Il Tetris dei vacciniStefano Boeri contro la priorità delle dosi ai docenti universitari

«Confesso che ho provato disagio quando una mia assistente di 31 anni, sanissima, ha avuto accesso al vaccino», dice l’architetto milanese, dopo aver contratto il Covid-19. «Stiamo assistendo a una specie di amnesia collettiva nei confronti di chi è più a rischio». E niente riapertura di cinema, teatri e musei: «Non è questo il momento»

Foto LaPresse - Matteo Corner

L’architetto Stefano Boeri, come professore di Urbanistica al Politecnico di Milano, avrebbe dovuto fare il vaccino qualche settimana fa, in base alla corsia preferenziale riservata ad alcune professioni, tra cui appunto i docenti universitari. Ma poi ha contratto il Covid. E lo scorso 16 marzo è stato dimesso dal reparto d’urgenza dell’ospedale di Niguarda dopo otto giorni di ricovero.

«Questo virus è davvero insidioso», racconta al Corriere. «Lavora sui punti deboli: si adatta, li attacca, parte da lì per devastarti. La nostra fragilità è la sua forza. Eppure stiamo assistendo a una specie di amnesia collettiva nei confronti di chi è più a rischio. I molto anziani, certamente. Ma anche chi ha patologie respiratorie serie, gli autoimmuni, i malati oncologici gravi, i disabili con difficoltà evidenti. Lo trovo incomprensibile e, per un Paese come il nostro, intollerabile. Confesso che ho provato disagio quando una mia assistente di 31 anni, sanissima, ha avuto accesso al vaccino mentre tutta questa gente è ancora lì ad aspettare chissà fino a quando».

Su richiesta del governo precedente, Boeri aveva anche immaginato gratuitamente il simbolo di un Paese che provava a ridarsi fiducia: le famose primule fucsia col cuore giallo, per lanciare la campagna vaccinale. Partenza complicata, però. Molto criticata. «Soprattutto, partenza rivedibile», dice l’architetto. «Per esempio, la scelta di vaccinare per categorie mi sembra folle. Parlo di migliaia di docenti, tra l’altro in assenza, visto che gli atenei sono chiusi. Parlo degli avvocati o del personale amministrativo degli ospedali, che lavora la più parte in smart working. E questo mentre quelli che avrebbero più bisogno sono in attesa di sapere quando toccherà a loro. Mi sembra uno scandalo».

L’errore generale, spiega, «è che si è lasciato passare il messaggio implicito che mantenere accesi i motori dell’economia, curare ciascuno il proprio orticello, fosse più importante rispetto alla protezione dei deboli. Un errore strategico, oltre che di civiltà democratica: o ci salviamo tutti, partendo dagli ultimi, o le ondate del virus non si fermeranno per magia. Certo che va ripensato il sistema sanitario, certo che va ricostruita l’assistenza pubblica lungamente impoverita e ampiamente depredata. Il coronavirus ci costringe a un esame severo dei nostri errori. Riconoscerli è il primo passo per ricostruire».

Quanto alla sua esperienza con il Covid-19 racconta: «Ti senti in balia di qualcosa di incontrollabile. Quando mi misuravano l’ossigenazione del sangue sotto sforzo, non guardavo perché mi spaventava. Poi ho scollinato, l’infezione ha cominciato a cicatrizzare. Il 16 marzo sono uscito. Per un po’ ho lasciato crescere la barba. Ora l’ho tagliata, come un segno di ritorno alla normalità. Ma è stata brutta. Per altre persone che ho visto, bruttissima. Per persone a me molto care, straziante: con una di loro, Giovanni Gastel, ci siamo scambiati messaggi finché lui ha potuto. Aveva deficienze polmonari ma non rientrava nelle categorie vaccinabili».

Dice l’architetto: «Credo che sia stato sbagliato, insieme a molte altre cose, il criterio con cui sono state stabilite le categorie da proteggere per prime. Capisco tutte le complessità, mi fido del governo che c’era prima e di quello che c’è adesso. Ma la mia impressione è che alla radice ci sia una visione senz’anima, che non tiene conto del cataclisma che stiamo vivendo e della storia che abbiamo».

Un conto, spiega, «è la Gran Bretagna o i Paesi scandinavi, che hanno altre culture. Ma noi siamo un Paese cattolico, il tema del prendersi cura è nella nostra Costituzione e, direi, nei nostri geni. Le due grandi correnti politiche che abbiamo avuto, quella cattolica appunto e quella comunista, sono entrambe permeate da un impegno a tutela delle fragilità. Per questo resto sorpreso, e anche indignato, di fronte a questa rinuncia a un più di indispensabile umanità. Indispensabile per la nostra idea dell’Italia, ma anche per fermare una pandemia che ha già provocato più di 100mila morti solo da noi, oltre un milione in Europa. Quanti ancora ne dovremo piangere? Che cosa si aspetta a includere gli esclusi? La nostra cultura, quella in cui siamo cresciuti, chiede questo».

E da presidente della Triennale di Milano, dice che non è favorevole alla riapertura di musei, teatri, cinema. «Cultura è anche consapevolezza del rischio», spiega. «Quindi la mia risposta è opposta: nessuna apertura, non è questo il momento. Sono altre le urgenze».