Chi si siede è perdutoA cosa servono davvero le sedie

Il mondo si divide in due categorie: chi incrocia le gambe a terra e chi preferisce poltrone&co. Questa scelta, tutt’altro che banale, deriva da una serie di implicazioni legate più alla cultura che alla comodità

Per mangiare bisogna sedersi, per sedersi ci vuole una sedia. Nel mondo occidentale, non c’è niente di più scontato. Eppure, con la stessa compostezza con cui noi occidentali appoggiamo le natiche su una poltrona imbottita, africani, indiani e giapponesi siedono a terra a gambe incrociate, sostano accovacciati in pubblico o sorseggiano il tè inginocchiati sui talloni. A riprova che l’atto più naturale del mondo sia accovacciarsi, gli antropologi elencano ben 132 modi diversi per sedersi, di cui solo 30 prevedono un supporto che ricorda in qualche modo una sedia.

In Giappone esiste un’espressione millenaria, mono no aware, che potremmo tradurre con pathos o partecipazione emotiva nei confronti delle cose. Questa sensibilità si proietta nel modo di vivere e nelle scelte estetiche: sedersi sul pavimento pone a stretto contatto l’uomo con la terra. Nella cerimonia del tè è d’obbligo stare inginocchiati sul pavimento e la porta di accesso alla stanza riservata a questo rito è volutamente bassa, perché in questo modo chi entra è obbligato a inchinarsi. L’ambiente è spoglio e privo di arredi perché nessun orpello possa turbare la meditazione.

«Nelle società in cui mangiare a terra è la norma, i tavoli e le sedie sono considerati orpelli rigidi, formali, legati alle distinzioni di classe», spiega Margaret Visser, autrice del corposo “Storia delle buone maniere a tavola”. In Cina spesso le sedie erano conservate nelle parti pubbliche di una casa e riservate a occasioni particolarmente convenzionali. «La verità è che le sedie sono strumenti molto costrittivi che in società diverse dalla nostra compaiono solo nelle occasioni solenni. Ci costringono a sederci in un determinato posto e, se le usiamo abitualmente, i muscoli che utilizziamo per stare seduti per terra perdono di tono, tanto che un occidentale di mezza età, seppure in buona salute, soffrirebbe le pene dell’inferno se fosse costretto a fare a meno delle sedie anche solo per qualche settimana».

In un articolo apparso su Paris Review, l’architetto canadese Witold Rybczynski fa risalire l’abitudine del mondo occidentale a preferire le sedie a una serie di studi pubblicati tra Sette e Ottocento che sostenevano la necessità di appoggiare la schiena per ottenere il rilassamento del corpo. Tuttavia l’idea illuministica del “meglio seduti che a terra” tradisce una concezione stereotipata e semplicistica delle culture orientali sottintendendo il primato di quella occidentale, l’unica ad aver trovato, anche nell’arredamento, una soluzione più adatta e scientificamente soddisfacente. Si potrebbe dire che il mondo si divide in due categorie – chi si siede a terra e chi sulle sedie – e da questa scelta tutt’altro che banale derivano una serie di altre implicazioni, come l’altezza dei soffitti e delle finestre, la tipologia e lo stile del resto dei mobili, persino gli abiti e le calzature.

Secondo Visser lo stare seduti è una questione di potere perché ha a che fare con il prestigio sociale che ne deriva: chi ha il permesso di sedersi mentre tutti gli altri sono costretti a stare in piedi incute un certo rispetto. «Ancora più prestigiosa della posizione seduta è quella sdraiata. Chi si sdraia occupa molto spazio e, se nessun altro è disteso, attira su di sé tutta l’attenzione dei presenti che ne riconoscono il prestigio. Farsi servire la colazione a letto è tuttora uno dei lussi più soddisfacenti della vita ed è, chiaramente, una conferma del proprio potere».

Anche la forma e le dimensioni delle sedute sono legate all’importanza di chi le occupa: pensiamo alla solennità della sedia gestatoria del Papa che veniva portata in spalla e consentiva al pontefice di essere visto da tutti i fedeli o allo scranno del giudice leggermente più alto degli altri; o, ancora, alla seduta pieghevole dei pittori impressionisti o alla poltroncina con le rotelle dell’impiegato; all’umile seggiolino del trattore che Achille e Pier Giacomo Castiglioni trasformano in un oggetto cult, il sedile molleggiato Mezzadro, fino alla poltrona Proust disegnata da Alessandro Mendini per Cappellini, quintessenza del trono postmoderno.

Ne “Il linguaggio segreto del corpo”, Anna Guglielmi conferma il legame tra sedute e potere. «Più alta è la sedia e più alto è il rango della persona che la occupa». Il trono del re non solo è più grande e sontuoso degli altri posti a sedere ma è posto più in alto in modo che le persone ammesse al cospetto di sua Maestà non possano arrivare all’altezza dei suoi occhi. «Carlo Magno si fece costruire nella cattedrale di Aquisgrana un trono divenuto famoso per la sua altezza con l’intento di rendere simbolicamente evidente la sua importanza anche di fronte al papa».

Charlie Chaplin ha trasferito molto bene il concetto su pellicola. In una sequenza del film “Il Grande Dittatore“, Hitler e Mussolini si incontrano dal barbiere. Con il volto insaponato e senza potersi alzare dalle rispettive poltroncine hanno una sola possibilità per cercare di affermare la loro reciproca superiorità: alzare la sedia sulla quale sono seduti. A turno, in un’esilarante escalation, azionano la levetta che fa sollevare il sedile, arrivando alla fine a sfiorare il soffitto.

Nella cultura occidentale stare compostamente seduti a tavola, con la schiena diritta, è un indice di decoro ed è proprio in questo contesto che le convenzioni sociali impongono di dimostrare la nostra buona disposizione e il nostro autocontrollo. Ai bambini si raccomanda di non dondolarsi, agli adulti di non occupare più spazio del dovuto, con i braccioli e le gambe a delimitare lo spazio che ci è concesso. Visser arriva a ipotizzare che persino i vestiti siano pensati in funzione delle sedie, basti pensare al guardaroba maschile più formale, in cui giacche e pantaloni con la piega impongono una postura composta.

Eppure, benché lo stare seduti ci sembri la cosa più naturale del mondo, il nostro corpo non è stato programmato per afflosciarsi su una poltrona o trascorrere otto ore alla scrivania bensì per stare in piedi, camminare e stare sdraiato, alternando le varie posture nel corso della giornata.

Sitting is the new smoking è il credo della comunità scientifica. Già nel 2013 un articolo uscito sulla prestigiosa Harvard Business Review paragona gli effetti della sedentarietà a quelli provocati dal fumo di sigaretta. Nilofer Merchant spiega che «stare seduti è così diffuso e così pervasivo che non ci chiediamo nemmeno quanto lo stiamo facendo», in media oltre nove ore al giorno, più del tempo che dedichiamo al riposo.

Lo storico del design Galen Cranz, che ha raccontato la lunga storia di questo oggetto in “The Chair”, concorda sugli effetti a lungo termine: «Affrontiamo la considerevole evidenza che sedersi è dannoso». (…) Ricerche approfondite confermano che lo stare seduti su una sedia è correlato, osserva Cranz, con «mal di schiena di ogni tipo, affaticamento, vene varicose, stress e problemi al diaframma, circolazione, digestione, stitichezza e sviluppo generale del corpo».

E allora perché le sedie sono così presenti in così tante culture moderne? Secondo Cranz la spiegazione è, ancora una volta, culturale e ha a che fare con i modi ereditati e talvolta arbitrari in cui le cose sono sempre state fatte e quindi continuano come pratica comune. «Biologia, fisiologia e anatomia hanno meno a che fare con le nostre sedie rispetto a faraoni, re e dirigenti».

Il sottile e in parte inconscio piacere che si prova nel troneggiare varrebbe quindi un po’ di mal di schiena ed è altrettanto noto che l’estetica, a volte, non vada poi così d’accordo con la funzionalità. Già nel 1884 il chirurgo ortopedico tedesco Franz Staffel, ritenendo che la maggior parte delle sedie destinate agli scolari fossero «costruite più per l’occhio che per la schiena», propose un modello dallo schienale basso in grado di sostenere la regione lombare. Dell’eterna lotta tra anatomia umana, design e forza di gravità si trova traccia anche nel celebre “Ricerca della comodità in una poltrona scomoda”, recentemente stampato da Corraini, in cui un giovanissimo e polemico Bruno Munari si faceva immortalare mentre cercava di sedersi su una poltrona in modi differenti e strampalati nel tentativo di trovare una posizione confortevole. Chiara denuncia di un certo design che crea oggetti belli da vedere ma scomodi da usare. Correva l’anno 1944.

 

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Per dirla con Rybczynski «siamo bravi a camminare e correre e siamo felici di sdraiarci quando dormiamo. È la posizione intermedia il problema. Questo è vero anche se ci sediamo per terra, come attesta la varietà di imbottiture, sostegni, braccioli e cuscini usati dalle culture che siedono a terra ma è ancora più vero quando scegliamo di sederci su una sedia».

Se stare seduti è una sfida sempre aperta, gli esperti suggeriscono di sperimentare alcune posture più consone al nostro corpo. Una di queste è il deep squat la posizione in cui le ginocchia sono flesse al punto che il retro delle cosce aderisce ai polpacci e i talloni sono appoggiati al suolo. L’antropologo Gordon W. Hewes, che ha documentato la presenza di non meno di un centinaio di posizioni di seduta comuni in tutto il mondo, rileva che almeno un quarto dell’umanità assume la posizione accovacciata sia per riposare che per svolgere attività quotidiane come cucinare.

Il deep squat è utilizzato nel sud-est asiatico, in Africa e in America Latina, ma sedersi a gambe incrociate sul pavimento è quasi altrettanto comune. Molti sudasiatici cucinano, cenano, lavorano e si rilassano in questa posizione. La variante occidentale del deep squat prevede i talloni rialzati dal suolo (uguale, cioè, alla posizione del soldato americano accovacciato accanto al contadino nel celebre scatto di Robert Capa). Mentre i bambini assumono istintivamente quella posizione quando giocano e riescono a mantenerla per lunghi periodi senza alcuno sforzo, da adulti il solo gesto di accovacciarci, che fa subito pensare ai bagni alla turca, ci sembra quantomeno sconveniente. Senza contare la difficoltà nel mantenere la posizione per più di qualche secondo.

Eppure l’osteopata neozelandese Phillip Beach parla del deep squat come di una postura archetipa, facendone uno dei suoi cavalli di battaglia. «Ci sediamo sul pavimento in molte posizioni che sono un nostro diritto di nascita, posture che la nostra società moderna trascura di valutare, preferendo invece sedie e divani».

Anche tornare in posizione eretta partendo da terra è una sequenza di movimenti che abbiamo imparato da bambini, sostiene Beach. «Purtroppo, nelle nostre vite frenetiche questa nostra capacità innata si fa via via più ridotta fino al punto che il normale atto di alzarsi dal pavimento (senza usare le mani, n.d.r.) diventa imbarazzante e scomodo». Eppure, secondo Beach, «il nostro sistema muscolo-scheletrico ha bisogno di ritrovare questi movimenti innati per mantenersi in buona salute». Facciamocene una ragione, è il momento di abbandonare le comode poltrone.

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