Cul-TURE d’@mareSardolicesimo

Da metà aprile fino a fine luglio 2021, nelle isole a Sud della Sardegna si svolgeranno un progetto e un festival con l’obiettivo di promuovere la cultura tabarchina e farla riscoprire al mondo

Nel 1541 i Lomellini, una famiglia di pescatori del comune di Peglia (oggi un quartiere genovese) ottenne in concessione l’isola di Tabarca, un piccolo atollo affacciato sulle coste dell’odierna Tunisia, noto per le attività di pesca e per il commercio del corallo. Nei due anni successivi, i Lomellini colonizzarono l’isola tunisina facendovi emigrare circa trecento famiglie genovesi. Nei due secoli successivi quelle trecento famiglie diventarono una comunità, legata dalle origini comuni e dal commercio di corallo, che coinvolgeva e arricchiva tutti gli abitanti, a partire dai discendenti dei Lomellini.

Pianta dell’isola di Tabarca nel Settecento

Tanta prosperità attirava, però, anche le mire di popolazioni nemiche, come i francesi e le orde di pirati barbareschi che saltuariamente attaccavano l’isola, iniziando a rendere gradualmente più difficile la vita dei tabarchini. Nel 1731, Stefano Lomellini, ultimo discendente dell’omonima famiglia, decise di vendere a un cugino l’intera isola, ormai impoverita dallo sfruttamento intensivo, e alcuni anni dopo la comunità ormai allo stremo chiese al re di Sardegna Carlo Emanuele III di poter emigrare in una delle isole delle coste sarde.

Il re Carlo Emanuele III accolse la richiesta e destinò ai tabarchini l’isola degli Sparvieri, meglio nota come isola di San Pietro: nel 1738 vi emigrarono cinquecento tabarchini e vi fondarono Carloforte. Negli anni successivi l’isola dell’arcipelago del Sulcis accolse volta per volta il resto degli abitanti di Tabarca, alcuni dei quali erano stati resi schiavi dopo che l’isola era stata invasa dal Bey di Tunisi ed erano poi stati liberati dall’intervento di Carlo Emanuele III.

I primi anni nella nuova isola furono difficili. Il territorio era rimasto semi deserto per secoli, si trovava allo stato brado, era privo di costruzioni ed era paludoso: il rischio di epidemie era costante. Furono necessarie bonifiche e molto lavoro e la popolazione dovette resistere a nuove incursioni e rapimenti, ma oggi questo popolo esiste ancora e tutt’ora gli abitanti dell’isola si fanno chiamare ‘’tabarchini’’.

Ma perché ne parliamo? Grazie a Cul-TURE d’@mare, un progetto finanziato dalla Regione Sardegna e curato dalla Cooperativa sociale Millepiedi onlus, che insieme cercano di rafforzare l’identità locale, la cultura e la memoria dei tabarchini e di far conoscere il patrimonio culturale sardo all’Italia e al mondo. Il progetto verrà inaugurato a metà aprile e proseguirà fino a luglio. Durante questi quattro mesi, ci sarà la possibilità di assistere a numerose iniziative aperte a tutti (e specialmente per gli studenti tabarchini), il cui tema centrale sarà la cucina, elemento che unisce le varie comunità.

Ma che tipo di cucina è quella tabarchina? La cultura culinaria tabarchina sì può definire una cucina ligure, ma rivisitata in “salsa mediterranea” per via dell’influenza culturale tunisina, spagnola e sarda che ha ricevuto nei secoli. Oltre ai piatti tipici liguri, quali ad esempio la focaccia genovese, la farinata di ceci e il sugo tuccu, sono da aggiungere il cascà (un cous cous vegetariano insaporito da spezie), il pilau (la versione calasettana della fregola sarda), la bobba di fave (una minestra di fave secche) e la pasta alla carlofortina, condita con una salsa simile al pesto con l’aggiunta di tonno e pomodoro.

Sono ricette impreziosite dalla materia prima del territorio, una su tutte il tonno rosso di Carloforte (utilizzato sia crudo sia cotto), la lenticchia nera con cui arricchire le zuppe e il cetriolo fakussa per insaporire le insalate. Inevitabile poi accompagnare tutte queste prelibatezze con un ottimo calice di vino, magari un Carignano del Sulcis, prodotto proprio nel Sud della Sardegna.

Sin dal 16 aprile gli allievi dell’Istituto alberghiero Ipia si stanno confrontando con chef noti come Luigi Pomata e Donatello Maccioni e con foodblogger locali che arricchiscono gli interventi con show cooking dedicati alla preparazione dei piatti tradizionali.

Il 30 aprile Luigi Pomata, carlofortino che oggi gestisce tre locali a Cagliari, porterà in classe la sua arte nelle preparazioni e presentazioni e la sua filosofia legata ai prodotti locali da interpretare con il massimo della fantasia.

A maggio su Eja Tv e sulle piattaforme di Cul-TURE d’@mare si potranno vedere sette instant doc su questa esperienza e una web serie di sei puntate sulla rassegna culinaria per inventare il piatto Raixe – ispirato alle ricette della tradizione tabarchina.

Francesco Pruneddu, food blogger

Dopo questi eventi preparatori, il festival Cul-TURE d’@mare vero e proprio inizierà il 22 e 23 giugno a Calasetta, con incontri tra reale e virtuale, convegni, presentazioni letterarie, conferenze e attività di street food dove 30 esperti in vari settori (lingua, antropologia, gastronomia, storia e altri ancora) interverranno per aiutare a promuovere la riscoperta del popolo tabarchino.

Il Festival online si dividerà in tre fili: rosso per la storia e la memoria; blu per il viaggio e la scoperta; giallo per le relazioni e la continua conoscenza.

Tra i relatori più noti: la psicologa, coach e scrittrice Selene Calloni Williams, la giornalista e scrittrice Tiziana Alterio, il linguista Fiorenzo Toso, dell’Università di Sassari, l’archeologa ed ex docente di lingue in Tunisia Monique Longerstay, la travel journalist Silvia Ugolotti, il critico d’arte e direttore del MACC Efisio Carbone, l’antropologo Carlo Felice Tiragallo dell’Università di Cagliari. Ma non mancheranno maestri d’ascia dalla Spagna e storici da Genova.

A fine luglio è previsto infine l’incontro con il comandante della spedizione nautica, scientifica e culturale Progetto Mediterranea, ideata dallo scrittore e marinaio Simone Perotti, che ha appena avviato una collaborazione con l’Ispra per la salvaguardia del mare.

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