Il pressing delle Regioni per riaprireFedriga chiede al governo di rivedere i parametri

Il nuovo decreto, in vigore da domani, prevede fino al 30 aprile solo zone rosse o arancioni, ma anche la possibilità di apportare modifiche. Dal 20 aprile saranno possibili le zone gialle, ma a patto che si faccia funzionare anche il piano vaccinale

(LaPresse)

«Le decisioni vanno prese insieme ai cittadini, non sopra ai cittadini. Perché la differenza tra oggi e un anno fa, dobbiamo dircelo, è che tutte le misure funzionano molto meno». Lo dice al Corriere il presidente del Friuli-Venezia Giulia, il leghista Massimiliano Fedriga, che con ogni probabilità sarà eletto a breve anche presidente della Conferenza delle regioni. E che già da ora chiede al governo Draghi di rivedere i parametri che stabiliscono i colori delle regioni. «Oggi non serve la decisione perfetta, serve la decisione attuabile. Altrimenti, ci laviamo la coscienza con un decreto che poi resta lettera morta».

Intanto, dopo il lockdown di Pasqua, da oggi tornano arancioni Abruzzo, Basilicata, Lazio, Liguria, Marche, Molise, le Province autonome di Bolzano e di Trento, la Sardegna, la Sicilia, l’Umbria e il Veneto. Il nuovo decreto, in vigore da domani, prevede fino al 30 aprile solo zone rosse o arancioni, ma anche la possibilità di apportare modifiche.

Dal 20 aprile potrebbero tornare le zone gialle. Ma è solo un’ipotesi, perché Palazzo Chigi ieri sera ha precisato che la cabina di regia tra governo e Comitato tecnico scientifico sarà convocata «per valutare possibili riaperture» solo «sulla base dei dati» epidemiologici elaborati settimanalmente dall’Istituto superiore di sanità, dal ministero della Salute e dalle Regioni. Ma conterà pure l’applicazione del piano vaccinale a livello regionale per ottenere la fascia gialla anticipata, con la riapertura a pranzo di bar e ristoranti e il ritorno pure di cinema e teatri.

Misure e tempi, insomma, verranno stabiliti a seconda di come andrà la diffusione del contagio. Ma i governatori sono in pressing e molte categorie sul piede di guerra. «Se ci sono aree di basso contagio, perché non devono andare in giallo? È chiaro che se uno ha i numeri da rosso o arancione è diverso. Non mi pare una cosa straordinaria. Credo sia l’unico metodo per evitare che le regole vengano ignorate», dice Fedriga.

Il governatore del Friuli-Venezia Giulia spinge per allentare le maglie. «Le faccio un esempio», dice. «Con i parrucchieri chiusi, sono nati quelli che vanno a sistemare i capelli a domicilio. La domanda è: meglio una cosa del genere oppure un salone aperto, con distanziamento, mascherine e guanti, plexiglas e controlli? Io non ho dubbi». Fedriga chiede che «i dati siano immediatamente disponibili per tutti, in modo da fornire una base utile per le decisioni. Si è delegato alla componente scientifica la decisione, mentre io penso che la scienza debba fornire i dati e la politica scegliere. La politica deve prendersi la responsabilità delle decisioni, altrimenti non servono più né governo né Parlamento».

Un esempio sono i ristoranti, spiega. «I presidenti delle Regioni continuano a chiedere una valutazione del rischio connesso con la riapertura dei locali. Io oggi non lo so, ma se i dati venissero forniti, uno poi potrebbe fare scelte consapevoli. Ci potremmo prendere il rischio per una categoria rispetto a un altra. Così, come si fa? E poi, da tempo chiediamo una revisione di alcuni parametri, l’Rt e la soglia dei 250 positivi ogni 100mila abitanti». L’indice Rt – continua – «è molto preciso ma molto tardivo. Di fatto, fotografa la situazione di due settimane prima. Il che ha un doppio svantaggio: si rischia di entrare in ritardo nelle misure di contenimento, e si rischia pure di uscirne tardi, con gravi danni per l’economia e anche per l’opinione pubblica: il discorso è “non mi fanno uscire anche adesso che si potrebbe uscire”».

E l’indice dei 250 positivi ogni 100mila abitanti «punisce chi fa più tamponi. Più tamponi faccio, più sono penalizzato. Io ho fatto un calcolo su tutto il 2020. Siamo la regione che ha fatto più tamponi in Italia, a parte la Provincia autonoma di Trento: eppure, siamo quelli con incidenza di positivi più bassa, il 5,4%. Anche qui, con la sola eccezione della Provincia di Trento. Però, dato che facciamo tanti tamponi, abbiamo tanti positivi: e restiamo rossi».

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