Una tranquilla giornata post sanremeseZingaretti, D’Urso, Presta, Murgia e Orietta, i leader che ci meritiamo e noi

Ci illudiamo di essere migliori di chi ci governa, ma basta passare una domenica a guardare la tv per capire il livello di mitomania che ci possiamo permettere (più tutta la mia invidia per i bestseller altrui)

nadine-shaabana, Unsplash

Che leader ci meritiamo? Noi italiani, dico. Noi che c’illudiamo d’essere migliori di chi ci governa, noi che abbiamo passato una domenica che pareva preelettorale e invece era solo postsanremese. 

Ci meritiamo Barbara D’Urso, che comincia la sua intervista a Nicola Zingaretti con un montaggio di tutte le trasmissioni e i meme e i qualcosa che hanno citato il tweet di Zingaretti su di lei, e poi dicendogli che «abbiamo aperto tutte le sere il festival di Sanremo» – ne ha visto uno alternativo, in cui Fiorello ogni sera cominciava monologando sulla coppia Barbara&Nicola, chissà se ha fatto più share di quello che è davvero andato in onda. 

Ci meritiamo la sua mitomania ma non le sue luci, noi dilettanti che compriamo la luce ad anello per sembrare meno cozze nelle dirette di Zoom, ma poi ci guardiamo nel monitor e abbiamo comunque i capelli d’un insormontabile rosso menopausa, e mai il direttore della fotografia di Barbara quando serve. 

Ci meritiamo Nicola Zingaretti, che dice la frase più desolante dopo «chapeau», e cioè: «Ci abbiamo messo la faccia». Ci meritiamo Zingaretti che dice «sei stata messa in mezzo» alla D’Urso, e dice che non si è dimesso a causa dei detrattori di Barbara ma fa capire che anche un po’ sì. Ci meritiamo Zingaretti che dice «io non amo la politica snob», che quanto a sciatteria lessicale è un lieve miglioramento rispetto a «radical chic», ma lievissimo. Ci meritiamo Zingaretti che alla domanda «come mai tante persone di sinistra hanno criticato il tuo tweet» risponde «io credo che il rischio più grande sia la distanza». La distanza da Barbara D’Urso è in effetti tra i principali problemi della sinistra, ma che dico della sinistra, del Paese, ma che dico del Paese, del mondo. 

«Parliamo con gli italiani attraverso una trasmissione popolare: se c’è qualcuno che sta bene a parlare solo nei salotti, si accomodi», pigola Nicolino, guardandosi poi bene dal dare una risposta netta al «dimissioni irrevocabili?» domandato dalla D’Urso. «Ho difeso la mia gente dal Covid, ho difeso Roma», diceva serissimo il Massimo Decimo Meridio di questo film di seconda visione. Aggiungendo poi «sarei onorato» a proposito d’una prossima ipotetica carriera da opinionista della D’Urso. L’Alba Parietti che ci possiamo permettere. «Aver salvato la mia comunità è già molto importante», a mani nude contro il virus, e voi che vi chiedevate cosa facesse tutte le volte che non prendeva posizione su qualcosa: era lì che vaccinava. 

Ci meritiamo Lucio Presta, agente di Amadeus che ieri – a una giornalista che twittava delle dimissioni non propriamente irrevocabili che accomunerebbero Zingaretti, che ha lasciato il Pd (parlandone da vivo), e Amadeus, che non farà il terzo Sanremo (parlando anche del festival da vivo) – rispondeva «Ma non andremo dalla D’Urso, mi pare faccia già molta differenza». 

Ci meritiamo Michela Murgia, che per una sera non ha cancellettato che da Fazio fossero #TuttiMaschi, anche perché tecnicamente erano tutte femmine: la intervistava Luciana Littizzetto mentre Fazio era collegato da casa, in CaD (Conduzione a Distanza). La Murgia teorizzava che il mio adoperare, quissù, «Barbara» e «Nicola» non fosse equivalente, perché l’uomo di potere se lo chiami per nome «acquisisce una pucciosità», alla donna invece togli autorevolezza. In effetti ogni volta che chiamiamo la Merkel «Angela» ella ci appare immediatamente meno autorevole di Di Maio. 

Ce la meritiamo e dovremmo impararne tutte qualcosa, specialmente io che sto sbavando dall’invidia al pensiero del suo libro che la settimana prossima sarà primo in classifica mentre io indosserò calzini coi buchi non potendomi permettere neanche l’uovo di legno per rammendarli. Dovremmo imparare che il pubblico è fatto di cani di Pavlov che rispondono a fischi semplici, quindi «non badate al fatto che io sia una donna di potere e la mia stessa esistenza dimostri che conta il carattere e non i gameti: siete vittime anche se non vi sentite tali, e ora vi elenco cosa rinfacciare al mondo» è sinossi di bestseller come neanche «collegio in cui i bambini studiano per diventare maghi». 

Ci meritiamo Orietta Berti, che nella Domenica In postsanremese viene raggiunta dal suo grande fan (o almeno così lo introduce Mara Venier) Stefano Coletta, ancora direttore di Rai 1 in attesa di assumere il proprio naturale incarico di leader delle Sardine. L’ancora direttore dice a Orietta che la sua canzone ci ha riportati a quando potevamo avere relazioni fisiche, ora che le nostre vite sono «spaginate» (mentre lo dice, mentre descrive questa terribile epoca in cui non ci possiamo toccare, prende la mano della Venier: reuccio dei messaggi contraddittori). 

Ci meritiamo Orietta Berti, che – senza sognarsi di seguire Coletta nel melodramma in cui vuole condurla – ci racconta bella serena che lei ogni giorno mangia due peperoncini, da quando aveva diciotto anni, perché fanno l’effetto del cortisone e di una spremuta di tre arance. Ci meritiamo Orietta, cui scommetto che nessuno ha mai detto «sei aggressiva» o «spaventi gli uomini», come la Murgia sostiene venga sovente detto alle donne (forse dalle madri che temono di ritrovarsi le figlie zitelle); ma neanche «aiutami a capire», come la Murgia riferisce le chiedano «sempre più spesso» gli uomini non pessimi, quelli che hanno capito chi comanda. Ci meritiamo Orietta, che ingoia peperoncini senza lamentarsi. L’unica cui vorrei chiedere di aiutarmi a capire. Chi comanda, e non solo.

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