomo è immenso. In virtù del mito, lo abbiamo detto, le idee di realtà, di valore, di trascendenza, vengono lentamente alla luce. In virtù del mito, il mondo si lascia cogliere come cosmo perfettamente articolato, intelligibile e significativo. Raccontando come le cose sono state fatte, il mito svela per chi e per che cosa sono state fatte e in quale circostanza. Tutte queste “rivelazioni” impegnano direttamente l’uomo, perché costituiscono una “storia sacra”».

Una raffigurazione della natura umana che non si lascia catturare in schemi di tipo esclusivamente logico e scientifico, quali quelli cui siamo abituati da quattro secoli di razionalismo materialista e meccanicista – come più volte affermato dal neurologo e neuroscienziato portoghese Antonio Damasio ne “L’errore di Cartesio” Adelphi, 1995 – ma che richiede un salto, una discontinuità nell’atteggiamento verso il reale, che coinvolga non solo il Logos, ma tutte le nostre facoltà, a cominciare dai sensi interni e dalle potenzialità sopite dell’anima.

Un concetto che, a chi ha frequentato un buon liceo o semplicemente è dotato di buon senso, rinvia al mito della Biga Alata di Platone dove l’auriga, cioè la saggezza, guida con mano ferma il cavallo bianco, la ragione e quello nero, l’istinto. Due doti preziose e necessarie – tra cui talvolta s’insinua la tentazione della mistificazione – che chi governa non può permettersi di non possedere, non può trascurare di coltivare e soprattutto non può omettere di controllare, come accade invece sovente nella corsa cieca, irrefrenabile e spesso letale verso il Potere.

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