Costruire il futuroCosa non sta funzionando nel tentativo di creare un polo centrista e liberale

Banalizzare le lotte per i diritti delle donne, guardare all’ambiente solo attraverso la crescita sostenibile e la transizione ecologica, trascurare il valore della partecipazione dal basso. Sono errori che i liberaldemocratici non possono più commettere. E adesso in Europa ci sono diversi esempi da cui prendere spunto

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Il dibattito sull’unione di riformisti e liberali, termini che vogliono dire tutto e niente, va avanti da molti anni ed è stato al centro dell’attività di coloro che sentono di appartenere a questa area. Ma raramente si è concretizzato in un progetto politico dal peso elettorale, e mai in un progetto politico a lungo termine che vedesse come traguardo la costituzione di un polo liberaldemocratico, o quanto meno di un unico partito.

Nonostante l’apprezzabile sforzo da parte di intellettuali e giornalisti, come nel caso de Linkiesta, di aprire un dibattito pubblico che ponga le basi per un rinascimento libdem, si è perso il conto delle iniziative volte ad unire il tormentato, diviso e litigiosissimo micro-universo liberale. Troppe le occasioni sprecate da parte delle forze politiche che, nel corso degli anni, si sono presentate sulla scena attraverso cartelli elettorali o persino come embrioni di partiti.

Cosa non ha funzionato e cosa non sta ancora funzionando in questo sforzo verso la creazione di un polo centrista e liberale?

Il mondo cambia velocemente, lo vediamo, come cambia la sensibilità di cittadini ed elettori, attratti o da formule più semplici rispetto alle astrazioni in cui spesso cade il pensiero liberale, come il cosiddetto populismo, liquidato come incapacità della massa di comprendere dinamiche complesse, oppure attratti da chi porta istanze nuove che impattano sull’esistenza presente e futura.

Queste istanze oggi vengono solo sfiorate dal dibattito, mentre dovrebbero rappresentare il punto di partenza per una rinascita di forze liberaldemocratiche in Italia, come ad esempio il femminismo e l’ambientalismo. Snobbati come “ismi” e erroneamente relegati ad appannaggio di quella sinistra che fa dell’anticapitalismo il suo cavallo di battaglia, di fatto lasciando uno spazio vuoto e siderale, che potrebbe essere riempito da chi riesca ad affrontare questi due temi come essenziali per la crescita e il progresso.

Concentrarsi su posizioni che banalizzano le lotte per i diritti delle donne nella contrapposizione tra “quote rosa” e “meritocrazia” allontanerà sempre di più una fascia di popolazione – le donne attratte da programmi più articolati, che prevedono risposte tanto immediate quanto di lungo termine.

In ugual misura, l’approccio alla sostenibilità e tutela dell’ambiente deve superare la generica questione della crescita sostenibile e della transizione ecologica. Lo sforzo necessario a un cambio di rotta dovrà passare per forza di cose attraverso provvedimenti che fanno storcere il naso ai “puristi”, ma che riconnettono il Paese all’inevitabile dimensione europea, come la carbon tax.

Il Parlamento europeo ha appena dato il via libera all’introduzione graduale, dal 2023, di un meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere dell’Unione, una delle future risorse proprie europee, seme di una fiscalità federale.

Un cambio di rotta che passa anche per il taglio dei finanziamenti alle aziende inquinanti, agli allevamenti intensivi, e la rivalutazione del concetto di economia circolare attuata in diversi paesi da governi liberali, quindi già parte di una cultura libdem, sebbene nordeuropea. Chi ha la fortuna, ma soprattutto la voglia, di frequentare l’Alde e i colleghi europei, partecipando attivamente alle iniziative politiche, ha una prospettiva molto chiara su tali temi ed è determinato a declinarli in chiave italiana.

L’altro tema cruciale di cui riformisti e liberali devono farsi carico è la partecipazione dal basso, declinata da una parte come costituzione di una nuova opinione pubblica italiana, che riporti nel dibattito politico quella dignità di contenuti e di lingua perduta in anni di governi bipopulisti, e oggi incarnata dal governo Draghi. Dall’altra, come nuova impostazione partitica, in cui le sezioni territoriali e gli attivisti recuperino il ruolo che loro appartiene in quanto linfa vitale e cuore dell’iniziativa politica, ristabilendo il legame cordiale e imprescindibile tra vertice e base.

Anche in questo caso il rischio di lasciare che il tema della partecipazione rimanga alla sinistra radicale (oltre ovviamente ai partiti populisti) è molto forte. Per giunta, l’autoreferenzialità di molti dei personaggi del mondo liberale e una loro certa spiccata tendenza ad essere “maschi, bianchi, anziani ed etero” facilita la situazione.

La scelta felice di promuovere una consultazione dal basso dei circoli territoriali di Enrico Letta, in quello che sembra essere il nuovo corso del Nazareno, può essere uno spunto non da poco, come anche la scelta di nominare capigruppo donne in Parlamento, e vice segretari gender-balanced e giovani.

Mentre in casa Alde può insegnarci qualcosa l’esperienza di partiti come D66, la cui leader Sigrid Kaag ha trionfato alle ultime elezioni con un programma che ha tra i suoi pilastri istruzione e sostenibilità, ma anche “la sicurezza di un alloggio adeguato per tutti” e “la riduzione delle differenze tra lavoratori”. Proposte di sinistra, ma in nome del più liberale dei valori: «Il lavoro come fondamento di un’esistenza libera e dignitosa».

Non che il tema della partecipazione dal basso non sia spina nel fianco di molti governi e istituzioni europee. La vicenda della Conferenza sul futuro dell’Europa ne è un esempio lampante. Concepita da Emmanuel Macron, inclusa poi nelle priorità dell’attuale Commissione europea per avviare un processo di consultazione dei cittadini europei e di profonda riforma dei trattati, si è trasformata ben presto in un “oggetto volante non identificato”, per dirla con Pier Virgilio Dastoli, e nell’orfana bistrattata da leader e governi europei, trascinata di presidenza in presidenza dell’Unione.

Un colpo di reni portoghese l’ha da poco restituita all’attenzione pubblica. Il percorso da qui al 9 maggio, data programmata per l’avvio della Conferenza, sarà cruciale. Vedremo se la dichiarazione congiunta si tradurrà, ad esempio, in iniziative di sostanza per la partecipazione cittadina.

Fortuna che europarlamentari libdem (ma tutto il Parlamento europeo) come Sandro Gozi non si sono mai rassegnati e abbiano premuto perché arrivasse a quei leader e a quei governi il messaggio che, analogamente a NextGenerationEU, questa è un’opportunità che l’Europa non può lasciarsi sfuggire.

Non tutti sono consapevoli che la Conferenza è vittoria liberale, che l’iniziatrice è quella Renew Europe che raccoglie i liberali di Alde Party, ma anche la francese En Marche! e i nuovi partiti centristi romeni dell’Alleanza Usr-Plus. Tutti partiti nati da un forte coinvolgimento popolare (Francia) e da liste civiche di quartiere (Romania), passati in poco tempo a governare.

Qualcosa vorrà pure dire, no?

In definitiva se i salotti, i caminetti e i comitati scientifici della galassia liberal-riformista italiana non si apriranno all’esterno attraendo i giovani, le donne, i lavoratori della nuova economia, gli ambientalisti e i pan-europeisti, ascoltando le loro domande e cercando di dare loro risposte attraverso iniziative concrete, non potrà esserci un futuro politico per un centro liberale che diventi determinante nella vita politica e sociale del nostro Paese.

Occorre favorire il passaggio del testimone delle vecchie leadership ai nuovi volti, a coloro che si affacciano alla politica con una prospettiva proiettata nel XXI secolo, e non secondo quella che ci siamo lasciati alle spalle.

Nel frattempo, gli attivisti, gli iscritti alle varie organizzazioni liberali e i potenziali elettori continuano la loro marcia silenziosa verso la costruzione di un polo libdem, ponendo le speranze in questo o quel leader, in questa o quella organizzazione. Vero, la stanno costruendo senza celare il loro malcontento, ma sempre con la speranza e un certo ottimismo che prima o poi questo polo nascerà. Nella convinzione che, se un leader storico se ne va, non è la fine di tutto, ma un nuovo, promettente inizio. Loro lo sanno perché quel leader li abbandona: perché i veri leader ormai sono loro. Come unire i riformisti? Chiediamolo a loro.

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Venerdì 2 aprile alle ore 11 il dibattito LinkiestaTalks, con Bentivogli, Bonino, Calenda, Gori, Scalfarotto, Tinagli.