#BastaConConteLa democrazia italiana ha bisogno che il Pd torni in sé e la smetta di inseguire i populisti

Il calo di consensi dei dem in favore dei Cinquestelle è una cattiva notizia anche per Draghi, ma è la logica conseguenza di mesi spesi a definire l’ex premier un progressista, a elogiarlo per come ha contrastato la crisi, a difenderlo a tutti i costi. E invece al paese serve oggi più che mai una forza che torni a essere alternativa ai populisti, non un partito che gli regala i suoi elettori

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Per l’equilibrio generale di un Paese che ha riscoperto quasi all’unanimità il valore di stare in Europa, è molto importante che il Partito democratico non porti fino in fondo il suo suicidio politico e trovi una linea, buona o cattiva a seconda dei gusti, cioè una proposta e non una pura e semplice indicazione di schieramento.

Chi ha a cuore proprio quell’equilibrio tanto prezioso è giusto che si preoccupi, e per lo meno avverta il Nazareno che sta sull’orlo di un baratro.

Se fosse vero quel sondaggio che ne misura la forza elettorale al 14%, trasferendo il delta perduto al neo grillino Giuseppe Conte, pazienza per i suoi supporter Bettini&Zingaretti, ma non sarebbe una buona notizia neppure per Mario Draghi.

Nonostante il crollo al 18% delle ultime elezioni politiche, il Partito democratico è stato in questi ultimi due anni prima un’alternativa critica al peggior governo della Repubblica, quello gialloverde, e poi una garanzia per l’appunto europeistica prima ancora che scoppiasse la pandemia.

Essere riusciti a mettere due propri rappresentanti come Paolo Gentiloni e David Sassoli al vertice delle istituzioni dell’Unione, ha avuto del miracoloso, per un partito così pesantemente sconfitto, ma questo è anche il segno che lassù, a Bruxelles, si fidavano.

Credibilità che non è merito di nessun singolo politico in particolare, né di Nicola Zingaretti né di Matteo Renzi, ma del fatto che l’Italia era di nuovo rappresentata da un partito che sta in un grande gruppo internazionale e crede davvero nell’Europa, almeno questo va riconosciuto. Altro che Claudio Borghi e Alberto Bagnai, altro che il gilet giallo Alessandro Di Battista o il suo chauffeur Luigi Di Maio.

Il governo nato dal colpo di reni di Renzi nell’agosto 2019 non piaceva inizialmente a Zingaretti (che con la nota fermezza infatti lo subì) perché preferiva le elezioni anticipate e la vittoria certa di Matteo Salvini. E si accontentava di scegliere a tavolino il nuovo e ridotto gruppo parlamentare del Partito democratico. Ma alla fine gli è andato più che bene, tanto che ne avrebbe voluto fare un altro di colore arcobaleno tanto “responsabile”.

Perché è andata proprio così: freddezza iniziale, poi sostegno crescente, obbedienza al partner Cinquestelle fino al punto di cambiar linea sullo sciagurato e isolato taglio dei parlamentari, indulgenza inaccettabile sulla prescrizione, distrazione colposa sui decreti di Salvini e infine elogio acritico dell’Apostolo della pandemia.

L’atteggiamento del vedovo inconsolabile di Giuseppi è però oggi del tutto autolesionistico, come se non fosse bastata la lunga campagna elettorale a favore dell’ex presidente de Consiglio, che pur si vedeva chiaramente che poteva essere un concorrente forte nella conquista degli stessi voti del bacino dem, sia che facesse un suo partito sia che andasse alla guida dei Cinquestelle. C’è voluta la Swg per far capire che non esiste che un partito rafforzi l’alternativa a sé stesso. Tanto vale votare il modello.

In nome di cosa, poi, è stato fatto tutto questo? Della chimera di una specie di federazione o di una intesa interparlamentare a tre già fallita, per mettere insieme un movimento in totale declino come quello pentastellato, un altro del tutto artificiale, Liberi e Uguali, che se non è radicale (come ha giustamente intuito Nicola Fratoianni) potrebbe essere al massimo una corrente interna, moderatamente di sinistra, del partito principale, che a sua volta però mette a rischio la propria buona salute facendo il donatore di sangue a favore dei compagni di viaggio.

Nulla di strategico, soprattutto, ma una mediocre e malinconica scelta del meno peggio (Conte 3), giunta fino al punto di prestare una recalcitrante senatrice, che non ne aveva nessuna voglia, a un fantomatico gruppo parlamentare di ascari disposti a tutto pur di uscire dall’anonimato.

Dalla sindrome di Stoccolma alla sindrome di Standhal, cioè lo svenimento davanti all’irresistibile bellezza di un fazzoletto da taschino ben presentato.

Sintomatica l’iperbole scelta per collocare l’avvocato nel proprio campo, da parte di Zingaretti. Poteva definirlo «un politico progressista», «un compagno». No: ha scelto l’espressione «punto di riferimento dei progressisti», modo di dire che si usa per indicare qualcosa che ti ispira, una stella polare, un modello da raggiungere, ma nella consapevolezza della finitezza dei propri mezzi.

Nel politichese di quel momento di sbandamento forse voleva semplicemente indicare un federatore, un civico che si mette al timone, un cocchiere. E gli altri dietro. Ora però il punto di riferimento sembra utile ai soli Cinquestelle, che ne hanno oggettivamente bisogno.

Quando ormai sulla scena c’era Mario Draghi, il capolavoro dialettico finale.

Dato che non tutta la colpa può essere addossata al duo Bettini&Zingaretti, il capolavoro lo ha fatto Andrea Orlando la sera dell’incarico al banchiere, concludendo come segue un’intervista nel salotto di Bruno Vespa. «Renzi ha fatto il buco e Mattarella ci ha messo la toppa». La toppa è evidentemente super Mario.

Una cosa molto freudiana (c’è sempre la psicanalisi di mezzo quando si parla di Partito democratico…): Draghi come toppa che rimedia, ma con scarso effetto estetico, ai guai rappresentati da un buco.

Mica male, per le nostre maggiori cariche istituzionali.

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