Stampa e regime«La giornalista provoca facendo domande» e altri nonsense contro i media in Ungheria

La responsabile del desk Esteri del magazine Profil è stata attaccata con un servizio della tv pubblica ungherese per aver chiesto (via mail) agli europarlamentari di Fidesz perché non ci fosse Marine Le Pen all'incontro a Budapest tra Salvini, Orbán e Morawiecki e qual è lo scopo di questa alleanza. Frasi giudicate «provocatorie»

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La scorsa settimana M1, canale della televisione pubblica ungherese, ha trasmesso un servizio di tre minuti e mezzo dedicato interamente a denigrare la giornalista austriaca Franziska Tschinderle. La responsabile del desk Esteri del magazine Profil avrebbe posto (via mail) tre domande “provocatorie” agli europarlamentari di Fidesz a proposito del recente incontro a Budapest tra Matteo Salvini, Viktor Orbán e Mateusz Morawiecki. Queste domande

«Quando Orbán, Salvini e Morawiecki si sono incontrati a Budapest e hanno annunciato la possibilità di inaugurare una nuova alleanza: perché nessun rappresentante del francese Rassemblement National e dell’austriaca FPÖ era presento a questo storico vertice?»

«Qual è lo scopo di questa alleanza e chi sta valutando di aderirvi?»

«Non è la prima volta che si cerca di lanciare una coalizione euroscettica, ci si prova fin dagli anni ’80. La proposta è naufragata più volte, a causa di visioni divergenti su temi come Turchia e Russia, ma anche a causa di attacchi antisemiti. Come farete a evitare la spaccatura questa volta?»

Un terzetto di quesiti – rimasti peraltro senza risposta – che hanno fatto meritare la gogna pubblica a Tschinderle, esperta di Balcani occidentali e già autrice di altri approfondimenti critici sull’azione del premier magiaro. La reporter è stata definita «una pseudo-giornalista che scrive per la stampa della sinistra liberal». 

Il caporedattore di Profil Christian Rainer ha reagito all’accaduto pubblicando un editoriale dove stigmatizzava questo «attacco alla libertà di stampa, e quindi ai valori dell’Europa centro-occidentale, da parte di un regime autoritario». Nello stesso editoriale, Tschinderle –  «una vittima della propaganda del governo ungherese», secondo The Hungarian Spectrum – esprimeva la propria solidarietà ai giornalisti ungheresi, che «devono viversi questo tutti i giorni” e prometteva di “continuare a documentare lo smantellamento della democrazia e dello Stato di diritto, specialmente nei paesi vicini [all’Austria]». 

Il servizio ha scatenato una querelle diplomatica tra i ministri degli Esteri di Ungheria e Austria, Péter Szijjártó e Alexander Schallenberg, che hanno avuta una conversazione telefonica. Le rimostranze di Schallenberg sull’importanza del diritto di porre domande critiche non devono aver turbato particolarmente il collega magiaro, che su Twitter è tornato ad accusare Tschinderle di diffondere fake news.   

Questi i fatti. 

Se a prima vista il titolo scelto per il servizio – «La giornalista provoca facendo domande» – suona involontariamente comico, tradisce nondimeno una realtà di fatto nella «democrazia illiberale» allestita da Fidesz in questi undici anni: anche solo interrogare chi detiene il potere – prerogativa intrinseca all’attività giornalistica – può risultare offensivo.  

Come già sottolineato dalla nostra rubrica, nell’ultimo decennio il governo ungherese ha agito per silenziare progressivamente tutte le voci indipendenti, infiltrando e occupando il comparto mediatico tramite una rete di imprenditori vicini alle élite politiche. 

Allo stato attuale quindi, le poche critiche agli orbaniani, ormai abituati a navigare in un mare di inscalfibile bonaccia, possono arrivare solo da soggetti stranieri. Giornali come Deutsche Welle e Radio Free Europe, o giornalisti, come in questo caso – interpretando il concetto di “critica” in un senso molto estensivo. 

Il fenomeno offre quindi il fianco alle strumentalizzazioni dell’esecutivo ungherese, che ha gioco facile – specie contando su una stampa asservita e compiacente – a presentare all’opinione pubblica nazionale queste critiche come frutto di machiavelliche e maligne operazioni di potenze straniere – Germania in primis – per danneggiare la nazione ungherese. 

Si innesca così una profezia autoavverante: se nessuno in patria si lamenta del governo, e le uniche critiche arrivano dall’estero, sarà forse proprio la popolarità del governo a risultare indigesta ai nemici esterni, invitandoli quindi ad architettare attacchi strumentali e diffondere ricostruzioni tendenziose?

La risposta è: no. 

Il governo non subisce critiche perché la stampa nazionale è stata neutralizzata, ed è stata neutralizzata proprio perché di questo governo ci sarebbe molto da criticare. 

E non solo sul tema, urticante ma perlomeno raccontato, dell’erosione degli standard democratici. 

Limitandosi all’ambito sanitario, oggetto di un rinnovato interesse per ragioni facilmente immaginabili, l’Ungheria di Orbán è il paese dove molti pazienti si sono ammalati (e in alcuni casi sono morti) contraendo infezioni batteriche direttamente in ospedale, come denunciato in un report pubblicato da Human Rights Watch dello scorso mese.  

È anche il paese dove un nuovo contratto nazionale per gli operatori sanitari, che – pur alzando nominalmente gli stipendi – introduce limitazioni che porteranno probabilmente a un calo delle entrate a fine mese viene imposto nel mezzo di una pandemia, spingendo più di 5 mila operatori sanitari a dimettersi per protesta. 

È, infine, il paese che spende per la sanità due terzi di quanto spendano in media i paesi Ue, secondo l’Eurostat, nonostante un tasso di crescita economica tra i più alti del blocco comunitario.   

Di tutto questo non si scrive perché il governo ha approvato una norma che vieta agli operatori sanitari di parlare con i media e perché già più di 130 persone sono state arrestate con l’accusa di “procurato allarme” e “diffusione di fake news” dopo aver esposto alcune delle lacune nella gestione governativa dell’emergenza coronavirus.

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