Il picco dell’umanitàI prossimi decenni saranno quelli delle migrazioni globali

Siamo abituati a sottovalutare quanto le persone siano pronte a lasciare il proprio Paese, scrive Parag Khanna in “Il movimento del mondo” (Fazi), ma per i giovani di tutto il mondo le radici sono sempre meno importanti. Sia in America che in Cina le migliori opportunità si trovano spostandosi. E il fenomeno riguarderà tutto il pianeta

Fotografia di Waldemar Brandt, da Unsplash

Personalmente provo una grande partecipazione per la condizione dei giovani. In questi vent’anni ho dialogato con un’infinità di categorie professionali, imprenditori, attivisti, studenti, professori, politici, giornalisti, meccanici, traduttori, per capire a cosa assomigli la vita dei giovani nei loro paesi.

Negli ultimi due anni di ricerca e discussione, poi, ho avuto la possibilità di parlare con centinaia di giovani professionisti in piccoli workshop di discussione, per accorgermi che, se guardate con i loro occhi, le cose sono del tutto diverse: le rivalità geopolitiche (irrilevanti), il capitalismo finanziario (odiato), la democrazia elettorale (non essenziale), la proprietà della casa (una scocciatura), il matrimonio (tardi, se mai si farà), e persino l’istruzione universitaria (troppo cara).

Durante tutti questi incontri mi veniva costantemente posta una domanda: quale fosse la competenza più essenziale per il successo. E più che mai la mia risposta era sempre quella: quali che siano le competenze, l’importante è che siano trasferibili. In altre parole, essere pronti a migrare.

Credo di sapere un paio di cose su cosa significhi migrare. In media, l’ho fatto ogni tre/quattro anni durante tutta la mia vita. La mia famiglia si è sempre regolarmente mossa da un luogo all’altro anche quando non possedeva un passaporto particolarmente “forte” (nello specifico, un passaporto indiano).

Ogni trasferimento che ho compiuto fin dall’adolescenza fra gli USA, l’Europa e l’Asia ha rinforzato i benefici intellettuali e professionali dovuti all’ampliarsi degli orizzonti geografici.

Siamo abituati a sottovalutare quanto le persone siano pronte a lasciare il proprio paese, forse a causa della tendenza inconscia a credere che ciascuno stia bene a casa propria quanto noi.

È vero che, storicamente, la gente si è sempre aggregata nei luoghi d’origine della propria nazione, e i tanti che si sono avventurati all’estero sono regolarmente tornati in patria per prendersi cura dei genitori o per mettere su una nuova famiglia.

I cinesi all’estero, ad esempio, parlano di una “identificazione culturale” o di una “ricerca delle proprie radici” che li attrae verso la terra d’origine.

Ma i giovani senza figli non hanno bisogno di “tornare a casa” per allevarli in un dato modo, né hanno bisogno che i genitori li aiutino. In ogni caso, i nonni di oggi non si aspettano che figli e nipoti tornino per prendersi cura di loro e preferiscono ricorrere all’assistenza professionale piuttosto che diventare babysitter a tempo pieno.

Soprattutto, il punto sta forse nel fatto che il mondo attuale è pieno di luoghi in cui i giovani possono ritrovare insieme il loro ambiente sociale anziché mettersi sotto l’ala protettrice di una pretesa cultura d’origine.

Le giovani generazioni si trovano ad avere a che fare con sfide economiche analoghe anche se provengono da paesi con standard di vita parecchio differenti tra loro.

Ad esempio, negli Stati Uniti i salari sono stagnanti dagli anni Novanta, mentre i prezzi delle case sono raddoppiati, il costo dell’assistenza sanitaria è aumentato del 280 per cento e le rette dei college del 500 per cento. I millennials e la Generazione Z scontano un debito studentesco totale di circa 1.500 miliardi di dollari, e persino di più nel credito al consumo.

Un report della Federal Reserve del 2019 riconosce che i millennials «sono meno benestanti di quanto lo fossero i membri delle generazioni precedenti alla loro età, con redditi più bassi, patrimoni più scarsi e una ricchezza nel complesso inferiore». Malgrado la potenza militare, i tentacolari mercati finanziari, il talento nell’innovazione e il dinamismo imprenditoriale, l’America è anche una nazione di giovani piuttosto apatici, con pochi risparmi e scarsa fiducia nel futuro.

Al contrario, i giovani cinesi se la passano di gran lunga meglio di quanto i loro stessi genitori potessero mai immaginare. Le riforme di Deng Xiaoping negli anni Ottanta spinsero in breve tempo la Cina a diventare “la fabbrica del mondo” e l’economia a crescita più rapida del pianeta, conseguendo il più colossale successo della storia nella lotta all’indigenza di massa, con la metà più povera del paese che vide quadruplicare i propri redditi.

Con tutto questo, i giovani cinesi condividono le stesse preoccupazioni degli americani riguardo alla scarsità di professioni di qualità e all’aumento del costo della vita.

Le uniche case di Pechino alla portata delle tasche comuni sono quelle al di fuori del quinto anello della città, e un mutuo trentennale può essere pagato solo con l’impegno di un’intera famiglia allargata.

Gli usurai cinesi hanno saputo sfruttare un’intera generazione di giovani con le tasche vuote, costretta ad affondare in milioni di debito contraendo prestiti con finanziarie digitali per pagare gli altri creditori. Per coloro che hanno l’età giusta, una residenza urbana e le competenze adatte la Cina resta comunque, attualmente, una vera “land of opportunity”.

I millennials istruiti e senza figli possono spendere ovunque lì i loro risparmi: il loro territorio d’elezione è rappresentato (come quello americano) da un colossale mercato interno. Rimbalzano da un lavoro all’altro, dalle grandi aziende alle startup di recentissima fondazione, senza esitazione alcuna.

E, se è necessario, sono anche disposti a fare i bagagli e abbandonare le città di primo livello del paese.

da “Il movimento del mondo. Le forze che ci stanno sradicando e plasmeranno il destino dell’umanità”, di Parag Khanna, Fazi editore, 2021, pagine 350, euro 20