End the CageL’iniziativa dei cittadini europei per chiedere all’Ue la fine degli allevamenti in gabbia

In una audizione alla commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale del Parlamento europeo è stata discussa “End the cage age”, l’Ice firmata da quasi un milione e mezzo di persone. La Commissaria Ue alla Salute Stella Kyriakides ha promesso una legislazione sul welfare animale entro il 2023. Eleonora Evi eurodeputata di Europa Verde spiega a Linkiesta perché appoggiare questa richiesta

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Niente gabbie per gli animali allevati in Europa. La richiesta di quasi un milione e mezzo di europei arriva forte e chiara alle istituzioni di Bruxelles. Al Parlamento europeo si è discussa ieri un’Iniziativa dei cittadini europei (Ice) che punta a cambiare radicalmente i sistemi di stabulazione. Ora toccherà alla Commissione fornire un quadro legislativo adeguato per rispondere ai promotori. 

Si chiama “End the cage age” la campagna votata alla scomparsa delle gabbie da allevamento nell’UE. Nel 2018 oltre 170 associazioni di tutta Europa hanno unito le forze per presentare un’Iniziativa dei cittadini europei (Ice), uno degli strumenti più partecipativi della democrazia comunitaria. Perché una Ice arrivi a Bruxelles servono un milione di firme da un quarto degli Stati Membri: non un traguardo semplice, visto che è riuscito solo sei volte su 76 petizioni registrate nella storia dell’Unione. I promotori però ne hanno raccolte 1.397.113, il terzo risultato più alto di sempre.

Il tema è fonte di grande preoccupazione, non solo per gli animalisti: oltre 300 milioni di esemplari crescono in gabbia negli Stati dell’UE, 45 milioni solo in Italia, secondo i dati forniti da Animal Equality. Soprattutto galline e suini, ma anche conigli, oche, vitelli e animali da pelliccia sono costretti in gabbie spesso poco più grandi del loro corpo, oppure sovraffollate per economizzare lo spazio. «Si tratta di un sistema molto diffuso, ma è una crudeltà che non può trovare posto in Europa nel XXI secolo», afferma a Linkiesta l’eurodeputata di Europa Verde Eleonora Evi, intervenuta nella discussione sull’iniziativa.

Le conseguenze sono nocive per il benessere degli animali, ma potrebbero esserlo anche per la salute umana, visto l’uso massiccio di antibiotici in queste circostanze. «La pandemia da Covid19 ha evidenziato i nessi tra allevamenti intensivi e sviluppo di zoonosi, malattie degli animali che possono contagiare anche l’uomo», sostiene la parlamentare, che punta il dito anche sul problema dell’antibiotico-resistenza. «Gli animali nelle gabbie sono spesso imbottiti di antibiotici e sviluppano virus capaci di adattarvisi, che poi possono arrivare nel nostro organismo con il consumo alimentare». 

Per valutare le alternative all’alloggiamento in gabbia, il Parlamento europeo ha commissionato uno studio agli esperti della Facoltà di medicina veterinaria dell’Università di Utrecht: biologi comportamentali e studiosi di animali hanno analizzato la letteratura scientifica disponibile in un rapporto presentato durante la discussione.

Il risultato corrobora le richieste dell’iniziativa: «La fine dell’allevamento in gabbia ha effetti positivi sul comportamento e sul benessere degli animali», ha spiegato  Bas Rodenburg, professore di benessere animale dell’ateneo olandese. «In questo modo gli esemplari possono mostrare il loro comportamento naturale. Polli e maiali, ad esempio, sono onnivori: normalmente si nutrono, razzolano e beccano tutto il giorno. Ma hanno bisogno di materiali in cui rovistare, come sabbia, paglia o trucioli di legno».

Anche le nuove opzioni, tuttavia, potrebbero presentare nuovi rischi: gli agricoltori dovranno ricevere adeguata formazione – si legge nello studio -, per evitare il propagarsi di malattie infettive e disordini fra i capi d’allevamento, come la plumofagia, la tendenza dei volatili a beccarsi continuamente fra loro. 

La palla passa ora alla Commissione europea, che per il momento esprime «pieno supporto» con le parole del Commissario all’Agricoltura Janusz Wojciechowski e promette una legislazione sul welfare animale entro il 2023, come ha promesso la Commissaria alla salute Stella Kyriakides. 

Ma la fine dell’era delle gabbie in Europa non è scontata. L’Ice infatti è uno strumento non vincolante: l’esecutivo comunitario è obbligato a presentare una risposta formale all’iniziativa, ma è a sua discrezione decidere se legiferare o meno. Il rischio che la voce dei cittadini si perda nel nulla quindi è concreto, anche perché le precedenti petizioni, tra cui quella che chiedeva la messa al bando del glifosato, non hanno avuto troppa fortuna.

Questa volta però il momento sembra propizio, secondo Eleonora Evi, intanto perché ora è obbligatorio che un’Ice oltre il milione di firme sfoci in un dibattito pubblico e in una risoluzione parlamentare. «Diversi attori istituzionali, come il Comitato europeo delle regioni, hanno dato parere positivo. Anche grandi aziende alimentari si sono schierate dalla nostra parte».

Favorevoli e contrari si fronteggeranno nelle istituzioni europee fino a trovare il punto di equilibrio tra le istanze delle associazioni animaliste e il mondo dell’agricoltura, che sarà inevitabilmente attento ai costi derivanti da un cambio strutturale e che ha le sue leve anche nelle commissioni parlamentari. 

Dallo studio commissionato, non sono state riscontrate grandi differenze nell’impatto ambientale, sociale ed economico tra l’allevamento in gabbia e le sue alternative. Tuttavia, i ricercatori precisano che sono necessarie ulteriori ricerche in tal senso e che l’analisi ha riguardato soprattutto scrofe e galline ovaiole. Per alcune specie, come i vitelli, esistono poche alternative ai box individuali: in questi casi si può solo migliorare la stabulazione con gabbie su piani diversi e ambienti più confortevoli. Per altre, invece, nessuna: per togliere dalle gabbie visoni, oche e anatre per la produzione del foie gras si può soltanto smettere di allevarli e vietarne l’importazione. 

Il gruppo di ricerca è convinto che l’adozione di una normativa a livello europeo sia la soluzione più promettente per realizzare la transizione verso un allevamento libero. Una strategia condivisa anche da Eleonora Evi: «Senza un approccio comune si rischiano differenze fra gli Stati Membri. Alcuni Paesi tra l’altro hanno già cominciato ad eliminare le gabbie in alcuni casi, ma non l’Italia, che ancora le consente in ogni caso».

In gioco, secondo la eurodeputata, non c’è solo il futuro degli animali e dei consumatori, ma anche quello della democrazia europea. «La coalizione di associazioni più grande di sempre e così tanti cittadini hanno espresso il loro volere. Se la Commissione lo ignorasse, lo strumento della Ice perderebbe di credibilità».

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